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 Come nasce il suo amore per la scrittura?

E’ una passione inscindibile da quella per la lettura. Fin dalle elementari ricordo il tentativo puerile di emulare il talento dei grandi scrittori di cui ero letteralmente affascinata, ogni volta che a scuola c’era un tema libero io inventavo storie nella jungla di Salgari, oppure mi cimentavo con piccole poesie ispirandomi a Pascoli.

 L’abitudine a scrivere si è consolidata  nell’adolescenza con la stesura di un diario personale e poi nell’età adulta  è diventata consuetudine per poter esprimere il mio pensiero tramite i  blog e i quotidiani locali.

L’entusiasmo per la scrittura è lo stesso entusiasmo con cui mio padre mi illustrava le gesta di Michele Strogoff o del paladino di Francia Orlando innamorato di  Angelica; sono cresciuta con mille mirabolanti storie d’avventura, e con queste ho attraversato anni difficili e momenti di grande solitudine emotiva.

Leggere è viaggiare nei mondi alternativi altrui, mentre invece saper scrivere è finalmente creare un mondo alternativo cucito addosso alle nostre esigenze più profonde. Scrivere è sperimentare un potere assoluto che lascia piena libertà non solo alla nostra immaginazione, ma soprattutto alle istanze più recondite e sofferte del nostro inconscio, e a tutta la massa di pensieri aggrovigliati che ci preme dentro, in attesa di risoluzione; come se il tutto andasse steso ordinatamente come un bucato al sole, dando finalmente una sequenza logica ad ogni pezzetto di un grande puzzle.

Quanto c’è di autobiografico nel suo libro?

E’ autobiografico il sentimento di nostalgia, di lutto e disagio profondo che si avverte quando il destino ci separa da un mondo o da una persona che amiamo. E’ autobiografico l’amore per i paesi mediterranei intessuti di sole e di mare.

Nel libro si parla anche di smaltimento dei rifiuti, come mai questa scelta?

Ho inserito nel romanzo anche una microstoria che riguarda il sempre più diffuso business dello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, perché anche una storia di buoni sentimenti e d’amore può fungere da utile contenitore per veicolare quella parte di verità di cui i media e la politica non si occupano mai abbastanza seriamente.

C’è una storia scomoda al comitato d’affari che trasversalmente imparenta  mafia, ed una certa parte dell’economia e della politica italiana. E’ storia che ho potuto descrivere dopo i diversi approfondimenti fatti in passato per le diverse interrogazioni regionali  in campo ambientale, mosse per avere lumi sulla innocuità delle materie prime e dei prodotti finali utilizzati nella filiera del cemento/calcestruzzo/inerti; e sulle quali si sono ottenute solo risposte quanto mai evasive ed ambigue.

Questa storia scomoda mi premeva dentro, andava scritta ad ogni costo. Anche chi legge solo storie  d’amore ha così l’opportunità di aggiornarsi sull’emergenze di questo Paese, e riflettere su di una certa politica. Sarebbe sterile da parte mia scrivere un romanzo che  si arrampica in un contesto privo di storicità e di riferimenti al reale, per quanto questi possano sembrare scomodi e crudi.

Si preferisce spesso una narrativa  al limite del paradosso, è sterile indignarsi per le malefatte del passato se non si è capaci di indignarsi per quelle che avvengono macroscopicamente ogni giorno sotto ai nostri occhi! E’ sterile piangere sull’Olocausto di ieri e non spendere una parola  per esempio sul  genocidio subdolo causato  dall’inquinamento di oggi!

 Nel libro ci sono varie ambientazioni storiche e geografiche; è stato difficile ricostruire quelle più lontane?

Viaggiare attraverso diversi luoghi geografici e diversi momenti della storia del secolo scorso mi ha arricchito notevolmente. Internet mi ha offerto tutti gli spunti e gli approfondimenti necessari, sicuramente il mio libro non ha la pretesa di essere un romanzo storico, però  spero di essere riuscita a convogliare tutta l’emozione che ho provato raccogliendo varie, toccanti, testimonianze nei blog dedicati alla Tripoli coloniale di un tempo, e  nel contempo di aver ridato voce ad una parte scomoda,e spesso neppure accennata nei libri di scolastici,  della più recente storia d’Italia.

Secondo lei perché in Italia manca una educazione alla lettura?

Sono cresciuta quando ancora la  tv era in bianco e nero, e si aveva molto più tempo per restare soli con sé stessi  per potere leggere, riflettere e fantasticare.

Oggi viviamo contaminati da una marea di sollecitazioni inutili e pretestuose, che ci privano del raccoglimento necessario alla lettura, alla meditazione e alla preghiera.

La lettura è quasi meditazione, ha bisogno di silenzio, concentrazione. Oggi tutto questo è quasi un lusso, ogni luogo appare rumoroso, iperaffollato e frenetico. Internet asseconda la necessità di una informazione rapida ed essenziale, ma non potrà mai creare l’intimo raccoglimento che invece proviamo sfogliando un bel romanzo in versione cartacea.

Leggere per me equivale a nutrirmi, ci sono libri che curano l’anima, altri che la fortificano, altri ancora che la avviliscono. La dieta di una buona lettura è necessaria per tutta la vita, soprattutto quando mancano punti di riferimento, quando latitano genitori ed insegnanti, quando nel caos totale delle informazioni sembra invece prevalere la volgarità  del male.

Leggere è ascoltare, ascoltare quello che dice un altro, condividerne il pensiero, è quindi entrare in empatia con l’altro, uscire dall’ego.

La difficoltà alla lettura credo sia riflesso dell’incapacità di uscire dall’ego, dall’incapacità di giungere ad uno stato di meditazione e riflessione profonda; e che sia sintomatica di un  disagio sociale forte.

Per educare alla lettura bisogna superare e vincere tutti gli scrupoli che timorose insegnanti delle scuole primarie hanno nel sollecitare i ragazzini a leggere sempre di più,  non limitandosi solo a letture puerili, come purtroppo mi è capitato in passato  di veder fare in certe scuole, livellando ed omogeneizzando le coscienze,  ma di spronarli ed incuriosirli con letture sempre più interessanti.


Lei si occupa anche di politica; visto dall’interno perché nel nostro Paese l’antipolitica trova sempre più seguito?

Per dodici anni mi sono illusa di fare politica, appoggiando grandi ideali, senza accorgermi di portare solo l’acqua al mulino di chi badava solo al proprio tornaconto personale.

Con l’entusiasmo della neofita che crede ancora di poter distinguere un buon partito lasciandosi sedurre dai buoni proponimenti del suo programma elettorale, o dai valorosi ideali di Patria Chiesa e Famiglia, e ancora dal sacrificio di una Resistenza che nulla ha a che fare con i suoi eredi, sono approdata anch’io alle frange dell’antipolitica.

Per antipolitica intendo non l’apatica indolenza di chi non vota perché preferisce delegare e poi contestare i  cretinetti di partito. Per me antipolitica è la reazione allergica ad ogni panegirico di partito, all’ipocrisia di Palazzo,  ai politici corrotti, corruttibili e marcescenti, alla compravendita di  nobili ideali, alla prostituzione di programmi e programmini, poltrone e comodini, con la stessa logica con cui si vendono più folkloristicamente escort  e trans, e certamente per meno denari!

L’antipolitica è quella che non crede  più agli ideali di questo o quel partito, alla fedeltà alle loro bandiere o alla riesumazione comoda dei grandi totem del passato, ma è quella che guarda alla rettitudine del singoli candidati, alla loro testimonianza quotidiana di trasparenza, solidarietà e sincera preoccupazione per il bene comune. L’antipolitica  è dei cittadini stanchi di Massoneria e mafie, di grandi appalti e grandi padiglioni oncologici, della tratta di giovani schiave extracomunitarie e  delle stragi del sabato sera, delle armi all’uranio impoverito e dei militari ammalati abbandonati a sé stessi, dei rifiuti pericolosi sotterrati ovunque, dei processi che non finiscono mai, delle carceri strapiene ed inumane, dei poliziotti malpagati, degli ospedali mal organizzati, degli infermieri sfruttati, delle università di raccomandati e dei candidati signorsì, incapaci di intendere e di volere.


Quanto sono importanti le presentazioni per promuovere il suo libro?

Il rapporto con il pubblico è essenziale per accedere al cuore di ognuno. Deve potersi creare feeling tra un pezzetto del mio cuore ed il loro. Mi piace ascoltare la gente, ascoltare anche i suoi problemi e in che modo si è rapportata e si è sentita rappresentata emotivamente da ciò che ho scritto. Tutto ciò mi commuove, mi fa capire di aver dato voce anche ai sentimenti di chi se li tiene dentro e dei quali a fatica ne prende consapevolezza. Negli occhi di ognuno spesso intuisco già quello che del romanzo li ha colpiti. C’è chi mi parla della nostalgia per il paese d’infanzia, chi dell’amore abbandonato, chi della madre perduta, del figlio mai nato, del rapporto difficile con la madre, del mito edipico di un padre vincente, della depressione, della passione, e del sentimento di frustrazione che tutti proviamo dinnanzi ad un alter-ego vincente. Le presentazioni sono importanti perché in quel momento mi sento di aver scritto per ognuna delle persone presenti, di aver ascoltato i loro sogni, i loro pensieri e le loro angosce e sento di aver lenito in parte le ferite che si portano dentro.

Che consiglio darebbe a chi sogna di fare lo scrittore?

Di  ascoltare solo l’impulso creativo che ha dentro, di creare il vuoto pneumatico attorno a sé per concentrarsi al massimo sulla scrittura  e poi, solo in un secondo tempo passare alle valutazioni più cruente ed obiettive. Non ha senso cercare subito  la perfezione di  ogni frase e di ogni pagina,  l’importante è partire, avviare il motore e decollare. Tutto il resto è destino e nulla fermerà il lievitare lento e costante delle mille cose che si vogliono raccontare.

Sta già  lavorando ad una nuova opera?

Si, sto raccogliendo la documentazione e le suggestioni giuste, sule quali innestare tutta la nuova storia dei miei personaggi. Ho già una scaletta delle vicende di cui andrò a narrare, ho già definito luoghi, nomi e personalità delle figure principali. E’ come preparare la valigia per un lungo viaggio e al momento sono ovviamente carica di aspettative!

 

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