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(ASI) PERUGIA  – ‘Il Fatto’ che la Sala dei Notari di Perugia fosse piena, non è una sorpresa. ‘Il Fatto’ che ci siano ancora tanti lettori appassionati, non è una novità. ‘Il Fatto’ che Enzo Biagi manchi al giornalismo italiano, è noto e verificabile. Spero mi sarà perdonato l’uso improprio del virgolettato sul termine fatto, ma anche l’incipit di questo articolo vuole essere un omaggio a Biagi, che in di questa parola così confidenziale per chi fa il mestiere di giornalista, trovò il titolo per una delle sue più famose trasmissioni televisive.

È stato un omaggio sostanziale, oltre che formale, quello che è stato fatto oggi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, un ritratto dell’uomo che ha trovato nelle voci emozionate delle figlie Carla e Bice la perfetta sintesi di un padre, un marito, un cronista, un grande giornalista. Insieme al loro Vittorio Zucconi, direttore di Radio Capital e firma de la Repubblica, ha dato vita all’appuntamento dal titolo “Un certo Enzo Biagi” che, a giudicare dalla folla presente a Perugia era uno dei più attesi del Festival.

Perché ci manca tanto? “Biagi – spiega Zucconi - apparteneva a una generazione di giornalisti che ha vissuto tutta la parabola del secolo, un genere di uomo che sapeva dire di no.” “Sapeva resistere – continua Zucconi -, rinunciando alla fama, al guadagno, pur di non cedere alle pressioni. Era uno di quelli che, comunque, riusciva a tornare sempre in piedi”.”Ma soprattutto – conclude il giornalista de la Repubblica-, ci manca il suo modo di scrivere, di raccontare”. Biagi riusciva a far calare il lettore nella storia che stava per raccontare, e  con l’occasione è stato raccontato come Biagi, inviato negli Stati Uniti nel 1963, partecipò alla notizia dell’uccisione del Presidente Kennedy. “Papà – racconta Bice Biagi -, si trova negli Stati Uniti per un servizio, e alla notizia della sparatoria che vide coinvolto il Presidente, scrisse un articolo per La Stampa”. “Me lo ricordo ancora - dice Zucconi -, iniziava raccontando di una donna coi capelli rossi che irrompeva in un ristorante, annunciando la scomparsa del Presidente. In poche righe, il lettore, poteva già comprendere il pathos e le sensazioni di chi era lì in quei giorni, poteva immedesimarsi”. “Eppure - ha continuato a raccontare la figlia -, al direttore quel pezzo non piacque e, mio padre affranto, pianse per il dispiacere”. Una stroncatura che diventò poi uno degli attacchi più celebri di Biagi, e un esempio chiarissimo del suo modo di fare giornalismo.

Un uomo normale, che scriveva umanamente. Era una delle qualità di Biagi, saper mettere la persona al centro, non solo il soggetto della notizia ma anche il lettore, verso il quale rivolgeva un linguaggio semplice e comprensibile, che si esprimesse con la carta stampata o con la televisione. “Molti mi chiedono cosa avrebbe scritto oggi mio padre - commenta Bice Biagi, parlando anche del libro “Casa Biagi” scritto a quattro mani con la sorella Carla -, e prima di tutto rispondo che se lo avessero fatto scrivere, avrebbe affrontato il tema della precarietà della vita, e in particolare dei giovani”. La sensibilità del padre verso le generazioni future è stata raccolta dalle figlie che con l’Associazione Enzo Biagi, a Pianaccio paese dove era nato, hanno istituito un premio giornalistico che per i giovani aspiranti alla professione, “un riconoscimento per renderli parte della ditta familiare” – commenta Carla Biagi.

Enzo Biagi nell’era twitter. Per non guardare al futuro solo a tinte fosche, si è iniziato a ragionare sulle potenzialità di Biagi come giornalista 2.0, e la capacità di scrittura non sarebbe venuta meno, anche dovendosi limitare ai famosi centoquaranta caratteri; “Che non avrebbe certo digitato lui” – commenta divertita la figlia Bice. “Mio papà ha scritto tutto, articoli, libri, editoriali a penna, poi la sua fida segreteria Pierangela ribatteva tutto a macchina”.

Questi frammenti del vissuto di Biagi lo ritraggono come un uomo d’altri tempi, ma certamente un giornalista con un modo di scrivere unico, un metodo con cui confrontarsi e da cui imparare.

 

Chiara Scardazza  - Agenzia Stampa Italia

 

 

 

 

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