(ASI) Sono passati 30 anni dal più grande disastro nucleare della storia. Il 26 aprile del 1986 il quarto reattore della centrale nucleare ucraina di Chernobyl esplose, provocando una fuoriuscita di materiale radioattivo che nel giro di pochi giorni si espanse per tutta l’Europa. L’evento fu per l’Unione Sovietica una perdita di credibilità importante agli occhi del mondo in quanto si mostrarono impreparati all’incidente. Furono molteplici le cause, in primis l’incompetenza dei tecnici nucleari che di fronte all’incidente si mostrarono impreparati.


Per effettuare un test di funzionamento della turbina per eventuale mancanza di corrente elettrica (in quanto la centrale aveva bisogno di energia esterna) i tecnici disattivarono i sistemi di sicurezza e abbassarono la potenza del reattore, innescando di conseguenza un innalzamento del riscaldamento del nocciolo. Una volta accorsi del problema, i tecnici alzarono le barre di uranio dal raffreddamento, e l’errore fatale fu quando riattivarono il sistema di sicurezza ovvero il rinserimento delle barre nell’acqua di raffreddamento, il che ha voluto dire un picco di potenza tale da provocare un’incredibile esplosione.
L’incidente provocò fin da subito due decessi e si creò un incendio nella zona esplosa, nessuno dei tecnici ed operai nell’immediato prese in considerazione le gravissime conseguenze che si sarebbero provocante. L’esplosione fece saltare in aria lo schermo di protezione del reattore, ed oltretutto la centrale non aveva nemmeno una struttura di contenimento che comportò di conseguenza la fuoriuscita di materiale radioattivo. Secondo i dati di Greenpeace l’incidente è stato 10 volte più grave di quello avvenuto nel 2011 alla centrale nucleare Giapponese di Fukushima.
La tempestività dell’Unione Sovietica fu insufficiente. Solo 36 ore dopo l’incidente evacuarono la vicina cittadina di Pripyat, nei giorni successivi toccò alle abitazioni che distavano a un raggio di 30 km dalla centrale. Il Cremlino rimase in silenzio seppur l’Europa grazie ai radar e ai misuratori di radioattività capirono cosa era successo. Si è dovuto aspettare il 14 maggio pima che l’allora segretario sovietico Gorbaciov ammise il disastro. Per limitare i danni, furono mandati elicotteri pieni di sabbia e piombo per coprire il reattore esploso e tanti operai e pompieri rischiarono la vita pur di fermare la fuoriuscita di materia radioattivo. Per isolare definitamente il reattore fuso e fermare la fuoriuscita di materiale, in poco tempo fu costruito un sarcofago in cemento e calcestruzzo.
Il disastro di Chernobyl ebbe una grave conseguenza su impatto ambientale e nella salute dell’uomo. Molti pozzi e falde acquifere, piantagioni e allevamenti furono contaminati, non solo in Ucraina, ma in tutta l’Europa. In pochi anni si registrarono notevoli decessi per tumori tra Ucraina Bielorussia e nei stati baltici. Secondo l’istituzione “Chernobyl forum” i decessi dovuti all’incidente furono 65, con più di 4000 casi di tumore alla tiroide. Ben diversi sono i dati che invece ritiene Greenpeace, stimando almeno 6 000 000 decessi su scala mondiale.
Dopo trent’anni la vicenda è destinata a ritornare in risalto in quanto il sarcofago è diventato pericolante, rischiando di crollare e far fuori uscire per l’ennesima volta una nuova nube tossica. Il nuovo sarcofago è ancora in costruzione, a breve sarà istallato e demolito quello vecchio. Con un’altezza di 110 metri, lungo 164 e largo 257, secondo gli esperti dovrebbe resistere per i prossimi 100 anni, senza quindi risolvere per sempre una vicenda che vede l’uomo colpevole e vittima allo stesso tempo.

Carlo Sampogna – Agenzia Stampa Italia

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