(ASI) Perugia. Herbie Hancock (1940) e Chick Corea (1941) si sono esibiti in duo pianistico ieri sera per UJ 2015 all'Arena di Santa Giuliana durante una afosa serata Perugiana, difronte ad un pubblico molto attendo e numeroso da sold out.

L'esordio è lasciato ad atmosfere quasi inquietanti, con suoni spiccatemene psichedelici da sintetizzatore o meglio workstation (la classica Korg Kronos e la Yamaha XF8 ; il MOTIF originale, non appena è stato lanciato sul mercato nel 2001 è stato identificato come la workstation musicale dal suono migliore e come la più richiesta sul mercato. Nel tempo, è stato continuamente perfezionato e ne sono state migliorate l'espressività e la funzionalità) riproponendo toni e suggestioni anni '70 e '80 e un approccio musicale molto evocativo. Dal punto di vista esecutivo sempre ottimamente riuscita la fusione tra i due lunghi strumenti a corde percosse e le tastiere. Nel complesso ciò tuttavia non ha fornito grande elementi di sorpresa né di stupore. E non restituisce stupore neppure il noto approccio fortemente atonale che porta al limite le corde del pianoforte di stampo anni settanta più che altro retaggio del grande compositore Karlheinz Stockhausen (1928-2007, tedesco, tra i più significativi del XX – XXI e che ben ricordo nei suoi corsi e concerti). Cosa spicca quasi immediatamente invece è la grande omogeneità dei suoni e la capacità rielaborativa, il gusto musicale in genere, pianistico in particolare ed il piacere tattile stimabile per esempio in un virtuosismo proprio dell'Impressionismo francese secondo il peculiare stile di Dedussy. Ciò che interessa e che emerge è dunque la grande compenetrazione musicale dei due interpreti e la abilità a "dissolversi" in una unica "soluzione" musicale. Bellissimi gli sprazzi tonali che esprimo rielaborazioni molto colte e dimostrano un linguaggio ed un discorso musicale strutturato, complesso, alto. Un pianismo talvolta neomelodico meraviglioso dalle grandi finestre tonali e armoniche eseguito attraverso arabeschi pianistici che rendono fantastico e romantico lo spazino dell'Arena, senza stucchevolezze, nel rispetto di un jazz ormai tradizionale. È proprio il tocco pianistico di entrambi in questi momenti ad essere apprezzabile, essendosi ancora di più affinato con il trascorrere del tempo. Negli anni dalla innovatività si è quindi passati ad una modalità espressiva consolidata che cristallizza e congela la originalità e permette di travalicare dal jazz, a ben ragione, nella musica colta occidentale. Un concerto che non è semplice ed immediato, per esempio nello sfruttato pizzicamento delle corde del pianoforte né nel modus espressivo ormai ampiamente formalizzato e dispiace che applausi siano strappati soprattutto dai momenti più ammiccanti, e sostanzialmente semplici. Emergono col progredire del concerto citazioni, espressioni ritmiche e timbri curiosi e ancora stimolanti ed attuali. Splendida si ribadisce è la rielaborazione complessiva, da Cole Porter e Miles Davis passando attraverso forti elementi contrappuntistici, bachiani, per giungere al bis in cui addirittura compare la musica classica spagnola di fine Ottocento e primo Novecento. Coinvolto il pubblico nel corso del bis come da copione.

Giuseppe Nardelli – Agenzia Stampa Italia

Foto: Matteo Marzella

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