Intervista alla prof. Laura Guercio, Rappresentante del Network.

IMG 20210504 WA0032(ASI) Esistenze invisibili, minacciate dal perpetuarsi di abusi e violenze, direttamente o indirettamente subite. Esistenze che, troppo spesso, cadono preda delle forze armate o dei gruppi terroristici, per essere da essi strumentalizzate e coinvolte - senza possibilità di scelta - nei conflitti e nelle guerre create dagli adulti.

Quello dei bambini soldato è un dramma globale tuttora irrisolto.

In 18 Paesi al mondo (Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen), infatti, migliaia di bambini sono utilizzati per fini bellici e non solo.

Stando al Rapporto 2019 del Segretario Generale Onu su Bambini e Conflitti Armati, nel 2019 sono stati circa 7.750 i bambini reclutati e utilizzati da forze e gruppi armati, alcuni persino di 6 anni. La maggior parte dei casi sono stati perpetrati da attori non statali in Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Siria.

Per questi minori, l'accesso ad una scuola sicura, nella quale ricevere un'adeguata scolarizzazione rimane un'utopia, come pure è un'utopia crescere in un ambiente protetto.

Per rispondere con urgenza alla necessità di salvaguardare e proteggere i bambini soldato e i bambini che vivono in situazioni di conflitto armato, è nata nel novembre 2020l'Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC).

Una Rete supportata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, che si impegna insieme a oltre 40 Università e Istituti di Ricerca internazionali a sensibilizzare Istituzioni e rappresentanti della Società civile mediante un'azione multilaterale basata su: Ricerca Scientifica, Cooperazione, Solidarietà ma, soprattutto, Umanità.

Ricercatori, docenti e giuristi di diverse culture e diversi Paesi - attualmente le università partner del Network provengono da Europa, Africa, America del Nord, America Latina e Paesi del Medio Oriente - si impegnano per l’implementazione degli obiettivi già consacrati in strumenti giuridici internazionali quali la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Fanciullo, nonché la storica Risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su“Donne, Pace e Sicurezza”.

Tra le numerose attività svolte con successo dal Network dalla sua recente istituzione:

tavole rotonde; seminari di studio e approfondimento; settimane accademiche; Conferenze Internazionali realizzate anche con il coinvolgimento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell'Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i Bambini e i Conflitti Armati.

La Rete è in continua crescita:https://www.uninetworkforchildren.org/

L'Intervista alla prof. Laura Guercio, Rappresentante del Comitato di Coordinamento dell'Universities Network.

Prof. Guercio, come siete riusciti ad istituire questa Rete di Università che protegge i bambini in conflitto armato?

"Credendoci e impegnandoci. Credendo nel ruolo del mondo accademico, volto non solo a consegnare attestati ai propri studenti ma a a contribuire allo sviluppo di categorie mentali, di ragionamento e riflessione. Il mondo universitario è per i giovani ed è con i giovani. Ed è per questo che non può essere insensibile al dramma che vivono coloro che, in situazioni di conflitto armato, vedono violata la propria infanzia, la propria giovinezza e ogni opportunità di crescere e credere nella vita. L'idea di creare questo Network, con tale spirito di responsabilità, è stata lanciata a luglio del 2020 ad alcuni amici e colleghi,  professori di diverse università Ora il Network conta 45 università in tutto il mondo, tutte accomunate dal desiderio di impegnarsi e di essere un moltiplicatore di forze e di energie per il contrasto ai soprusi e alle violazioni dei bambini in conflitto armato".

Tornando al tema dei bambini soldato, quali azioni promuovete per prevenire la violenza nei confronti di questi minori?

"Quale Network di Università, ovviamente interveniamo, in primo luogo, sulla ricerca e sulla formazione.  La ricerca è importante per capire le ragioni che sono sottese ai numeri. Perché, come precisato nell'ultimo rapporto dello Speciale Rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i Bambini e i Conflitti Armati, abbiamo 25 mila violazioni contro i bambini in conflitto armato? Il mondo accademico è un laboratorio di riflessioni e analisi delle ragioni che sono al di sotto delle statistiche. Ma questo non basta. Come Network, vogliamo "confonderci" con la società civile, essere a fianco della stessa, per lavorare sul campo. Per questo, oltre ai corsi di formazione e specializzazione -partirà a ottobre la prima Autumn School internazionale su Children and Armed Conflict che coinvolge tutte le 45 Università del Network -, oltre ai rapporti su cui stiamo lavorando, oltre alla organizzazione di conferenze e lecture, stiamo anche predisponendo una serie di progetti volti a sostenere chi già opera sul terreno. Credo che sia importante che ognuno di noi riconosca il proprio ruolo e il proprio settore, ma che nel contempo si creino sinergie".

Molti dei vostri partner sono Università che si trovano in war zone. Come vi rapportate con questi colleghi e quali sono le necessità che da loro emergono?

"Il dialogo tra idee e opinioni accademiche non ha confini. Anzi, è uno scambio che si alimenta e si nutre costantemente dalle diversità culturali e ambientali. Un Network come il nostro non può che non arricchirsi della esperienza del mondo accademico che si confronta quotidianamente con i drammi dei conflitti armati: è dai nostri colleghi che vivono nelle war zone che impariamo, di fatto, quale sono le esigenze della società e le lacune del sistema normativo, quali sono le mancanze della comunità internazionale e gli sforzi che è necessario che la stessa adotti. Tutti questi dati vengono rielaborati, riesaminati e discussi insieme tra tutte le università facenti parte del Network: ed è proprio da questo lavoro di continuo confronto di idee e di analisi che nascono poi le nostre proposte di lavoro e di progettazione".

A suo avviso il numero dei bambini soldato nel 2021 aumenterà?Se sì, perché?

Premetto che il problema delle violazioni contro i bambini non è solo relativo ai bambini soldati. Sei sono le gravi violazioni nei confronti dei bambini e delle bambine e uno di questi è il recruitment. Purtroppo le gravi violazioni nei confronti dei bambini inconflitto armato non sono cessate durante la pandemia. Anzi, il Covid-19 ha creato un doppio problema: da una parte, ha visto la non cessazione delle violenze, dall'altro ha ridotto i servizi a favore dei bambini nei conflitti armati. Pensiamo ad esempio all' educazione: l'attacco o l'occupazione alle scuole è una delle sei gravi violazioni. Voi pensate che con il Coronavirus sia  venuta meno tale violazione? No. Anzi i bambini e le bambine, proprio perché non andavano a scuola, sono stati maggiormente esposti alle violenze. Quello che invece sono venuti meno durante la pandemia, sono stati proprio i servizi a favore dei minori. A fronte della pandemia, i conflitti e le violenze non si sono fermate. E nel contempo, gli aiuti e gli interventi di assistenza sono stati più difficoltosi".

Cosa manca a livello accademico e giuridico per proteggere in maniera concreta questi bambini?

"Penso che la prevenzione delle violenze sui bambini in conflitto armato si basi sulla conoscenza e sulla consapevolezza: questi due elementi aiutano a creare coscienza individuale e sociale insieme. Per agire concretamente vi è bisogno di conoscenza e coscienza che il Network intende promuovere attraverso corsi di formazione, report, papers, lecture, conferenze. Da questo laboratorio può agevolarsi anche il dibattito sugli strumenti giuridici internazionali. Ad esempio il Protocollo opzionale alla Convention on the Rights of Child può dirsi adeguato alla situazione attuale o potrebbe essere rivisto in alcuni suoi aspetti? Ancora: noi parliamo di minori riferendoci alle persone da 0 a 18 anni, secondo la definizione data dalla CRC: ma possiamo ancora oggi ritenere che una persona di 8 anni abbia le stesse esigenze e necessità di una persona di 17? Sono entrambi minori per legge, ma di fatto vi è un abisso tra loro. Allora, il mondo accademico si deve soffermare a riflettere su questi aspetti che non sono di mera dottrina ma che si riflettono, di fatto, sulla effettività degli interventi sul terreno".

Avete realizzato anche delle iniziative di carattere artistico-culturale, come la diffusione di una canzone scritta dall'artista Sergio Iovino per il Network.

"L'arte è un veicolo universale di messaggi: il suo linguaggio non conosce barriere di lingua e, anzi, riesce ad arrivare dove le parole non arrivano. Per questo, abbiamo deciso di tradurre il nostro operato anche attraverso espressioni artistiche. Oltre al video musicale di Sergio Iovino e alla collaborazione che con lo stesso artista continuiamo ad avere, abbiamo anche instaurato una collaborazione con la CPM di Milano: una scuola parauniversitaria di musica che è stata sempre sensibile con il suo fondatore, Franco Mussida, alle questione di rispetto dei diritti fondamentali, promuovendo progetti e azioni finalizzate alla tutela dell'individuo . Con i giovani di questa scuola e con Sergio Iovino ora stiamo lavorando su un progetto musicale che riunisce i giovani di tutte le aree geografiche di pertinenza delle università del Network".

Ci sono forse altri progetti in cantiere che uniranno arte e ricerca?

"Sì, in concomitanza con il lancio della Autumn School, la prima Scuola Internazionale su Children in Armed Conflict, che coinvolge contemporaneamente 45 Università da tutto il mondo, verrà promosso un cortometraggio sulla situazione dei bambini in conflitto armato. Inoltre, i corsisti della Autumn School, esprimeranno le loro riflessioni attraverso elaborati e pensieri che accosteranno un book fotografico redatto dal fotografo Mohamed Keita".

Come avvocato con esperienza in altre giurisdizioni (Gran Bretagna e Repubblica d'Irlanda) e docente di Sociologia dei diritti umani, quale messaggio si sente di dare ai giovani in questo difficile momento di pandemia da Covid-19?

Potrà sembrare banale, e certamente non è originale: ma quello che voglio dire ai giovani è di trasformare ogni sfida in opportunità. Il Covid 19, con tutti i drammi che ha portato con sé, ha però anche dato a tutti noi, e soprattutto ai giovani, la possibilità di pensare che tipo di società si vuole. Non facciamo sfuggire questa occasione: quella di riflettere su noi stessi e sul nostro destino! Più che lamentarsi perché le cose non vanno, agiamo! Più che contestare sempre tutto e tutti, partiamo da quello che possiamo fare noi! Più di pensare che i drammi di chi è lontano da noi, di chi vive nelle zone di conflitto armato, non ci riguardano perché, per l'appunto, lontani, condividiamoli! Il Covid-19 ci ha fatto capire che nessuna tragedia ci è estranea. Se siamo stati, noi in Europa e nel mondo del Nord, abituati a un benessere indiscusso, la pandemia ci ha fatto capire che in realtà possiamo, dall'oggi al domani, essere soggetti alle stesse fragilità e difficoltà dei nostri fratelli africani o asiatici o medio orientali. Nulla ci è estraneo. Ed è questo che dovrebbe portare i giovani a lottare per un mondo migliore di quello che forse stiamo loro lasciando".

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