(ASI) L’ambiente e gli ecosistemi andrebbero sempre salvaguardati. C’è l’impegno da parte di tutti i Paesi di recuperare ciò che a causa dell’inquinamento e della continua industrializzazione viene distrutto. La cattiva notizia : solamente il 2,8% delle terre emerse (senza contare l’Antartide) può essere considerato intatto.

Gli scienziati stimano che reintroducendo la fauna originale negli ambienti le stime di prosperità del mondo naturale potrebbero aumentare del 20%. Basterebbero dunque poche specie, da una ad un massimo di cinque, per far riacquistare ai territori poco compromessi dall’impatto umano: (industria, agricoltura, sfruttamento forestale e minerario) l’integrità ambientale. Questi dati provengono da uno studio condotto da Forest and Global Change.

Uno degli esempi che vengono citati è la reintroduzione del lupo nel Parco dello Yellowstone negli Stati Uniti. Nel parco americano i lupi sono tornati nel 1995 dopo sessantanove anni di assenza. La loro resistenza ha permesso di tenere sotto controllo la popolazione dei cervi, principale preda degli stessi, e ciò ha permesso in pochi anni al miglioramento dell’intero ecosistema. Una ricerca degli anni passati aveva dimostrato che senza interventi di conservazione della natura, il tasso di estinzione di mammiferi e volatili sarebbe stato tre-quattro volte superiore, a quello già elevato, degli ultimi trenta anni. Sono sempre gli esperti e dunque gli scienziati ad esprimersi sul fatto che è ad oggi complicato dare una definizione univoca e precisa di cosa si intenda per “habitat” intatto. Le specie localmente estinte sono un fattore determinante per riportare una zona nelle sue condizioni originali.

Anche l’elefante introdotto nuovamente in molte zone dell’Africa avrebbe un impatto molto positivo. Quest’ultimo insieme a specie come leone o bufalo svolgono ruoli importanti all’interno del mondo naturale. Il loro compito è quello di limitare la diffusione di altri animali o favorire la dispersione dei semi. Purtroppo questi grandi mammiferi sono i primi a sparire. È sempre la rivista scientifica Frontiers a dichiarare che : “Togliere una specie altera, a volte in modo irreparabile un complesso di controlli vicendevoli a diverso livello dell’intera piramide di animali e piante. Le specie che vivono in una determinata area e occupano una particolare nicchia ecologica sono il prodotto di milioni di anni di evoluzione, per adattarsi a quell’ambiente.

Se viene a mancare anche un solo elemento dell’insieme che forma quella nicchia, gli equilibri vengono alterati o possono saltare del tutto”. Lo studio evidenzia inoltre le aree del pianeta che sono rimaste allo stato più naturale : le foreste tropicali di Amazzonia e Congo, la tundra e le foreste boreali di Canada e Siberia, I grandi deserti africani. Altre luoghi riguardano l’Australia ma queste sono state stravolte dall’introduzione di specie diverse come gatti, volpi, conigli, capre e ratti. Ciò che conta per gli esperti è che gli ecosistemi vengano aiutati, ripopolati giustamente e che la terra possa tornare a respirare insieme alla fauna.

Massimiliano Pezzella – Agenzia Stampa Italia

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