Tandura c(ASI) Le 20 medaglie d’oro al Valor Militare dei Reparti d’Assalto nella Grande Guerra.

 

Alessandro Tandura

* Vittorio Veneto (Treviso), 17 settembre 1893

† Mogadiscio (Somalia), 29 dicembre 1937

di Roberto Roseano

 

liberamente tratto dal libro “Tre mesi di spionaggio oltre Piave”

di Alessandro Tandura

 

Agosto 1918

 

Arditi dOro by RoseanoAveva fatto bene? Aveva fatto male? Non aveva più senso farsi queste domande. Ormai non poteva più tornare indietro. Ormai doveva ballare.

E in effetti, pur seduto, stava realmente ballando in quella notte buia e tempestosa. Era la notte tra il 9 e il 10 agosto, ma faceva un freddo cane. La pioggia gli frustava la nuca e la schiena, a causa della forte velocità. Tremava. Era per il freddo o… per paura?

Paura? Era una parola scomparsa da tempo dal suo vocabolario. Aveva già affrontato numerose sfide mortali, sia sul campo di battaglia che nelle corsie degli ospedali, dove si poteva crepare anche per cose banali, come la sua ferita all’avambraccio o la sua malattia. Ma era stato soprattutto il duro addestramento nei Reparti d’assalto ad aver cancellato per sempre la parola paura dal suo animo.

Eppure quella notte un tremito inarrestabile lo percorreva da capo a piedi. I piedi. Li sentiva sospesi nel vuoto.

I piedi. Ricordò all’improvviso lo sbattere dei suoi tacchi al cospetto del tenente colonnello Dupont, che lo aveva convocato urgentemente nel suo ufficio a Resana. Cosa poteva volere da lui, semplice tenentino, molecola dell’esercito, granello di polvere da schioppo, il Comandante dell’Ufficio Informazioni della VIII Armata?

Eppure l’aveva ricevuto cordialmente a mensa, gli aveva chiesto della famiglia, del battaglione, dei combattimenti, della ferita sul Podgora.

Poi nel suo ufficio dopo avergli offerto una sigaretta a bruciapelo gli aveva detto: «Tenente, fra giorni può rivedere la sua famiglia. Lo vuole?».

Cosa c’entrava la sua famiglia in questa storia?

Il sorriso benevolo dell’alto ufficiale era scomparso e gli occhi chiari avevano iniziato a scandagliare il suo animo.

«Le premetto che ciò che le propongo di fare è di vitale importanza per il nostro esercito. M’intende? E richiede sacrifici immensi, forse anche quello della vita».

Quale era il nesso tra la sua famiglia e la proposta che stava per fargli? La curiosità superava il timore della risposta a quella domanda.

«Abbiamo bisogno di gente che si infiltri tra le fila del nemico per osservare e riferire forza e dislocazione delle truppe, intenzioni offensive, sedi dei comandi. Il compito è estremamente difficile, delicatissimo e pericolosissimo, non glielo nascondo. Ma io conosco gli ufficiali veneti, so quanto stia loro a cuore di prendere la rivincita di Caporetto».

Era vero, non poteva negarlo.

«Non entro nei particolari dell’impresa. Tenente Tandura, si sente di accettare quanto le propongo?»

Aveva accettato, senza la minima esitazione, felice dell’onore insperato che gli era stato concesso. Si erano stretti la mano.

«Non dubitavo. Anzi, ero certo di lei» gli aveva detto congedandolo e raccomandandogli il massimo riserbo. Da quel momento in poi tutto era cambiato e ad un ritmo velocissimo. Il saluto ai commilitoni, l’incontro con il generale Caviglia, i “meeting” con alcuni ufficiali inglesi, i dettagli della missione e… il suo testamento consegnato a Dupont in caso di morte.

Aprì la fiaschetta del cordiale che gli avevano regalato e bevve un lungo sorso. Controllò se il pugnale e la pistola erano al loro posto. Avrebbe preferito attraversare il Piave a nuoto. Gli avevano proposto di passarlo di notte mediante fili tesi da sponda a sponda tra Pederobba e le Grave di Ciano, travestito da austriaco. Indossare quella divisa gli ripugnava.

Oppure, di portarlo in aereo in qualche zona poco battuta del territorio invaso. Lui non era mai salito su quelle macchine volanti e la prospettiva non lo entusiasmava affatto.

Alla fine i comandi avevano deciso per la terza opzione. La peggiore! Forse da ciò dipendeva quel fastidioso tremito che non riusciva a scacciare. Bevve un altro sorso di cordiale e si assicurò che la cinghia che lo cingeva fosse ben stretta. Se tutto andava bene, come gli avevano assicurato, tra non molto avrebbe rivisto la sua famiglia e forse anche Emma, la sua fidanzata. Cercò di ricordare il suo volto e l’ultima volta che si erano visti.

Nel frattempo controllò gli spallacci dello zaino, nel quale c’era il vestito da contadino che avrebbe dovuto indossare. Nonostante il rumore ed i tuoni del temporale, sentì distintamente i due davanti, alle sue spalle, che parlavano, ma senza capire le parole. Faceva davvero un freddo cane.

Cercò di nuovo la fiaschetta del cordiale, ma nell’istante stesso in cui l’afferrò, si sentì improvvisamente precipitare nel vuoto.

Lo stomaco intero gli salì in gola e un fischio terribile gli straziò le orecchie. Poi, altrettanto repentinamente, venne ghermito come da due braccia robuste e risollevato con uno strappo verso l’alto. Si accorse allora di essere immerso in un silenzio profondo, rotto solo dalla pioggia che gli sferzava il volto.

Guardò in su e poi in giù. Cercò di scorgere qualcosa, ma svenne.

Quanto durò quel dolce sonno non fu in grado di valutarlo. Certo è che venne svegliato bruscamente da un forte colpo al petto. Aperti gli occhi si trovò con le gambe per aria. Era stato lanciato nel vuoto da oltre 1.500 metri di altezza ed era finito miracolosamente incolume tra i pali di un vigneto. Si mise seduto, intontito, ma senza alcun dolore. Solo una grande spossatezza e un ronzio continuo nelle orecchie, quasi del tutto ovattate.

Si guardò attorno e vide un gigantesco lenzuolo afflosciato disordinatamente tra i tralci. Dai fori e dalle sacche, che si erano create, sgorgavano fontanelle d’acqua, alcune sulla sua testa. C’erano dei lunghi fili che da quel lenzuolo si collegavano a lui, o meglio, alla sua schiena. Vedeva, ma non capiva. Poi la pioggia fredda e torrenziale lo ridestò da quello stato di torpore e semi incoscienza.

All’improvviso tutto gli fu chiaro e una specie di scarica elettrica attraversò i suoi nervi. Si alzò, cadde, si alzò di nuovo e freneticamente cercò di liberarsi da fili, cinghie e fibbie. Poi recuperò con cura il paracadute.

Infine prese la vanghetta in dotazione e iniziò a scavare. Il buco si riempì subito d’acqua. Scavò ansiosamente con tutta l’energia che aveva, per andare in profondità prima dell’acqua. Tolse dei sassi e poi gettò sul fondo il “Calthrop”, così lo chiamavano gli inglesi. Si svestì e indossò gli abiti civili, che gli stavano larghissimi. Con un groppo in gola mise nella fossa la sua amata divisa da ardito, XI Battaglione, quella dell’azione sul Piave in giugno. Gli sembrò di aver deposto nella tomba una parte di sé stesso, forse la migliore. Ricoprì con cura la buca, cercando di memorizzare il luogo. Se fosse sopravissuto sarebbe ritornato a cercarla.

Il luogo. Avrebbe dovuto atterrare a Sarmede, ma grazie alle prime luci dell’alba intravide all’orizzonte un campanile che gli ricordava quello della chiesa di S. Martino di Colle Umberto. Era a sud di Vittorio, dove abitava la sua famiglia. Cercando di orientarsi in qualche modo in quel labirinto di filari, iniziò a camminare un po’ traballante. Saltò fossi, scavalcò siepi, cambiò sentieri, attanagliato ogni tanto dal dubbio di andare nella giusta direzione. Finché vide quello che cercava.

Allora si mise a correre e sullo slancio sfondò la parete del canneto, giungendo così sulla sponda del fiume, il Meschio. Entrò in acqua per guadarlo. La pioggia intensa l’aveva rigonfiato. Sentì i piedi risucchiati dal fondo e l’acqua salirgli sino alle ascelle, sinché la corrente ebbe il sopravvento e lo trascinò via.

Per sua buona sorte non annegò, ma venne scaricato sull’altra sponda. Ebbe giusto il tempo di rendersi conto di aver perso il sacco da montagna con i viveri, che cadde in un sonno profondo con la faccia nel fango. Nel frattempo i primi raggi del sole cominciavano a sfiorare le propaggini del monte Pizzoc.

 

Settembre 1918

 

Quello che andava fatto lo aveva fatto. Persino meglio delle sue più rosee aspettative. Il primo piccione, il n. 208, l’aveva inviato già pochi giorni dopo il suo atterraggio nella vigna del parroco di S. Martino e già con una lunga lista di informazioni militari raccolte da sua sorella e dalla sua fidanzata. Dal suo nascondiglio sul Col del Pel erano partiti molti altri “colombigrammi” con altre informazioni cruciali, raccolte da lui stesso, ma anche da altri militari sbandati, alla macchia, che aveva trovato tra le montagne che sovrastano Vittorio.

Vittorio. La prima volta che era sceso dal monte, il 28 agosto notte, per andare in paese a trovare i suoi genitori, si era trovato davanti due fucili spianati. C’era entrato in paese, sì, ma scortato da due gendarmi, grufolanti di gioia per avergli sequestrato il portafoglio pieno di corone.

Serravalle. Stentava a riconoscere quella zona del paese. Macerie, case sventrate, porte e finestre divelte. Dopo un primo rude interrogatorio era stato buttato in una sudicia cella, in mezzo a trenta disgraziati che dormivano. Poteva finire lì, miseramente, la sua missione.

Invece era riuscito a fuggire, nel più banale dei modi. Aveva chiesto ad una guardia di uscire in cortile per fare i bisogni, ma con l’agilità di un gatto, che lui stesso non pensava di avere, era sfuggito al controllo e aveva scavalcato il muro di cinta, inseguito da un paio di proiettili.

Aveva corso a perdifiato per campi e colline, sino al suo “quartier generale”, una minuscola grotta sul Monte Visentin. Il rischio corso non l’aveva demoralizzato, al contrario. E così in paese c’era tornato, questa volta senza incontri sgraditi.

Finalmente aveva potuto varcare la soglia di casa, abbracciare i suoi genitori e persino dormire nel suo letto. Il giorno seguente aveva potuto conoscere Pagnini, giovane patriota triestino, che nel suo ruolo di ufficiale addetto al comando di tappa di Vittorio, non solo gli aveva fornito importanti informazioni militari, ma gli aveva anche procurato l’Ausweiskarte, il preziosissimo lasciapassare col quale aveva potuto tranquillamente bighellonare nella zona, prendendo utili appunti.

Mentre così ripercorreva il recente passato cercò di cambiare posizione su quella lurida panca. Le ossa gli facevano male e così pure quel poco di carne che gli era rimasta addosso. Qualche calcio e qualche bastonata li aveva presi anche lui, ma era riuscito ad evitare la crudele punizione del palo.

L’avevano catturato alle falde del Cansiglio, senza documenti e questo l’aveva salvato. I “magnasego” stavano cercando un ufficiale in servizio di spionaggio da tutt’altra parte.

Avevano trovato il suo paracadute e intercettato alcuni piccioni. Ora pendeva anche una taglia sulla sua testa. Un aereo atterrato a Casa Dandolo avrebbe dovuto riportarlo nelle linee italiane, ma l’avevano preso mentre andava all’appuntamento. L’avevano condotto a Sacile e assegnato ad una compagnia di prigionieri.

Poveri prigionieri. Morti di fame, picchiati e costretti a lavori pesantissimi. Tossì convulsamente. La febbre lo stava divorando, ma alla visita medica l’avevano rispedito indietro con la dichiarazione: non ammalato.

Il giorno prima era anche svenuto e i compagni di sventura l’avevano trasportato nel capannone.

Che ore erano? Non lo sapeva. La prospettiva di tornare al lavoro lo sconvolgeva. «Questa è la fine» confessò bisbigliando a sé stesso, più volte. Tossì di nuovo.

Si accorse allora che gli altri erano già in piedi. Qualcuno confabulava, qualche altro parlava a voce alta. Alcuni addirittura ridevano e battevano le mani con allegria. Perché non erano già in rango per uscire al lavoro?

«Che succede?» chiese ad uno che passava.

«Chi lo sa? Pare che non si vada più al lavoro. Novità certamente».

La camerata era percorsa da un fremito venato di speranza in attesa delle novità, che risuonarono poco dopo dalla voce metallica del comandante del campo. Gelarono gli animi. Duecento prigionieri dovevano partire in giornata diretti in Serbia per effettuare lavori stradali!

Tutta la camerata era inclusa nei partenti.

«Questa è la fine» ripeté a sé stesso.

Anche gli altri si gettarono sulle loro brande annichiliti dalla notizia.

Alla sera vennero indirizzati verso la stazione in rango per quattro. Ogni cinque metri c’era una sentinella con baionetta inastata, dai cui volti, però, era scomparso lo sguardo altero e pieno di disprezzo per gli italiani. Trapelava altrettanto sconforto per quel viaggio e per quella destinazione del tutto indesiderata.

La locomotiva lanciò un prolungato fischio. Il treno partì a stento, ma pian piano riuscì a prendere velocità. Era seduto in una carrozza di terza classe, ma gli era andata bene. Altri prigionieri erano stati stivati in un carro bestiame. L’unico problema era l’aria umida della sera che gli arrivava dal finestrino senza vetro alla sua sinistra e che gli schiaffeggiava il volto. Aveva chiesto di provvedere ad un soldato di guardia, che però non era riuscito a risolvere l’inconveniente.

Febbre. Sentiva di avere la febbre, ma quell’aria fredda sul viso ridestò qualcosa in lui. Un’idea e una lucidità improvvisa.

Nel momento in cui si accorse che il treno rallentava, come una molla si gettò attraverso il finestrino. Cadde su una siepe. Si rialzò pesto e sanguinante e si mise a correre per i campi come un sasso scagliato da una fionda, mentre alcune pallottole gli sibilavano attorno.

Bruciato dalla febbre, zoppicando e infine trascinando a stento le sue membra sfinite riuscì a raggiungere la sua casa. Bussò nel modo convenuto. Si risvegliò, due giorni dopo, nel suo letto.

Attorno scorse i suoi familiari e la sua fidanzata. Era solo un sogno?

 

Ottobre-Novembre 1918

 

L’auto sfrecciava veloce verso la sede del Comando. Le sponde del Piave erano un groviglio di cavalli di frisia, reticolati, carogne d’animali, pezzi d’artiglieria, armi e casse di munizioni ai lati della strada.

Vide innumerevoli colonne di prigionieri laceri e disillusi. Ne ebbe pietà. Da poco era terminata la grande battaglia contro il nemico di sempre.

Vittoria!

Sapeva di aver dato il suo piccolo contributo, inviando informazioni, legate alle zampette dei piccioni, e negli ultimi giorni agendo col suo gruppo di sbandati ed ex prigionieri. Altro che disertori!

Mentre il fuoco ardeva dal Grappa al Piave e si avvicinava a Vittorio come un’ondata di petrolio in fiamme, col suo manipolo d’uomini aveva sabotato teleferiche, tagliato linee telefoniche, fatto esplodere depositi di munizioni.

Aveva capito che l’offensiva stava riuscendo alla notizia dello sgombero frettoloso di cinquecento “signorine” che con la loro grazia e con la loro cipria avevano mitigato l’odore delle caserme austriache.

Le cannonate su Vittorio e il progressivo tacere dell’artiglieria nemica erano state un’ulteriore conferma.

Come dimenticare la giornata del 30 ottobre? Soldati e borghesi che con sprezzo del pericolo avevano cacciato a fucilate gli ultimi austriaci da Vittorio. Più d’uno era morto con la vittoria fissa nelle pupille. E poi l’incontro col generale Zoppi, comandante della 1a Divisione d’assalto. E infine l’inseguimento notturno del nemico fino a San Floriano.

L’improvvisa frenata dell’auto arrestò i suoi ricordi.

Sceso dalla vettura incontrò il capitano medico dell’Armata, che a tutta prima non lo riconobbe.

«Ma come è mai possibile? Ma lei non è morto? » gli chiese strabuzzando gli occhi. Morto? Non capiva.

Fulmineamente la notizia del suo arrivo si propagò per tutto il Comando della VIII Armata. Tutti gli ufficiali presenti lo circondarono per poterlo abbracciare. Venne estratto energicamente da quella mischia gioiosa dal colonnello Carletti, sottocapo di Stato Maggiore.

«Venga, tenente. Sua Eccellenza desidera vederla» gli disse.

Mentre salivano il monumentale scalone di villa Corner a Cavasagra, in alto apparve la maestosa figura del generale Caviglia. Tremò al pensiero di stringere la mano che aveva stritolato il nemico.

«Bravo! Mi congratulo assai per quello che ha fatto. La Patria le sarà grata» lo accolse con un sorriso paterno.

«Eccellenza, non ho compiuto che il mio dovere».

Il generale che magnificamente aveva diretto la battaglia decisiva volle sapere tutti i particolari della sua missione oltre Piave, rivelandogli le ragioni per cui l’avevano dato per morto. Due ufficiali paracadutati il 23 ottobre nei pressi di Casa Dandolo, tenente Nicoloso e tenente Barnaba, avevano saputo da alcuni contadini che gli austriaci avevano catturato e fucilato un ufficiale italiano sospettato di spionaggio e dai connotati simili ai suoi. Avevano subito trasmesso la notizia con colombigramma.

«Ormai non avevamo più speranza di rivederla!» gli disse il generale al momento del commiato.

Appena uscito trovò ad attenderlo il tenente colonnello Dupont. Si guardarono negli occhi e senza dire nulla salirono in auto diretti a Resana.

Giunti in ufficio, l’alto ufficiale gli offrì una sigaretta e poi gli porse un plico.

«Eccole di ritorno il suo testamento. Ho avuto anch’io fede. Non sapevo capacitarmi della notizia della sua morte e non l’ho aperto e consegnato alla sua famiglia».

Non appena quel piccolo tenente veneto, che ironizzava spesso sulla sua statura affermando d’esser alto due centimetri più del Re, lasciò il suo ufficio, Dupont vergò di getto un lungo rapporto. Scrisse che se l’Armata poté entrare in azione con la piena conoscenza delle unità che aveva di fronte e della loro dislocazione ciò era da ascrivere al tenente Tandura, spinto unicamente da un sentimento di amor patrio e sperimentando coraggiosamente per primo un nuovo sistema di discesa dall’alto. Concluse proponendolo per la più alta delle onorificenze, la Medaglia d’Oro al Valor Militare, da concedere immediatamente sul campo.

Nelle sue memorie di guerra il capitano inglese William Wedgwood, che la notte del 9 agosto era col maggiore canadese William Barker alla guida del biposto Savoia Pomilio, scrisse: «Non ho mai visto un uomo più coraggioso di questo piccolo soldato italiano, il più valoroso soldato del mondo».

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Alessandro TanduraLa motivazione della medaglia d’oro conferita con decreto luogotenenziale 23 marzo 1919, nel 1923 venne modificata ed arricchita, così recitando: Alessandro Tandura, tenente complemento 11 battaglione d’assalto

Animato dal più ardente amore di Patria, si offriva per compiere una missione estremamente rischiosa: da un aeroplano in volo, si faceva lanciare con paracadute al di là delle linee nemiche nel Veneto invaso, dove, con alacre intelligenza ed indomito sprezzo di ogni pericolo, raccoglieva nuclei di ufficiali e soldati nostri dispersi, e, animandoli col proprio coraggio e con la propria fede, costituiva con essi un servizio d’informazioni che riuscì di preziosissimo ausilio alle operazioni. Due volte arrestato e due volte sfuggito, dopo tre mesi di audacie leggendarie, integrava l’avveduta e feconda opera sua, ponendosi arditamente alla testa delle sue schiere di ribelli e con esse insorgendo nel momento in cui si delineava la ritirata nemica, ed agevolando così l’avanzata vittoriosa delle nostre truppe. Fulgido esempio di abnegazione, di cosciente coraggio e di generosa, intera dedizione di tutto sé stesso alla Patria.

 

Piave - Vittorio Veneto, agosto-ottobre 1918

 

Alla sorella Emma Tandura e alla fidanzata Emma Petterle venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la medesima motivazione:

Con elevatissimo sentimento patriottico, rafforzatosi durante la occupazione nemica, sfidando il pericolo gravissimo di essere scoperta e quindi esposta a gravi sanzioni, collaborava con un suo congiunto, Ufficiale del R. Esercito, calatosi nottetempo con paracadute, oltre le linee nemiche, par audace impresa di guerra, fornendogli assistenza ed aiuto con fede mai doma, fino al ritorno nella sua terra redenta delle truppe liberatrici.

Vittorio Veneto, agosto-novembre 1918

 

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Nota biografica:

Tandura cPoco dopo il termine del conflitto Tandura venne congedato e sposò Emma Petterle. Nel 1921 chiese ed ottenne di essere riassunto in servizio. Assegnato al 55°, poi al 56° Fanteria, nel 1922 passò al 7° Reggimento Alpini col grado di tenente in SPE. Nel gennaio 1925 andò in Cirenaica col Corpo Truppe Coloniali. Il 7 luglio 1926 venne ferito ad una gamba in combattimento a Uadi el Kuf, meritando la MAVM. Rientrato in Italia e promosso capitano nel 1931 per meriti eccezionali, nel 1934 andò volontario in Somalia, partecipando a varie azioni. Il 25 aprile 1936 in un aspro combattimento a Birgot venne ferito all’occhio destro guadagnando un’altra MAVM e la promozione a maggiore per meriti di guerra. Dopo una breve licenza in Italia tornò a Mogadiscio nel maggio 1937. Venne raggiunto dalla moglie e dalle due figlie il 28 dicembre dello stesso anno. Il figlio Luigino era rimasto a Napoli, allievo alla Nunziatella. Rientrato in albergo, Croce del Sud, dopo un breve passaggio al Comando, Alessandro Tandura venne colto da malore e morì tra le braccia della moglie.

 

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