(ASI) Uno dei più grandi problemi della nostra contemporaneità è la mancanza di ascolto. Esso è un problema che attraversa, nella sua più tangibile quotidianità, la nostra società e che abita il nostro tempo. Questa mancanza di ascolto è, indiscutibilmente, un male sociale (e forse il male sociale).

La rivoluzione tecnica prima e quella tecnologica dopo, hanno letteralmente trasformato la natura dell’uomo, modificando il suo mondo ed il modo in cui ci si relaziona ad esso. Anche se talora non riusciamo a coglierne i più intimi meccanismi ed ingranaggi, tutti siamo in grado di comprendere le gradi opportunità e innovazioni che la tecnologia ha donato, sta donando e donerà. Dietro gli immensi vantaggi e benefici, si nascondono tuttavia pericoli che è bene non sminuire. Uno di questi pericoli è, a mio parere, dato dalla incapacità di ascoltare l’altro. La società tecnologica è una società accelerata che ha la pretesa di imporsi via via come la migliore delle realtà possibili. Chi è fuori da questo sistema sempre più aggiornato e progredito è come morto. È la legge del progresso, dunque, che muove la società della tecnologia. L’ascolto, invece, segue una legge, per così dire, del tutto opposta. Non la velocità, non il progresso, non l’avanzamento. L’ascolto richiede concentrazione, riposo, lentezza.

Ora, uno dei rischi maggiori che si annidano all’interno della società tecnologica è la superficialità. Chi abita in questa società vive in una superficie appiattita e livellata che richiede progresso e rapidità. La fiducia nella ricerca del progresso e dell’avanzamento tecnologico, la volontà di comprendere e spiegare in maniera determinata e puntuale la totalità del reale: queste sono le priorità assolute. Non c’è tempo per pensare ad altro. Non c’è tempo per un pensiero profondo che si apre alla domanda, che la ricerca faticosamente, che si rifugia nella straordinaria profondità del domandare. Comprendere tutto ciò significa già mettere in questione la società tecnologica, interrogare il nostro tempo. Significa cioè ascoltare i bisogni latenti e le urgenze più segrete della nostra società che, prima ancora che essere una società tecnologica, è in senso stretto la comunità pulsante di “cuori che ascoltano” (cfr. 1Re 3, 9).

Ma che cosa significa “ascoltare”? Che cosa è l’ascolto?

Il termine “ascoltare” deriva dal latino auscultare che significa “sentire con l’orecchio” o, secondo un’altra espressione, “prestare orecchio”. Secondo questi significati, la parola “ascoltare”, nella sua autenticità, indica originariamente un dare, un donare, un offrire. L’ascolto è esso stesso un’offerta. Nell’ascolto, infatti, io offro me stesso all’altro, gli presto orecchio, dono genuinamente il mio essere. Si tratta di un’offerta che ha il carattere della preoccupazione. Ascoltare l’altro, cioè, vuole dire scrupolosamente preoccuparsi di lui, prendersi carico delle sue parole. È la cura il fondamento essenziale dell’ascolto. Senza di essa, l’ascolto non è mai autentico. Curare l’altro significa altresì fidarsi di lui, dare dignità e valore alle parole che l’altro a sua volta mi offre. Ciò che ricaviamo da questa affermazione è che l’ascolto è indissolubilmente legato alla fiducia. Ascoltare è, in un senso forte, fidarsi dell’altro, dare fiducia all’altro o, allo stesso tempo, affidarsi all’altro. La mancanza di ascolto è dunque, disgraziatamente, mancanza di cura e di fiducia. Quando l’altro non viene più ascoltato, questi sprofonda nella tragica dimensione dell’abbandono. Chi non viene ascoltato è abbandonato. Non è più difeso e salvaguardato. Non ha più punti solidi a cui aggrapparsi e affidarsi. Allo stesso tempo, chi non ascolta si chiude miseramente nel recinto dell’io, serrando le porte all’altro, velando il proprio cuore. L’io che non ascolta ritiene di non avere bisogno dell’altro. Egli non si svela. La sua esistenza è letteralmente una perenne chiusura. Pertanto, ciò che se ne deduce è che chi non ascolta e chi non è ascoltato vivono una eguale condizione. Entrambi, difatti, ciascuno in modo del tutto singolare, precipitano nell’orizzonte dell’incuria e dello sconforto. Entrambi perdono una grande occasione di crescita e maturità, non riuscendo a cogliere né riconoscere la bellezza dell’alterità, la sua sconvolgente meraviglia.

L’esistenza si manifesta principalmente attraverso la facoltà di ascolto. Se è vero che l’attività umana è ricerca di senso, è vero anche che si tratta di una ricerca per mezzo della quale l’uomo abbandona il pre-giudizio e, di conseguenza, si apre all’ascolto della novità dell’altro, aprendosi altresì allo stupore, facendo esperienza di sé e del mondo. L’intera esperienza della conoscenza è in fondo un “ascoltare” che ci fa comprendere da un lato il senso della nostra finitezza e del limite, dall’altro l’inesauribilità di ciò che ci circonda: c’è molto di più, c’è sempre di più. Questa esperienza ci costringe a fare i conti con la nostra ineludibile fragilità e con l’infinita ricchezza di senso che tutto ciò che ci circonda può darci in ogni momento.

Per potere sopravvivere nel mare magnum della vita, l’uomo ha bisogno di fermarsi ed ascoltare. La vita, dunque, risulta come una scalata dura e faticosa. Da soli non ce la possiamo fare. Nella solitudine dello spettacolo montano, abbiamo bisogno di una mano per salire fin sulla cima del monte roccioso. Come in un dipinto di Friedrich. Perché ciò avvenga è necessario rispondere all’aiuto offertoci, tendere la propria mano, lasciare parlare il silenzio per ascoltarlo nella sua intima straordinarietà.

Danilo Serra per Agenzia Stampa Italia

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