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(ASI) La foto del nostro Primo ministro Monti che, a Washington, stringe la mano al suo omologo americano Obama resterà negli annali. Rappresenta l’ottenimento ufficiale, da parte del nuovo Governo italiano, dell’approvazione occidentale. Contestualmente, l’effige di Monti appare in copertina sull’importante rivista Time che gli dedica un irrituale panegirico sotto forma della domanda retorica: può quest’uomo salvare l’Europa?

L’aurea salvifica di mister Monti si ammanta poi di un ulteriore riconoscimento che una serie di influenti personalità si sperticano per esaltare, ossia l’innovativa, presunta sobrietà di cui l’Esecutivo dei “tecnici” si starebbe facendo garante agli occhi del mondo. Così restituendo all’immagine dell’Italia, sbiadita dopo un periodo berlusconiano contraddistinto da immoralità e ineleganza, un prestigio internazionale.

Di questo beneplacito occidentale sembrerebbe che gli italiani se ne stiano fregiando con redivivo orgoglio nazionalista. Il consenso nei confronti di Monti e della sua squadra di tecnici - dicono i sondaggi - ha subìto dagli osanna di novembre ad oggi solo un lieve calo, nonostante le misure d’austerità che peseranno drammaticamente nelle tasche dei cittadini. Questa popolarità, alquanto inconsueta se espressa nei confronti di un Governo di banchieri che si presenta (dopo esser stato nominato da Napolitano e non votato dai cittadini) promettendo “lacrime e sangue”, è un indicatore evidente di una dinamica tipicamente da società delle immagini: l’assenza di armonia tra i due elementi di forma e sostanza, con il primo che domina sul secondo. Basta il “bon ton” a coprire le cattive azioni. Eccezion fatta per l’ex ministro del Tesoro Tremonti (un liberista riscopertosi improvvisamente acerrimo avversario delle “banche rapinatrici”, il quale addirittura arriva a predicare una resistenza alla dittatura finanziaria), all’interno dell’alveo politico-istituzionale vige un torpore tale per cui nessuno si prende la responsabilità di farsi preoccupato portavoce, presso gli italiani, del mutamento drastico, doloroso verso cui una squadra di tecnici prestati alla politica sta conducendo il Paese.

La missione, di cui Monti e la sua squadra sono gli esecutori, è non riformatrice ma rivoluzionaria. In questo senso va inquadrata una frase che Monti ha espresso senza mezzi termini durante la sua visita a Washington. “Voglio cambiare gli italiani” ha detto l’uomo di Goldman Sachs. Parole che si collocano sulla scia della celebre “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”, pronunciata dal massone Massimo d’Azeglio a margine della riunificazione politica della penisola nel 1861. C’è un comun denominatore, d’altronde, tra l’epoca attuale e il “risorgimento”, ovvero il profondo interesse da parte straniera affinché in Italia avvenga un radicale cambiamento, sociale prima che politico ed economico. All’epoca, il fervore cattolico del popolo italiano veniva considerato un ostacolo alle pretese egemoniche sabaude ordite da una classe politica uscita in massa dalle scuole di pensiero liberali anglosassoni e dalle logge massoniche. Oggi, una certa indole tradizionale, che ancora persiste tra gli italiani, costituisce il vero argine ad un ultraliberismo che imperversa cinico e senza freni ovunque, nel mondo occidentale. La famosa missiva della Banca Centrale Europea all’indirizzo di Berlusconi (un vero e proprio ultimatum che venne recapitato ad un sottoposto recalcitrante) è lì a testimoniare quanto l’influenza straniera spiri sull’Italia in questa fase. Liquidato il disubbidiente Cavaliere con un’offensiva speculatrice che lo ha costretto alle dimissioni, ora il banchiere Mario Monti è finalmente l’uomo che può eseguire le direttive finanziarie con zelo.

Non riforme ma rivoluzioni, appunto. Minimizzare la portata di un’infelice battuta rivolta ai giovani italiani da parte di Monti è un esercizio che non aiuta a comprendere la situazione attuale. Il premier, quando ha affermato che il posto fisso è una noia, altro non ha fatto che esplicitare il suo intento che, passando attraverso la riforma del lavoro, stravolgerà lo stile di vita, finanche l’identità degli italiani. Dopo la sua “cura”, l’Italia conoscerà una nuova epoca all’insegna di flessibilità e precariato diffuse in modo esponenziale. Uno scenario che si ripercuoterà sulle nostre abitudini, importando un modello che, oltre ad esserci storicamente estraneo, costituisce il piccone che demolirà l’istituto su cui, anche se con enorme fatica, ancora si basa la nostra società: la famiglia. Negli Stati Uniti, infatti, l’enorme flessibilità lavorativa, tale da aver quasi soppresso il concetto di posto fisso, è causa di una desolante precarietà nei rapporti umani. Il Pew Research Center, un accreditato organismo di ricerca, ha pubblicato alla fine del 2011 uno studio sulla popolazione americana secondo il quale la percentuale di “single” ha superato (prima volta nella storia) quella degli sposati. Ne consegue anche un ulteriore calo delle natalità. Lo stesso studio del Pew Research Center sostiene che la felicità sia inversamente proporzionale a questa tendenza, giacché la pur esigua cifra del 43% delle coppie sposate si dice felice, di contro ad un avvilente 24% degli “scapoli”. Quest’ultima statistica dimostrerebbe che la condizione di “single” non è voluta ma indotta da contingenze. Del resto, la scelta matrimoniale si basa su una serie di certezze, punti di riferimento (sia geografici che ideali) e serenità, che il lavoro flessibile (con le sue frenetiche competitività e brama di guadagno) non garantisce. Ecco spiegate le contingenze che impediscono un equilibrato sviluppo dei rapporti umani, colonna portante di quelle interazioni sentimentali che sfociano nel matrimonio e nella nascita di figli.

Le braccia di Obama e Monti protese per stringersi la mano rappresentano un nuovo ponte gettato tra gli Stati Uniti e l’Italia, sul quale passerà lo stile di vita precario degli yankee odierni al fine di contagiare in modo coatto anche gli abitanti del Belpaese. Dietro il gelido volto di Monti, il suo linguaggio forbito e i suoi modi garbati, si cela una “cura” rivoluzionaria. Il diffondersi della flessibilità lavorativa, la quale soppianterà completamente il posto fisso, demolirà con esso quel che rimane dell’istituto familiare, ultimo e fondamentale valore di un Paese - un tempo vivace, giovane e fecondo - destinato a cedere del tutto all’imbarbarimento.

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