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(ASI) Ma noi, da che tipo di persone siamo amministrati ? Non dico statisti, che visti i chiari di luna mi pare quantomeno audace ed azzardato, ma sarebbe almeno auspicabile che fossero persone normali, ma vacilla anche questa minima speranza, almeno a giudicare dalle dichiarazioni e dalle interviste che i politici fanno a getto continuo.

 Prendiamo, tanto per fare un esempio, l’intervista rilasciata al Corriere della Sera dall’ex ministro Andrea Ronchi, l’autore della legge sull’acqua, azzerata dalla valanga di sì del referendum.

Lei, Ronchi - gli chiede il giornalista - è lo sconfitto del giorno? “Sono convinto di aver fatto una buona legge, certo la legge si sarebbe potuto migliorare, tutto è migliorabile”. Allora se aveva capito che c’erano margini per migliorarla, perché non lo ha fatto ? Invece di farci buttare via 330 milioni di euro per il referendum. Poi aggiunge, con la massima disinvoltura. “Far funzionare i servizi pubblici costa 120 miliardi di euro. Senza i privati, come faranno i comuni che sono senza un euro?” E’ maledettamente vero che i politici ormai sono nel pallone, distanti anni luce dalla realtà quotidiana, ma, perbacco, ci dovrebbe pur essere anche un limite. Come fa un parlamentare, ex ministro, a non sapere, e a non capire, che se i privati intervengono per investire 120 miliardi, lo fanno per investire, il che significa impiegare del capitale per ottenere il massimo profitto, vale a dire non solo il recupero del capitale investito, ma anche un congruo guadagno. Trattandosi di un bene primario (l’acqua, appunto) a domanda rigida ci sono tutte le condizioni per le inevitabili speculazioni. Quando si tratta di un bene primario lasciare campo libero ai privati produce effetti devastanti. Basta vedere, nell’indifferenza generale, la volgare speculazione che viene fatta con i prodotti farmaceutici. Lo sa bene chi, con la salute malferma, è costretto a far uso frequente di medicinali. L’argento? L’oro? Il platino? Merce “povera” rispetto a quelle capsule “miracolose” di pochi mg che guariscono, o meglio promettono di guarire, un malanno ma rischiano, come viene ricordato da un interminabile elenco di “effetti indesiderati”, di provocare altre più gravi patologie. E costano molto di più di tutti gli altri beni disponibili sulla terra. Uno squallido sfruttamento, peraltro a scapito delle persone più deboli, perché malate. Ma, è incredibile, nessuno s’indigna e si scandalizza. Anche se sappiamo l’obiezione: con le medicine bisogna anche pagare la ricerca. Un luogo comune che non corrisponde affatto alla realtà. Sul Sole 24 Ore, qualche tempo fa, è stato riportato un elenco dei settori privati in cui maggiore è l’investimento per la ricerca, ebbene il settore meno incentivato era proprio il settore farmaceutico. La (poca) ricerca in materia di sanità la sostiene lo Stato, i vantaggi economici li traggono i privati, appunto, pensare che mettano i soldi per l’acqua solo perché i sindaci non hanno più un euro, è una cosa fuori dal mondo.

La gestione pubblica, quindi, è da privilegiare quando si tratta di beni e servizi di prima necessità, purché, naturalmente, la gestione sia affidata a manager di provato valore, con personale esperto e altamente qualificato, e non sia, invece, come è accaduto spesso, per non dire sempre, una riserva di caccia dei politici, con personale inviato dalle segreterie dei partiti o, peggio, proveniente direttamente dalle stanze da letto del potente di turno.

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