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(ASI) Da quando il cosiddetto decreto “del fare” è stato pubblicato sulla stampa italiana, sembra che il Governo di larghe intese “Letta – Alfano” si sia messo l’anima in pace, avendo “promulgato” ciò per anni non era stato fatto. Tuttavia, considerando che i protagonisti di questi punti del decreto in questione sono gli stessi governanti degli ultimi vent’anni, c’è sempre da chiedersi come mai tutto ciò non sia stato pensato e realizzato prima. Ebbene, decreto a parte, la situazione è drammatica. Le città sono a rischio desertificazione (senza interventi urgenti), la disoccupazione giovanile è in costante crescita (la parola giovani piace così tanto da riempire tutte le prime pagine, ma i provvedimenti sono nulli) ed ogni giorno chiude un’azienda storica. Per conoscenza, al duo Letta – Alfano è giusto raccontare qualche caso emblematico, in giro per lo stivale.

Cominciamo con l’azienda “Brembo”, di Bergamo. Conti in attivo, l’azienda è in pieno vigore, e si è in presenza di una crescita dei ricavi del 6,3% nell’ultimo trimestre. Nulla da eccepire. Eppure, due linee di produzione stanno per esser trasferite in Repubblica Ceca e Polonia. L’azienda produce freni, e rischiano di sparire duecento posti di lavoro, tra Curno, Stezzano e Mapello. Per Alberto Bombassei non c’è storia da sentire. Se in Repubblica Ceca e in Polonia un operaio costa 14 mila euro, e in Italia 42 mila, non bisogna esitare a delocalizzare. Bisognerebbe ricordare al Signor Bombassei che è parlamentare della Repubblica Italiana (Scelta Civica), vicepresidente di Confindustria e membro dei consigli di amministrazione di Ntv, Italcementi e Pirelli. Per il ruolo che riveste, lasciare a casa 200 salariati italiani in nome del profitto (quando la realtà è addirittura in crescita) dovrebbe essere una bestemmia. Invece, ne è pieno alfiere.

120 dipendenti a rischio sono nello stabilimento di “Marcegaglia”, a Graffignana, provincia di Lodi. In loco si producono ponteggi, e dopo la mobilità, è scattata la cassa integrazione speciale, che scadrà a febbraio 2014. Cosa poi ne sarà dell’azienda, è cosa sconosciuta. Essendo la produzione calata del 75%, l’unica soluzione sarebbe aprire una trattativa nazionale. Anche in questo caso, chiederei al’ex dirigente di Confindustria Emma Marcegaglia, di intervenire, altrimenti 120 famiglie non vedranno spiragli di luce a breve.

Molti di noi avranno visto nei supermercati la famosa brioche “Tre Marie”, Fondata a Milano nel 1866, la storica azienda lascerà la produzione a Lambrate. Stop ai dolci quindi. Dal 2010 l’azienda è diventata proprietà della Sammontana. Poi sono cominciate le perdite, sino ad arrivare all’iniziale trasloco in Veneto, tagli, e la decisione di chiudere la fabbrica di Lambrate. Rimarrà solo Milano, a produrre panettoni e colombe. A Lambrate nessuno vuole investire.

E rimaniamo in Lombardia, spostandoci verso Pavia. Stavolta l’azienda è la “Merck”, (Merck Sharp & Dohme), famosa per produrre lo Januvia, l’antidiabetico più venduto dalla multinazionale dei farmaci. In questo caso potrebbero “saltare” 400 posti di lavoro, in nome della delocalizzazione. Ebbene, come nel caso della Brembo, l’irrevocabile volontà delocalizzatrice è sempre in nome del profitto, delle strategie globali, del “mercato”. E l’Italia, Pavia e chiunque altro si può arrangiare. Il Ministero della Sanità non può non reagire di fronte a questa decisione, e, ad ogni costo, si passi al boicottaggio. Anche eliminando il farmaco dalla lista dei prodotti del Servizio Sanitario Nazionale.

Se la Lombardia rischia di annoiare, passiamo alla Puglia, dove la “Natuzzi” avrebbe deciso di traslocare da Laterza, in provincia di Taranto. Anche in questo caso parliamo della più grande azienda italiana nel settore dell’arredamento. Avendo comunicato 430 nuovi esuberi, sommatisi ai 1470 attuali, e scadendo la cassa integrazione il prossimo 28 ottobre, la Natuzzi, scaricando lavoratori e sindacati, pensa all’India. In nome del profitto, si sarebbe chiesta una riduzione al netto del personale almeno del 50%. Sarebbe Made in Italy questo? Attualmente l’azienda possiede 11 stabilimenti, di cui 7 in Italia (Taranto, Matera, Santeramo, Udine e Napoli) e 4 all’estero, tra Cina, Brasile e Romania. Il fatturato del 2011 dichiarato è di 486,4 milioni di Euro. Anche il Signor Pasquale Mattuzzi, presidente del gruppo, potrebbe riflettere bene sulle sue decisioni.

Per finire questo rapido volo d’angelo, passiamo al Veneto e alla “Stefanel”, azienda di abbigliamento. Lo stabilimento di Ponte di Piave (Treviso) intenderebbe lasciare a casa 93 dei 200 dipendenti. Si tratta di una quota degli esuberi già stimata nel 2009 e che viene a maturazione in questo mese di giugno dopo la cassa integrazione e i contratti di solidarietà. Gli interessati potranno beneficiare di un supplemento di c.i. fino al prossimo febbraio 2014, poi si aprirà per loro la mobilità, da due a tre anni in base all’anzianità. Per il momento, dunque, non si tratta ancora di licenziamenti. Bisognerà considerare il futuro. Difatti, se pensiamo a realtà come Ponte di Piave, nessun altro posto di lavoro sarebbe possibile, né altre aziende assorbirebbero determinata manodopera. La rete commerciale probabilmente non ne risentirebbe, ma il tessuto sociale cittadino sarebbe distrutto.

Come se il privato non bastasse, il pubblico non se la passa meglio. Chiuderanno, entro il 2013, i laboratori dell'Arpav di Padova (Azienda Regionale per la Protezione e Prevenzione Ambientale). Il catastrofico annuncio è giunto pochi giorni fa dai vertici aziendali: i tagli fatti al bilancio della sanità regionale non offrirebbero altra alternativa, a loro avviso. Sul piede di guerra vi sarebbero i sindacati, determinati a difendere i posti di lavoro dei 40 tecnici di laboratorio che in questo modo risulterebbero in esubero e allo stesso tempo anche i servizi, penalizzati di gran lunga da questa chiusura. A gravare sul bilancio Arpav, oltre ai recenti tagli, vi sarebbero anche dei colossali buchi lasciati dalle amministrazioni precedenti arrivati ormai a quota 38 milioni di euro (da rammentare che l’ex presidente Andrea Drago è indagato per turbativa d'asta, peculato, falso e abuso d'ufficio; una magra figura per un dirigente pubblico). Così dopo i laboratori di Rovigo, Belluno e Vicenza rischia di chiudere anche quello di Padova.

L’elenco potrebbe continuare ore, ed è voluto essere a titolo esemplificativo. Il decreto del fare non basta. Bisogna agire in fretta. Altrimenti in breve tempo l’esistenza medesima della nazione è a rischio.

 

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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