Culicchia, ancora oggi in Italia l'avversario politico è considerato un nemico e in quanto tale viene disumanizzato

(ASI) Abbiamo avuto il piacere di intervista lo scrittore Giuseppe Culicchia, da pochi giorni in libreria con il suo nuovo libro “Uccidere un fascista – Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio”. Con lui abbiamo ripercorso non solo questa tragica vicenda ma anche provato a fare un bilancio degli anni di piombo in cui l’avversario politico era un nemico da eliminare fisicamente.

Proprio all’inizio del libro parli di una guerra civile che non è mai finita perché ha saputo darsi i semi dell’odio. Perché nessuno sembra avere realmente l’intenzione di recidere questa pianta così nociva?

Come spiego nel libro, la guerra civile in Italia ha conosciuto 3 fasi distinte finora: la prima nel biennio rosso 1919-1922 e l’ascesa del Fascismo; poi il biennio 1943-45 con la Repubblica Sociale Italiana e la Resistenza; poi questa ulteriore esplosione di violenza che si verifica negli anni ’70.

Se pensiamo che sono passati 50 anni dall’assassinio di Sergio Ramelli, dobbiamo anche pensare che all’epoca ne erano passati soltanto 30 dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quindi i ragazzi che negli anni 70 avevano vent'anni erano figli o nipoti di chi durante la guerra aveva combattuto molto spesso su sponde opposte e quindi c'era quest'idea, da una parte, che la resistenza fosse stata tradita e, dall'altra, che fosse stato tradito l'onore d'Italia con l’8 settembre. Quindi c’era come un odio che attraversava tutto il ‘900 e che ha dunque radici profonde.

Alberto Arbasino sosteneva che l'Italia è un paese sempre diviso e faceva risalire tutto agli Orazi e ai Curiazi, Guelfi e Ghibellini; quindi, probabilmente, è un qualche cosa che trascende addirittura il ‘900. Sta di fatto che, ancora oggi in Italia, l'avversario politico è considerato un nemico e in quanto tale viene disumanizzato. Ovviamente, per fortuna, non viviamo una riedizione di quegli anni. Quello che mi fa impressione, comunque, è constatare come appunto non ci sia più la capacità di dialogare con l'altro, quella, fondamentalmente, di rispettare l'avversario in quanto tale e combattere le idee con altre idee.

.Sempre nel libro dici “i morti non sono tutti uguali”. Prima hai dedicato due libri a Walter Alasia, adesso uno a Sergio Ramelli. Come mai queste scelte?

 Sono due storie che per un certo aspetto vanno in parallelo ma che poi si dividono: Walter Alasia e Sergio Ramelli hanno molte cose in comune.

Sono nati lo stesso anno a pochi mesi di distanza e a pochi chilometri di distanza, da due famiglie una operaia e l'altra piccolo borghese, due famiglie normali. Avevano passioni in comune: la musica, lo sport, il tifo per l'Inter, portavano i capelli lunghi. L’altra cosa che li accomunava, naturalmente, è questa passione, che nasce durante la loro adolescenza, per la politica. A quel punto nelle strade si dividono perché appunto uno, Walter, sceglie Lotta Continua che è un movimento extraparlamentare di sinistra e l’altro, Sergio, invece entra a far parte del Fronte della gioventù che è un movimento giovanile di un partito che invece siede in Parlamento. Poi Walter passerà nelle Brigate Rosse e la sua scelta peserà, però la sua è una scelta consapevole. Walter sceglie la lotta armata quindi sa perfettamente che potrà uccidere e potrà venire ucciso, Sergio no. Lui scrive soltanto un tema, un tema in cui tra l'altro stigmatizza proprio l'indifferenza dimostrata dalle istituzioni repubblicane, dalle forze democratiche, nel momento in cui le Brigate Rosse commettono i primi due omicidi ai danni di due militanti missini a Padova (Giralucci e Mazzola). Allora nel momento in cui Sergio Ramelli viene aggredito, semplicemente per il fatto di aver scritto quel tema e per le idee che ha, non è uno che ha imbracciato un'arma. Lui è un ragazzo di 18 anni che al massimo il pomeriggio andava ad attaccare i manifesti del Fronte della gioventù a Città Studi a Milano; quindi la violenza che lo colpisce è ancor più agghiacciante perché è una violenza che colpisce un ragazzo per il semplice fatto di avere delle idee diverse rispetto a quelle di chi lo ha aggredito, tra l’altro con un metodo che non si esiterebbe a definire squadrista, visto che erano in 8 ad attenderlo mentre lui era da solo.

Il commando che ha ucciso Ramelli era composto da studenti di medicina, tu credi che potessero non essere consapevoli dei danni che, nella migliore delle ipotesi, gli avrebbero potuto causare?

 È difficile pensare che non fossero minimamente consapevoli di ciò, dei danni che avrebbero arrecato a Sergio nel momento in cui lo picchiarono sul cranio con quelle chiavi inglesi che pesavano 3 chili e mezzo l’una; fa ancora più impressione il fatto che tra loro ci sia chi poi un anno dopo partecipa all'assalto al bar Porto di Classe, dove uno degli avventori rimarrà invalido a vita. Questo avviene un anno dopo l’aggressione a Sergio e quindi sapendo che Ramelli dopo 40 e passa giorni di coma era morto in conseguenza di quell’aggressione. La risposta a questa domanda sta nei fatti.

Tra le conclusioni del tuo libro c’è “la lotta antifascista si è risolta in una lotta politica di parte realizzata con la violenza e la sopraffazione in netta antitesi con quei valori che pretendevano di affermare”. Secondo te chi è rimasto impunto per quei fatti se ne è reso conto?

 Bisognerebbe chiederlo a loro… credo che chi ha vissuto quella stagione e che oggi non ha più vent'anni ma ne ha 70 e guardi a quel periodo, se ha una maggiore consapevolezza, faccia un po’ di fatica a rivendicare tutto ciò che è stato fatto perché quelli sono anni che hanno falcidiato letteralmente una generazione; troppi ragazzi sono morti e non si può non pensare al dolore che c’è dietro quelle morti, a tutte quelle famiglie, a tutti gli amici di quei ragazzi. Quando tu uccidi una persona il dolore che provochi è come buttare un sasso in uno stagno, è una cosa che coinvolge una comunità intera. Sono state centinaia le vittime: ragazzi di destra e di sinistra, ragazzi che indossavano una divisa delle forze dell'ordine, persone che facevano un mestiere a volte attinente a quello che stava accadendo, penso ai magistrati, altre volte persone che prendevano un treno, che si trovavano in una piazza, in una banca al momento sbagliato all’ora sbagliata. È un impressionante elenco di lutti figli tutti di quell'odio.

Oggi in Italia, ma anche in tanti paesi in tutto il mondo, soffia un vento di destra e da più parti si levano le voci di un presunto ritorno al fascismo e si assiste ad una nuova chiamata alle armi per la difesa della democrazia. Non credi che questo clima possa essere simile a quello che tu hai descritto nel libro e che potrebbe avere gli stessi effetti?

 No, io penso che siamo in presenza di un cambiamento radicale di paradigma e che non ci siano dei paralleli attualmente con quanto accadeva negli anni ’70. A cominciare dal fatto che la stragrande maggioranza dei giovani ha un atteggiamento complessivamente indifferente nei confronti delle idee politiche del ‘900 e di quello che ha prodotto. Piuttosto credo che stiamo vivendo un cambiamento epocale non soltanto per quanto accade dal punto di vista geopolitico ma dal punto di vista dell'avvento dell'Intelligenza Artificiale, che avrà ripercussioni non soltanto per quanto riguarda naturalmente il mondo del lavoro, con la perdita di milioni e milioni di posti di lavoro, ma col fatto che l’AI già viene usata sui campi di battaglia. Ecco, se noi pensiamo ai campi di battaglia del ‘900 o alle rivolte e alle rivoluzioni del ‘900 in cui comunque c'era la ferocia più grande, c’era sempre anche la speranza di un bagliore di umanità. Sto pensando per esempio all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, dove tra i pochi superstiti c’è un bambino che venne salvato con la sua famiglia per il fatto che il giovane delle SS cui era stato ordinato di ucciderli fece segno loro di scappare e sparò in aria; ecco una cosa del genere l'AI non la farà mai e questa è una cosa che mi spaventa molto di più rispetto a quanto possa accadere.L'altra questione che mi fa sorgere qualche domanda è l'idea che 27 paesi che non sono riusciti nell'arco di decenni ad avere una politica comune, in pratica hanno solo una moneta comune, possano avere un esercito comune, mi immagino appunto 27 Stati Maggiori che devono mettersi d'accordo su che cosa fare in determinate circostanze.

Mi sembra per certi versi un brutto film.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, ha pubblicato una trentina di libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo romanzo Tutti giù per terra è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è un bestseller della collana Contromano di Laterza. Tra i suoi titoli: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metró (2012), Il tempo di vivere con te (2021), dedicato al cugino Walter Alasia e La bambina che non doveva piangere, dedicato alla madre di Alasia, Ada Tibaldi. Ha tradotto fra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Fabrizio Di Ernesto per  Agenzia Stampa Italia

Uccidere un fascista – Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio. Mondadori, pagg. 240 € 19,00

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Fonte foto  profilo facebook dello scrittore Giuseppe Culicchia

 

 

 

 

 

 

 

 

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