Il futuro della Bosnia: Francia e Germania bloccheranno Meloni?
(ASI) Martedì 21 luglio, dopo settimane di stallo, il Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (PIC) – l’organismo internazionale incaricato di supervisionare l’attuazione degli Accordi di Pace di Dayton del 1995 – tenterà nuovamente di nominare un nuovo Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina (BiH).
Si tratta di una decisione che metterà alla prova la leadership della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in materia di sicurezza europea e Balcani.
I precedenti incontri di giugno e luglio si sono conclusi senza un consenso: Francia e Germania sostengono un candidato orientato al mantenimento dello status quo e giudicato favorevole a preservare l'attuale equilibrio politico a trazione bosgnacca (musulmana), mentre Italia e Stati Uniti appoggiano un esperto diplomatico italiano intenzionato a promuovere riforme più ampie e orientate alla democrazia sia dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) sia dello stesso assetto previsto dagli Accordi di Dayton. Poiché Italia e Stati Uniti rappresentano una quota significativa dei voti nel PIC, lo stallo con Francia e Germania sta creando divisioni su un tema che storicamente aveva rappresentato un punto di unità transatlantica.
Il diplomatico americano Louis Crishock ricopre attualmente l’incarico ad interim fino alla nomina ufficiale.
La posizione, lasciata vacante all’inizio dell’anno dal diplomatico tedesco Christian Schmidt, la cui legittimità è stata contestata dai principali rappresentanti politici serbi e croati della Bosnia, rimane uno degli incarichi più potenti del Paese. Nato come istituzione temporanea incaricata di vigilare sull’attuazione degli aspetti civili dell’Accordo di Pace, l’OHR è divenuto una presenza permanente nel sistema politico bosniaco, mantenendo il potere di imporre leggi, sospendere norme e rimuovere funzionari eletti senza revisione giudiziaria.
Fin dalla sua istituzione, l’OHR è stato criticato da molti leader serbo-ortodossi e croato-cattolici, che sostengono che l’istituzione tenda a favorire le istanze politiche della componente bosgnacca, marginalizzando la rappresentanza delle altre comunità storiche del Paese.
Durante una conferenza stampa congiunta del 13 luglio insieme al leader dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina, Dragan Čović, l’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha affermato che «tutte le decisioni del PIC sono state contrarie alla stabilità di lungo periodo e hanno usurpato i diritti dei popoli costituenti».
Durante il mandato di Schmidt, l’OHR ha modificato il codice penale della Bosnia-Erzegovina, provvedimenti che hanno portato all’avvio di procedimenti penali contro Dodik e alla sospensione dei finanziamenti pubblici al suo partito politico. Le sanzioni internazionali contro Dodik sono state revocate nel 2025 dall’Amministrazione Trump.
Il successo di Dayton e i suoi limiti
Il dibattito sul successore di Schmidt riflette una questione più ampia che la Bosnia affronta ormai da quasi trent’anni dalla fine della guerra: il quadro istituzionale di Dayton deve rimanere immutato oppure dovrebbe evolversi per rispecchiare l’attuale realtà politica del Paese?
Gli Accordi di Dayton hanno avuto il merito di porre fine alla guerra in Bosnia, preservare la Bosnia-Erzegovina come Stato unitario e impedire il ritorno di un conflitto su larga scala.
Molti analisti, tuttavia, sostengono che Dayton sia stato concepito per fermare una guerra, non per costituire indefinitamente l’assetto costituzionale di uno Stato democratico moderno.
Le quote di rappresentanza etnica, la sovrapposizione delle competenze istituzionali e i molteplici poteri di veto hanno contribuito a un persistente stallo politico, rallentando le riforme economiche e istituzionali. Secondo i critici, questo sistema ha inoltre consentito all’OHR di esercitare poteri straordinari con una limitata responsabilità democratica.
Max Primorac, ricercatore senior della Heritage Foundation, sostiene che Dayton abbia lasciato la Bosnia «frammentata, profondamente divisa e priva di sovranità, governata non dai suoi tre popoli costituenti ma da un gruppo di diplomatici internazionali con il potere di destituire arbitrariamente funzionari eletti, annullare leggi approvate, privare gli elettori della rappresentanza e imporre una fittizia identità civica “bosniaca” che favorisce i musulmani rispetto ai cristiani».
Primorac sostiene inoltre che le debolezze del sistema politico post-Dayton abbiano finito per agevolare l'influenza di reti di attori confessionali. Nel suo studio, lo studioso richiama i rapporti storici tra esponenti politici bosgnacchi e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana risalenti alla guerra di Bosnia, nonché la presenza nel Paese di organizzazioni considerate vicine ai Fratelli Musulmani.
Diversi esponenti politici e rappresentanti delle comunità serbe e croate della Bosnia, insieme ad alcuni responsabili politici europei, hanno espresso preoccupazione per la crescita di influenze esterne di matrice confessionale e per la percezione di una progressiva marginalizzazione politica dei cittadini non islamici della Bosnia-Erzegovina all’interno dell’attuale sistema di governance internazionale. Secondo tali osservatori, questi fattori incidono non solo sulla stabilità regionale, ma anche sulla sicurezza complessiva degli Stati membri dell’Unione Europea.
Visioni contrapposte per l’Ufficio dell’Alto Rappresentante
La competizione per succedere a Schmidt si è ormai ridotta a due candidati sostenuti da differenti coalizioni internazionali.
Stati Uniti e Italia sostengono il veterano della diplomazia italiana Antonio Zanardi Landi, già ambasciatore d’Italia in Serbia e Montenegro, Russia e presso la Santa Sede. I suoi sostenitori ritengono che la sua vasta esperienza regionale e le consolidate relazioni diplomatiche lo rendano particolarmente adatto a promuovere riforme istituzionali preservando al tempo stesso la stabilità della regione.
Alcuni osservatori ritengono inoltre che, alla luce delle dichiarazioni rilasciate a maggio da Tammy Bruce, vice rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, il sostegno americano sia legato alla disponibilità di Landi ad avviare una graduale transizione oltre l’OHR, consentendo alle istituzioni democraticamente elette della Bosnia di assumere progressivamente maggiori responsabilità.
Francia, Germania e Regno Unito sostengono invece il diplomatico francese René Troccaz. In passato, la figura di Troccaz è stata al centro di alcune critiche: durante il suo mandato come Console Generale di Francia a Gerusalemme, esponenti e osservatori vicini alle posizioni israeliane ne avevano contestato l'approccio, giudicato troppo accondiscendente nei confronti delle richieste dell'Autorità Palestinese, in particolare riguardo alla complessa gestione e alla liberazione di detenuti palestinesi in Israele.
Secondo i principali leader politici croati e serbi della Bosnia-Erzegovina, la sua nomina rappresenterebbe una prosecuzione dell’approccio adottato da Schmidt piuttosto che un cambio di rotta, rinviando ancora una volta le riforme considerate necessarie mentre continua la percezione di una marginalizzazione politica delle loro comunità.
Una prova per la cooperazione transatlantica
Sebbene il coinvolgimento degli Stati Uniti in Bosnia-Erzegovina si sia ridotto nell’ultimo decennio, l’Amministrazione Trump sta sfruttando questo momento per riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come garante della stabilità della Bosnia-Erzegovina e dell’intera regione.
Il sostegno congiunto di Stati Uniti e Italia a Zanardi Landi rappresenta inoltre un’opportunità per rafforzare il coordinamento sulla politica dei Balcani occidentali in una fase caratterizzata da tensioni su altri dossier di politica estera.
Pur disponendo di una notevole influenza all’interno del Comitato Direttivo del PIC, i funzionari americani stanno cercando di costruire un consenso più ampio tra i partner europei sulla nomina, facendo affidamento anche sul sostegno delle controparti italiane.
Chiunque venga infine scelto erediterà la responsabilità di guidare la Bosnia-Erzegovina in uno dei periodi politicamente più delicati dalla firma degli Accordi di Dayton. Il prossimo Alto Rappresentante dovrà preservare la stabilità del Paese lavorando insieme ai leader democraticamente eletti della Bosnia e ai partner internazionali per stabilire se, e in che modo, il quadro di Dayton debba evolversi per le future generazioni.
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