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(ASI) L’Africa è come un fiume carsico che scorre sotto la superficie su cui camminiamo, qui in Occidente, e le cui acque sono una mistura di pulsioni irrefrenabili che si agitano in modo convulso. Di tanto in tanto le cronache dal Continente Nero ci aggiornano di qualche decina di vittime causate da stragi e attentati, guerre civili e gazzarre che noi, troppo spesso, ci affrettiamo a interpretare approssimativamente, come l’effetto ineluttabile di società arretrate.

I più raffinati tra gli osservatori, nei salotti intellettuali d’Occidente, si servono della vetusta - ma mai sopita - dialettica storica di stampo marxista, liquidando le violenze in Africa come il risultato di un conflitto tra sfruttati e sfruttanti. I più razzisti, invece, come la manifestazione di istinti propri di un’antropologia radicata su credenze religiose, lontana da noi, evoluti abitanti del mondo industrializzato e secolarizzato. Nessuno o quasi, tuttavia, si sofferma sui semi d’odio che politiche imperialistiche degli Stati occidentali diffondono, senza badare ai frutti, talvolta (solo talvolta) inaspettati, che le stesse finiscono per generare in varie regioni del pianeta. Molti popoli, non solo africani, hanno vissuto un Natale all’insegna del lutto: il sangue ha macchiato (ancora una volta) l’Afghanistan, l’Egitto, la Siria, la Nigeria, senza contare quanto accaduto qualche giorno prima in Iraq. Motivi diversi sono alla base delle violenze, ma dotati di un unico comun denominatore, ovvero il coinvolgimento occidentale. Se per Afghanistan e Iraq, interessati dalle “missioni umanitarie” degli Usa e dei suoi alleati, non c’è motivo di dubitarne; se in Siria ed Egitto, pur essendo la questione più intricata, è dimostrata da più fonti la partecipazione, sebbene occulta, di elementi dei servizi segreti occidentali nella “primavera araba”; per la Nigeria il discorso si fa meno scontato e va dunque sbrogliata una matassa.

La popolazione nigeriana è quasi equamente distribuita tra cristiani e musulmani. Tra le file di questi ultimi è presente una componente fondamentalista che, negli ultimi mesi soprattutto, dopo l’elezione a presidente di Goodluck Jonathan, di confessione cristiana, ha alzato il livello dello scontro con una serie di attentati causa di centinaia di morti. Il movimento che li ha rivendicati si chiama Boko Haram (il cui nome è traducibile come “l’educazione occidentale è peccato”), il quale ostenta l’obiettivo di instaurare la shar’ia (legge islamica) in tutti e trentasei gli Stati del Paese (in dodici di questi Stati è già introdotta). Oltre all’insofferenza nei confronti del presidente cristiano, però, c’è da registrare un altro elemento che ha dato nuova linfa a questo gruppo di atroci terroristi negli ultimi mesi. Si tratta dell’influenza che i processi avvenuti nel Nord Africa stanno esercitando sui movimenti musulmani oltre la linea di confine del Sahara. In Libia in particolare, ma anche in Egitto, l’impressione è che le cadute di Gheddafi e Mubarak abbiano fatto emergere dall’ombra di regimi autoritari sacche di terrorismo di matrice islamica. Dopo la guerra civile che ha devastato la Libia, inoltre, ingenti quantità di armi sono finite in territori incontrollati ed ora si diffondono per tutto il continente. Verosimilmente anche tra i terroristi che spargono sangue in Nigeria, gli stessi che ritengono incoraggiante l’ascesa dei movimenti islamici nei paesi del Nord Africa interessati dalla “primavera araba”.

La “primavera araba”, dunque, foraggiata e sobillata dall’Occidente come si trattasse di una nuova frontiera democratica, sconfina anche nell’Africa centrale e produce ulteriori, gravosi problemi al Continente nero. I Boko Haram, che nel solo giorno di Natale hanno messo sotto attacco diverse chiese cristiane della Nigeria provocando (secondo stime ufficiose) la morte di un centinaio di civili, minacciano già nuovi attentati. Tenendo conto dell’importanza della Nigeria come fornitore di petrolio, non è da escludere che gli Stati occidentali finiscano presto per preoccuparsi con maggiore riguardo di questo ulteriore effetto domino del loro imperialismo.

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