XI SCO(ASI) «L'Afghanistan ha subito drastici cambiamenti. Il ritiro delle truppe straniere ha aperto una nuova pagina nella sua storia. Tuttavia, il Paese affronta ancora molte sfide temibili e ha bisogno del supporto e dell'assistenza della comunità internazionale, in particolare delle nazioni della nostra regione». A proferire queste parole in merito alla complessa situazione afghana è stato il presidente cinese Xi Jinping, ieri, durante il suo intervento al 21° vertice del Consiglio dei capi di Stato dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), svoltosi interamente in videoconferenza, sotto la presidenza di turno tagika.

Fondata nel giugno 2001 da Cina, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, la SCO è nata allo scopo di coordinare le politiche di sicurezza nelle aree transfrontaliere, in particolare all'interno della regione dell'Asia Centrale dove, negli anni Novanta, la destabilizzazione politica successiva al crollo dell'Unione Sovietica aveva lasciato emergere numerosi archi di crisi, scatenando conflitti interetnici e favorendo organizzazioni criminali dedite al terrorismo e al traffico internazionale di armi e droga.

In questi quattro lustri, la SCO è notevolmente cresciuta aumentando il livello di cooperazione tra i sei Paesi membri fondatori, migliorando la capacità di risposta a quelli che vengono definiti i «tre mali» (terrorismo, separatismo ed estremismo) ed accogliendo nuovi attori come India e Pakistan, divenuti membri a pieno titolo nel 2017 malgrado la forte rivalità geopolitica. Vi sono poi quattro membri osservatori, cioè Bielorussia, Iran, Mongolia e lo stesso Afghanistan, ed infine sei partner per il dialogo: Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia e Sri Lanka.

Il vertice di ieri ha inoltre avviato le procedure per l'ingresso nell'organizzazione come partner per il dialogo di Arabia Saudita, Qatar ed Egitto e per la trasformazione dell'Iran in Paese membro, sedici anni dopo l'approvazione del suo status di osservatore (2005). Il lungo iter ha dovuto infatti superare non poche perplessità, almeno in parte legate al programma nucleare di Tehran. Un tema controverso, non tanto per i potenziali risvolti in termini di sicurezza rispetto ai principali competitor strategici dell'Iran in Medio Oriente, cioè Israele e Arabia Saudita, quanto piuttosto per le posizioni dei quattro Paesi centrasiatici fondatori della SCO, cioè Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan che, nel 2006, assieme al Turkmenistan, firmarono un trattato contro la proliferazione, dichiarando l'intera regione dell'Asia Centrale zona libera dal nucleare militare (CANWFZ).

L'Afghanistan era entrato nell'organizzazione come Paese osservatore già nel 2012, durante la presidenza Karzai. Il successore, Ashraf Ghani, aveva poi assunto la missione di intensificare il coordinamento con l'organizzazione nel quadro del Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan, inizialmente creato nel 2005, sospeso nel 2009 ed infine riattivato nel 2017 sulla base del protocollo anti-terrorismo firmato da Kabul con la Struttura Regionale Anti-Terrorismo dell'organizzazione. Proprio durante il vertice di Astana (oggi Nur-Sultan) di quattro anni fa, l'ormai ex presidente, oggi rifugiato negli Emirati Arabi, aveva indicato come la costruzione di un percorso per connettere i Paesi membri e quelli osservatori della SCO fosse un «passo fondamentale da compiere», ribadendo l'importanza della posizione geografica dell'Afghanistan, collocato «nel cuore dell'Asia» con una funzione di «corridoio regionale».

La caotica operazione di ritiro delle truppe USA e NATO, sullo sfondo del fallimento politico nel processo di democratizzazione del Paese, e l'immediato ritorno dei Talebani al potere ha messo nuovamente tutto in discussione. La fase di formazione e stabilizzazione del nuovo governo richiederà ancora diverse settimane, lasciando sul tavolo numerose incognite, a partire dagli equilibri interni alla leadership transitoria del Paese dove, secondo le indiscrezioni della stampa straniera, sarebbe in atto uno scontro tra il Mullah Abdul Ghani Baradar, legato alla shura di Quetta, e i capi della rete Haqqani, legati alla shura di Peshawar.

«Noi Paesi membri della SCO dobbiamo intensificare il coordinamento, avvalerci pienamente di piattaforme come il Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan e facilitare una transizione morbida in Afghanistan», ha osservato Xi durante il vertice di ieri, sottolineando la necessità di incoraggiare Kabul a «mettere in pratica un'architettura politica ad ampio raggio ed inclusiva, adottare una politica interna ed una politica estera prudenti e moderate, combattere risolutamente tutte le forme di terrorismo, vivere in amicizia con i suoi vicini ed incamminarsi per davvero su un sentiero di pace, stabilità e sviluppo».

L'incontro dello scorso luglio a Tianjin tra una delegazione talebana, guidata dallo stesso Baradar, e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva messo in chiaro le intenzioni del movimento degli Studenti coranici, a partire dalla volontà di preservare canali diplomatici fondamentali per garantire un futuro al possibile nuovo Emirato, con l'esplicita richiesta a Pechino di partecipare alla ricostruzione dell'Afghanistan. Tuttavia Wang, da parte sua, era stato altrettanto diretto, ponendo precise precondizioni per un eventuale impegno cinese: pacificazione nazionale, creazione di un governo inclusivo e rappresentativo del complesso quadro multietnico del Paese, rottura di ogni legame con le reti del terrorismo internazionale e garanzia della sicurezza transfrontaliera coi Paesi confinanti, tra cui la stessa Cina, che condivide poche ma importanti decine di chilometri di contatto con l'Afghanistan attraverso il Corridoio del Wakhan, impervia lingua montuosa incuneata nel massiccio del Pamir.

La posizione che il nuovo governo afghano assumerà riguardo il proprio coinvolgimento nella SCO chiama in causa tutti questi aspetti e sarà decisiva per capire l'indirizzo del nuovo esecutivo di Kabul e l'influenza che il Pakistan del primo ministro Imran Khan, un "modernizzatore" di origini Pashtun, riuscirà ad esercitare sul vicino. Dopo il blocco, deciso da Washington, dell'accesso alle riserve, ai finanziamenti e alle rimesse dall'estero, il Mullah Baradar si trova così di fronte ad un bivio, con pochissimo tempo a disposizione prima che derrate alimentari, farmaci e servizi essenziali comincino a scarseggiare scatenando una crisi umanitaria dalle conseguenze potenzialmente devastanti.

Aderire alla SCO come Paese membro non si limiterebbe ad aspetti di sicurezza o militari ma coinvolgerebbe un ampio ventaglio di cooperazione, sorretto da quello che Xi Jinping è tornato a definire come «lo spirito di Shanghai», caratterizzato da «fiducia reciproca, mutuo beneficio, eguaglianza, consultazione, rispetto delle differenze tra forme di civiltà e perseguimento dello sviluppo comune», in contrapposizione all'egemonismo, all'unilateralismo e all'ingerenza negli affari interni altrui.

Come ha ricordato nel suo intervento, sottolineando la forte crescita economica del PIL aggregato degli otto Paesi membri (+12%) nel 2020 nonostante la pandemia, la Cina «fornirà nei prossimi tre anni 1000 opportunità di formazione nell'ambito dell'alleviamento della povertà per i Paesi SCO, aprirà 10 Luban Workshop [programma cinese di seminari culturali e formativi, ndt] e lancerà 30 progetti di cooperazione nelle aree della sanità, della lotta contro la povertà, della cultura e della formazione nel quadro della Silk Road Community Building Intiative».

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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