139391689 16009005314331n(ASI) Se il mondo sta ancora facendo i conti con la pandemia da Covid-19, i governi non possono perdere altro tempo e si sono già messi all'opera per progettare il futuro prossimo. Tutti sono ancora in attesa di capire quando e come potremo dirci fuori dall'emergenza sanitaria, se avremo bisogno di uno dei tanti vaccini già in sperimentazione o se invece il SARS-CoV-2, cioè il patogeno responsabile di questa nuova infezione respiratoria, si adatterà da sé all'organismo dell'uomo riducendo significativamente la sua carica virale per tutti i potenziali contagiati, incluse le categorie più vulnerabili.

Venerdì scorso, il presidente cinese Xi Jinping ha telefonato al primo ministro giapponese Yoshihide Suga, da poco subentrato al dimissionario Shinzo Abe, dicendosi «pronto ad unire gli sforzi e giocare un ruolo guida strategico per promuovere un nuovo sviluppo nelle relazioni sino-giapponesi». Dopo l'esplosione delle tensioni, otto anni fa, per la storica disputa sulle Isole Diaoyu, i due Paesi si sono riavvicinati moltissimo a partire dal 2015. Lo stesso Abe, grazie anche al ruolo di mediazione di Toshihiro Nikai, segretario generale del partito di governo e suo fidato consigliere, aveva già maturato nel corso degli ultimi due anni una forte convinzione sull'importanza dell'iniziativa Belt and Road, lanciata nel 2013 da Xi Jinping per ricostruire in chiave moderna le direttrici terrestri e marittime dell'antica Via della Seta.

Notando positivamente la stretta cooperazione sanitaria tra Pechino e Tokyo durante la fase di massima emergenza della pandemia, il nuovo capo di governo nipponico ha auspicato di poter rafforzare ulteriormente le relazioni economiche e commerciali, con l'obiettivo di accelerare i negoziati per la creazione della Zona di Libero Scambio tra Cina, Giappone e Corea del Sud, protagonisti di un potentissimo vertice trilaterale inaugurato nel 2008.

L'attenzione di Pechino, tuttavia, va anche al fronte occidentale della Via della Seta, quello che vede l'Asia Centrale quale principale hub terrestre intercontinentale. È infatti notizia di ieri la telefonata tra l'alto funzionario Guo Shengkun, presidente per la parte cinese della Commissione Intergovernativa di Cooperazione Cina-Uzbekistan, ed il primo ministro dell'Uzbekistan Abdulla Aripov, a sua volta presidente per la parte uzbeka della stessa Commissione. Partendo dall'intesa strategica raggiunta dai due presidenti Xi Jinping e Shavkat Mirziyoyev, Guo ha sottolineato che «le relazioni bilaterali hanno raggiunto un inedito alto livello». Anche in questo caso, le parti hanno prestato attenzione alla cooperazione messa in campo durante il picco della pandemia. Da parte sua, Aripov ha espresso l'intenzione di rafforzare la cooperazione a tutto tondo tra i due Paesi.

Cominciata in sicurezza lo scorso 17 settembre con un incontro di alto livello sulla sempre più dimenticata guerra in Yemen e prevista in chiusura il prossimo 5 ottobre, l'Assemblea Generale dell'ONU sta celebrando il 75° anniversario della fondazione dell'organizzazione internazionale più importante del pianeta. Durante il dibattito generale della settimana scorsa, i capi di Stato e di governo del pianeta sono intervenuti in videoconferenza. Al di là del dito puntato contro la Cina da un Donald Trump ormai sempre meno in grado di distinguere le incombenze elettorali dalla politica internazionale, l'evento ha fornito e sta fornendo indicazioni importanti per il rilancio e il rafforzamento della cooperazione internazionale.

«Noi umani stiamo combattendo contro il Covid-19, un virus che ha devastato il mondo e continua a tornare. In questa lotta abbiamo osservato gli sforzi dei governi, la dedizione degli operatori sanitari, la ricerca degli scienziati e la fermezza della popolazione», ha detto Xi Jinping durante il suo intervento in Assemblea Generale, che ha poi aggiunto: «I popoli di diverse nazioni si sono uniti. Con il coraggio, la risolutezza e la compassione che hanno illuminato l'ora più buia, abbiamo affrontato di petto il disastro. Il virus sarà sconfitto. L'umanità vincerà questa battaglia».

Più volte finito sotto torchio da parte di Washington per non aver saputo (o addirittura voluto) arginare l'epidemia nella sua fase iniziale a Wuhan, il governo cinese ha sempre respinto al mittente ogni accusa, convinto di aver agito, nei limiti del possibile, sempre in conformità con l'evidenza scientifica e nella massima buona fede. Le teorie del complotto, diffuse sui social e persino da alcuni organi di informazione generalista, non hanno certo aiutato a mantenere un approccio scientifico spianando, tra le altre cose, la strada ad una serie di atteggiamenti socialmente pericolosi, dall'indifferenza per le disposizioni governative sino alle manifestazioni negazioniste organizzate in diversi Paesi, tra cui anche l'Italia.

La comunità scientifica internazionale ha fin'ora dimostrato non soltanto che il SARS-CoV-2 purtroppo esiste e ha origini naturali ma anche che è impossibile, almeno per ora, determinare con esattezza dove e quando sia avvenuto il salto di specie (spillover). Se è vero, com'è vero, che tracce del patogeno sono state rinvenute a posteriori in campioni di acque reflue di varie città del mondo risalenti anche a molti mesi prima dello scorso dicembre, appare sempre più probabile che a Wuhan si sia semplicemente manifestato il primo focolaio rilevato ed identificato, ma non il primo focolaio assoluto.

Ribadendo l'importanza del multilateralismo e del libero commercio, Xi Jinping ha rimarcato che l'emergenza Covid-19 «ci ricorda che la globalizzazione economica è un'indiscutibile realtà ed una tendenza storica». Il presidente cinese ha voluto mettere in chiaro che «il mondo non tornerà mai all'isolamento». Cosa fare dunque? Per Xi, la risposta - dal sapore molto "confuciano" - è chiara: «Dobbiamo affrontare le questioni più importanti come il divario economico e di sviluppo. Dobbiamo raggiungere un adeguato equilibrio tra governo e mercato, tra equità ed efficienza, tra crescita e redistribuzione reddituale, tra tecnologia ed occupazione, in modo da assicurare uno sviluppo pieno e bilanciato che arrechi beneficio ai popoli di tutti i Paesi».

«Dovremmo vederci l'un l'altro come membri di una stessa grande famiglia, perseguire una cooperazione dal mutuo vantaggio, superare le dispute ideologiche e non cadere nella trappola dello 'scontro di civiltà'», ha evidenziato Xi rispondendo indirettamente a chi vuole politicizzare l'emergenza sanitaria per orientare l'opinione pubblica verso strade molto pericolose. «Ancor più importante è che dovremmo rispettare le scelte indipendenti di sviluppo e progresso di ciascun paese», ha aggiunto Xi, sostenendo che «il mondo è diverso per natura e dovremmo trasformare questa diversità in una fonte di continua ispirazione per guidare il progresso umano, in modo da assicurare che le civiltà restino variopinte e diversificate».

C'è tuttavia una dimensione universale: quella dell'umanità, più volte richiamata da Xi non solo nel suo intervento all'ONU ma in tutti i suoi più importanti discorsi degli ultimi anni, tramite il concetto della "comunità dal futuro condiviso". È ancora una volta l'emergenza pandemica a «ricordarci che l'umanità dovrebbe dare il via ad una rivoluzione verde e muovere più velocemente verso una via verde allo sviluppo e alla vita, salvaguardare l'ambiente e fare di Madre Terra un luogo migliore per tutti». L'umanità, secondo il presidente cinese, «non può più permettersi di ignorare i ripetuti allarmi della Natura e sprofondare sull'ormai superato sentiero dell'estrazione di risorse senza investire nella conservazione, perseguendo lo sviluppo a scapito della protezione e sfruttando le risorse naturali senza rigenerazione».

La Cina, già da tempo primo investitore al mondo in fonti di energia rinnovabile, conferma così la sua volontà di guidare, a livello globale, la rivoluzione sostenibile indicata dall'Agenda 2030 dell'ONU e dagli Accordi di Parigi. L'emergenza sanitaria ha mostrato in tutta la sua drammatica virulenza che non è possibile affrontare da soli le grandi questioni globali. Ha inoltre messo in luce i limiti di una globalizzazione priva di una vera governance internazionale, capace di porre precisi paletti al di là degli ordinamenti e dei provvedimenti adottati dai singoli Stati nazionali. Regole e protocolli condivisi, sulla base del diritto internazionale, non possono riguardare soltanto il commercio ma devono necessariamente estendersi a tutto lo spettro dell'azione politica, dalla sanità all'energia, dalla sicurezza alla stablità, dalla finanza al clima e così via.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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