Soffriamo perché la vita è incerta, oppure perché pretendiamo la certezza?

di Krishan Chand Sethi

La sofferenza umana si manifesta spesso sotto molte forme: ansia, paura, delusione, inquietudine. Tuttavia, dietro tutte queste espressioni si cela una domanda più profonda, raramente esplorata con autentica onestà: soffriamo a causa dell'incertezza, oppure soffriamo perché crediamo che la vita debba essere certa? Non è una domanda a cui si possa rispondere immediatamente; essa richiede al lettore di pensare, di attendere e di avere il coraggio di guardare dentro di sé.

La vita si muove in modo fluido. Nulla in questo mondo rimane permanente: né le relazioni, né gli affetti, né le condizioni nelle quali viviamo. Persino i nostri pensieri non sono stabili. Eppure la mente umana è condizionata a desiderare stabilità in un mondo instabile. Desideriamo certezze: del successo, dell'amore, della salute, del domani. Vogliamo che la vita arrivi con regole, programmi e garanzie. Quando ciò non accade, attribuiamo la colpa all'indeterminatezza e la accusiamo di farci soffrire.

L'incertezza non è qualcosa di estraneo alla vita; l'incertezza è la vita stessa.

Dalla nascita fino alla morte, la vita è come un fiume che scorre: a volte calmo, a volte impetuoso, ma sempre in movimento. Le difficoltà iniziano quando tentiamo di arrestare questo flusso. Nel momento in cui la mente pretende certezza, nasce la paura: paura della perdita, paura del fallimento, paura dell'ignoto. Gradualmente, la vita non viene più vissuta, ma gestita.

Il dottor Sethi riflette sul fatto che la sofferenza non inizia nel punto del dolore, bensì nel punto della resistenza. Il dolore è naturale: perdita, malattia, fallimento, cambiamento. Psicologicamente, la sofferenza non nasce dalle circostanze in sé, ma dall'incapacità della mente di accettare ciò che è. Il problema non è l'incertezza; il problema è il nostro desiderio di controllo.

Nel mondo contemporaneo, la certezza viene venerata. Strategie di carriera, polizze assicurative, aspettative relazionali, persino i percorsi spirituali vengono presentati come sistemi in grado di garantire risultati. Siamo educati a credere che, se pianifichiamo abbastanza, se pensiamo in modo positivo o adottiamo il metodo giusto, la vita diventerà prevedibile. Quando ciò non accade, la speranza si trasforma in disperazione.

Ma la certezza è un'illusione che deve essere mantenuta continuamente. Nel momento in cui ci sentiamo al sicuro, nasce la paura di perdere quella sicurezza. Un lavoro stabile genera il timore del licenziamento. Una relazione amorosa è spesso attraversata dalla paura della separazione. La certezza non ci libera; ci lega con vincoli ancora più sottili.

È paradossale che l'incertezza non richieda da noi altro che presenza.

Una vita incerta richiede consapevolezza, adattabilità e umiltà. Ci invita a rispondere, non a dominare. Nell'incertezza, l'intelligenza diventa più acuta e la sensibilità più profonda. Tuttavia, una mente abituata a soluzioni semplici rifiuta questa sfida: desidera conclusioni in una vita che, per sua natura, rimane aperta.

Questo orientamento filosofico del dottor Sethi suggerisce anche una distinzione essenziale: il fatto che la vita sia incerta non implica che la coscienza debba essere instabile. Quando la consapevolezza è radicata nel presente, l'incertezza perde il suo carattere minaccioso. Si trasforma in spazio: spazio per crescere, creare ed esplorare.

In gran parte, il dolore umano nasce dal vivere nel futuro anziché nel presente. Piangiamo perdite che non sono ancora avvenute. Proviamo in anticipo i nostri fallimenti. Lamentiamo finali immaginari. Nel pretendere la certezza, ci allontaniamo dall'unico luogo in cui la vita accade davvero: il presente.

Per questo anche molte persone di successo rimangono inquiethe. Le loro conquiste esteriori non riescono a placare l'agitazione interiore. La coscienza sa che nulla è stabile per sempre. Così il bisogno di certezza non si esaurisce mai e la soddisfazione viene continuamente rimandata.

Spesso l'accettazione dell'incertezza viene scambiata per debolezza o passività; in realtà è un segno di profonda saggezza. Non significa rinunciare all'impegno o alla responsabilità, ma abbandonare l'illusione di poter controllare i risultati. L'azione continua, ma l'attaccamento si dissolve.

Secondo il dottor Sethi, quando l'azione è libera dalla richiesta di certezza, essa acquista grazia. Si agisce con integrità, si ama con tutto il cuore, si vive in modo responsabile, senza negoziare con la vita per ottenere garanzie. Questo modo di vivere non elimina il dolore, ma impedisce che il dolore si trasformi in sofferenza.

Filosoficamente, l'incertezza ci restituisce l'umiltà. Ci ricorda che siamo partecipanti al gioco dell'esistenza, non i suoi padroni. Frantuma l'illusione del controllo dell'ego, e da quella frattura nasce qualcosa di più tenero e più saggio.

Osserviamo la natura: gli alberi non sanno quale sarà la prossima stagione, i fiumi non sanno dove arriveranno, gli uccelli non chiedono garanzie prima di volare. Eppure la vita scorre attraverso di loro con naturalezza. La sofferenza umana non nasce dal fatto che l'uomo sia diverso dalla natura, ma dal suo tentativo di dominarla attraverso il controllo anziché viverla in armonia.

Anche le relazioni sono influenzate dalla richiesta di certezza. Cerchiamo rassicurazioni che i sentimenti non possono onestamente offrire. Pretendiamo fiducia dove la crescita richiederebbe trasparenza. Quando chiediamo garanzie di permanenza, l'amore diventa ansioso. Forse le relazioni potrebbero respirare più liberamente se rinunciassimo al sospetto.

La riflessione del dottor Sethi sull'amore è qui particolarmente delicata: l'amore non fallisce perché cambia; diventa difficile perché pretendiamo che non cambi. Il cambiamento non è tradimento; il cambiamento è movimento. Quando questa comprensione si radica, l'amore diventa più libero e più compassionevole.

Alla fine, la domanda non è se la vita diventerà mai certa: non lo sarà mai. La vera domanda è se possiamo vivere pienamente nonostante questa verità. Possiamo camminare senza aggrapparci? Possiamo pianificare senza essere prigionieri delle aspettative? Possiamo fidarci della vita senza pretendere prove?

Quando abbandoniamo l'aspettativa della certezza, l'incertezza smette di essere una minaccia e diventa una maestra. Ci insegna la pazienza, la presenza e la resilienza. Ci invita a riposare nella consapevolezza, non nei risultati. Ci riporta dalla preparazione alla vita, alla vita stessa.

La vita, in sé, non infligge sofferenza; forse siamo noi a non sapere come danzare con essa. Quando la richiesta di certezza svanisce, la pace non va cercata: arriva da sola, come il silenzio. La vita, in definitiva, non è certa. Ci offre qualcosa di meno evidente ma infinitamente più prezioso: l'opportunità di rimanere vigili nel mistero. E forse questa non è una debolezza dell'esistenza, ma la sua più grande saggezza.

Dr. Sethi K. C.
Autore
Daman, India - Auckland, Nuova Zelanda

       

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