merci(ASI) Checché se ne dica, i dati degli ultimi otto mesi mostrano che l'emergenza Covid-19 ha colpito molto duramente in Cina, in particolare nel primo trimestre di quest'anno. La crisi sanitaria esplosa a Wuhan tra gennaio e febbraio scorsi ha messo in ginocchio la città della Cina centrale ma ha anche paralizzato l'intera provincia dello Hubei e costretto il governo centrale a correre ai ripari, imponendo misure di controllo, tracciamento e monitoraggio in tutto il Paese.

In primavera, molte attività hanno cominciato lentamente a ripartire ma l'impatto, anche psicologico, sulla popolazione e sugli operatori economici è stato pesantissimo. Mai prima d'ora, infatti, la Cina aveva dovuto affrontare una simile minaccia, nemmeno ai tempi della SARS nel 2002-'03, un virus evidentemente più letale ma anche molto meno contagioso. Come se non bastasse, le piogge stanno flagellando ormai da molte settimane la cintura del Fiume Azzurro, una delle regioni economiche più importanti della Cina e dell'Asia in generale.

Alla fine del 2019, nel Paese si registravano 123 milioni di entità di mercato, tra cui circa 38,6 milioni di imprese e circa 82,6 milioni di lavoratori autonomi. «La loro prosperità contribuisce a creare nuovi posti di lavoro, promuovere il progresso tecnologico e restituire impulso alla crescita», ha osservato Liu Lifeng, dell'Accademia Cinese di Ricerca Macroeconomica, intervistata da Xinhua. Da diversi anni, seguendo la linea della riforma strutturale dell'offerta, il governo cinese sta costantemente riducendo le tasse a imprese e famiglie.

Oggi, in piena crisi da Covid-19, le misure sono state estese ed allargate: ad inizio agosto, sono stati stanziati 300 miliardi di yuan (ca. 36,76 miliardi di euro) dei 2.000 miliardi di nuovi fondi fiscali complessivi per finanziare il taglio degli oneri fiscali. Riducendo il coefficiente di riserva obbligatoria per le piccole banche, inoltre, la banca centrale (PBoC) ha da tempo sbloccato nuova liquidità per agevolare il credito alle piccole e medie imprese in difficoltà. In totale, nei primi sette mesi dell'anno, le attività hanno beneficiato di esenzioni dagli oneri finanziari per oltre 870 miliardi di yuan (ca. 106,6 miliardi di euro).

Dopo le gravi accuse di responsabilità pandemica e le richieste di risarcimento paventate da diversi Paesi stranieri, le più recenti scoperte della comunità scientifica hanno ormai definitivamente abbattuto le teorie del complotto che mettevano sul banco degli imputati la leadership cinese e l'Istituto di Virologia di Wuhan. In particolare ha cambiato le carte in tavola, forse per sempre, l'annuncio dello scorso giugno da parte dell'Università di Barcellona, che ha individuato tracce del virus in un campione di acque reflue della città catalana risalente al 12 marzo 2019, ovvero circa sette mesi prima che i casi d'esordio dell'allora ignota malattia si manifestassero concretamente nel capoluogo dello Hubei.

Latenza del virus? Sottovalutazione dei nuovi casi di infezione respiratoria giunti negli ospedali europei? Incapacità di identificare il nuovo microrganismo? Non lo sappiamo, almeno per ora. Diventa tuttavia sempre meno probabile che il SARS-CoV-2 sia nato a Wuhan o addirittura in Cina, ma è presumibile che lì sia semplicemente stato scoperto e tracciato per la prima volta allorquando i medici del locale ospedale cittadino hanno deciso di andare a fondo nelle indagini sanitarie, sino all'isolamento dell'agente patogeno, avvenuto lo scorso 7 gennaio, e alla tracciatura della sua sequenza genomica, comunicata al resto del mondo lo scorso 12 gennaio.

Messe all'angolo - almeno per ora - le accuse internazionali, Pechino continua a fare i conti con un anno difficile, per il quale l'ultima Doppia Sessione, spostata straordinariamente a fine maggio proprio per l'emergenza in corso a marzo, ha evitato di fare previsioni di crescita. Non sappiamo ancora se l'economia cinese si manterrà in terreno espansivo. Stando ad una recente stima di Fitch Ratings, il tasso di crescita del PIL cinese per quest'anno dovrebbe fermarsi al 2,7%, contro il 6,1% dell'anno scorso, ma la precedente previsione parlava di un più modesto 1,2%, mostrando la forte incertezza che caratterizza la ripresa a seconda dell'evoluzione della situazione epidemiologica in ogni nazione.

Al contempo non deve eccessivamente impressionare il dato del secondo trimestre negli Stati Uniti, con lo scioccante -32,9% registrato rispetto al primo trimestre, perché l'economia a stelle e strisce dovrebbe - condizionale più che mai d'obbligo - concludere l'anno con una ben più limitata, seppur significativa, contrazione (-4,9%), a cui dovrebbe seguire la ripresa nel 2021 (+2% circa), secondo quanto riportava The Conference Board dieci giorni fa.

Appare indubbio che le prime due economie mondiali - ancora oggi politicamente ai ferri corti dopo la guerra commerciale e i ripetuti j'accuse statunitensi su virus, Hong Kong, ZTE, Huawei e Tik Tok - dovranno ripristinare quanto prima le loro relazioni bilaterali per riprendere in mano i negoziati commerciali, riavviati tra dicembre e gennaio, quando si era conclusa una promettente Fase 1.

Stando ad un servizio di approfondimento pubblicato ieri da CGTN, al netto delle sopraggiunte difficoltà oggettive ad assorbire il volume pattuito di prodotti energetici, Pechino sta comunque cercando di mantenere l'impegno assunto otto mesi fa di acquistare entro la fine di quest'anno 63,9 miliardi di dollari di beni statunitensi in più rispetto al valore di riferimento del 2017, per un import totale dagli States che dovrebbe raggiungere globalmente quota 172,7 miliardi di dollari alla fine dell'anno.

Secondo quanto riportava il New York Times lo scorso 25 luglio, i dati relativi al mese di giugno diffusi in quei giorni dall'Amministrazione Generale Cinese delle Dogane evidenziavano un aumento delle importazioni dagli Stati Uniti pari al 15,1% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, contro un più modesto incremento (+5,2%) dell'export cinese verso gli Stati Uniti. Lo scorso 30 luglio, inoltre, la Cina ha concluso il suo più grande acquisto di mais americano in assoluto, pari ad 1,94 milioni di tonnellate, per un valore complessivo di 300 milioni di dollari in un solo giorno.

Questo dimostra che, anche in uno scenario di progressivo riequilibrio commerciale rispetto all'estero, l'accresciuto export americano ha assoluto bisogno della Cina, unico mercato di consumo in grado, per dimensioni e tipologia della domanda, di assorbire certi volumi di produzione dei Paesi occidentali. Molti analisti cinesi tendono a non sbilanciarsi in merito alle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Il livello dello scontro geopolitico è salito senz'altro alle stelle con le decisioni avventate, le uscite fuori luogo e i modi scomposti di Donald Trump e Mike Pompeo. Tuttavia non c'è assolutamente certezza che una vittoria di Joe Biden possa cambiare le cose. C'è invece chi teme un ritorno al tradizionale protagonismo militare globale dell'era pre-Trump.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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