(ASI) Mentre buona parte dei media italiani è impegnata a occuparsi delle consuete polemiche della campagna elettorale, il resto del mondo è interessato a eventi che probabilmente fino a qualche tempo fa non avrebbe immaginato.

L’avvio delle olimpiadi di PyongChang, in Corea del Sud, sembra (almeno in apparenza) aver scongiurato il rischio di un confronto nucleare tra gli Stati Uniti e la Nord Corea, ma il clima che si respira altrove è paragonabile a quello del periodo della guerra fredda. Sono molti, infatti, gli scenari di crisi in cui vengono coinvolte le grandi potenze e c’è da augurarsi che, al di là di certe affermazioni roboanti e qualche azione sconsiderata, la diplomazia che non è sotto i riflettori mediatici allontani, anche all’ultimo secondo, gli spettri di un conflitto internazionale.Il ministro degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha invitato oggi il vecchio continente a intervenire affinchè sia evitata una nuova escalation con Kiev. L’esponente della commissione Nato – Ucraina, Scilipoti Isgrò, ha lanciato un appello per la pace: “L’Unione Europea – ha esortato il senatore di Forza Italia – attui nuove iniziative diplomatiche. Il dialogo rappresenta infatti – ha sottolineato il presidente di Unione Cristiana - la strada più importante che deve essere percorsa, specialmente dagli Stati Uniti e dalla Russia, per evitare la riapertura delle ostilità”. Tutto ciò proprio nel giorno dell’incontro tra il presidente ucraino Petro Poroshenko (il cui esercito ha dichiarato, a dicembre, che riceverà le armi letali dal pentagono, nonostante la fortissima contrarietà di Mosca) e il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. L’obiettivo del faccia a faccia è stato quello di rafforzare i rapporti tra le due realtà (dettaglio visto con preoccupazione dal Cremlino). L’alleanza atlantica è consapevole che le relazioni con la Russia non sono così buone anche per la presenza dei missili Iskander, che possono contenere testate nucleari, dislocati dai militari di Putin nell’enclave di Kaliningrad al confine con la Lituania per provare a contenere l’espansione occidentale verso i suoi confini. La situazione rischia di complicarsi pure a causa della denuncia della Casa Bianca relativa alla responsabilità dell’esercito russo (smentita dai vertici di quest’ultimo) nell’ attacco informatico “più devastante e costoso della storia”, avvenuto lo scorso giugno, con l’intento di provare a destabilizzare l’Ucraina e a creare numerosi danni in Europa, in Asia e in America. I disagi provocati da tale iniziativa sono stati evidenti e l’amministrazione Trump ha minacciato, insieme alla Gran Bretagna, di rispondere attuando azioni che comporteranno “conseguenze internazionali”.

Le nuove violenze di queste ore tra israeliani e palestinesi, la questione del Russiagate e la dichiarazione del governo di Mosca in merito alla forte possibilità che 5 cittadini russi siano morti, in seguito a un bombardamento americano, in Siria potrebbero gettare altra benzina sul fuoco e accentuare lo scontro militare, che avviene da anni per procura, tra i due paesi. Non dimentichiamo inoltre il recente attacco di un jet russo, nei cieli siriani, colpito da un missile consegnato ai terroristi, secondo il Cremlino, probabilmente dagli Stati Uniti (evento che ricorda, in parte, l’abbattimento di un velivolo spia Usa, nello spazio aereo sovietico in piena guerra fredda, il primo maggio 1960. Non c’era stata, all’epoca, nessuna risposta militare).

La tregua umanitaria nel paese del rais Bashar al -Assad, sancita da recenti accordi, rischia di essere messa in pericolo. L’operazione turca ad Afrin contro i curdi sostenuti dagli Stati Uniti, le voci di un possibile uso, da parte di Ankara, di armi chimiche nei loro confronti e i recenti raid aerei israeliani contro gli obiettivi siriani e iraniani sottolineano quanto sia difficile fermare il caos sul suolo siriano. Le accuse di Parigi e di Washington in merito all’utilizzo, in raid aerei di Damasco e di Mosca, dei gas nei confronti degli oppositori del regime sostenuti dall’intero Occidente evidenziano i rischi connessi alla stabilità globale. Vi è inoltre una palese incapacità del mondo di fare rispettare anche quei diritti “erga omnes”, tra cui il divieto di combattere con sostanze proibite, che rappresentano le fondamenta dell’intera comunità internazionale. Quest’ultima si interroga dunque sul suo futuro e l’Onu rimane paralizzato. Sarebbe opportuna quindi una riforma del suo organo decisionale, il consiglio di sicurezza, impostata sull’abbandono del potere di veto dei cinque membri permanenti. I vincitori della seconda guerra mondiale (gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, la Cina e il Regno Unito) non vogliono però abbandonare un privilegio così importante che consente loro di bloccare qualsiasi decisione o dichiarazione. Bisogna chiedersi quanto tale forma di egoismo nazionale, che sacrifica il principio democratico del voto a maggioranza, possa essere valida in un contesto globalizzato e quindi caratterizzato dall’interdipendenza tra stati. Il momento storico delicatissimo che stiamo attraversando dovrebbe richiamare, alla nostra memoria, gli errori che hanno portato al fallimento di istituzioni importanti come la Società delle Nazioni (antenata dell’Onu). Le conseguenze si sono tradotte in terrore, morte e disperazione per via di un conflitto terminato, nel 1945, col lancio di due ordigni atomici. L’eventuale ripetizione di episodi del genere porterebbe alla distruzione dell’intera umanità e all’uccisione, nel giro di poco tempo, di miliardi di persone. Perché non mettere al bando seriamente, alla luce di queste considerazioni, mezzi così deleteri dal momento che tutti i leader politici dicono di desiderare la pace?

Marco Paganelli – Agenzia Stampa Italia

 

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