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Politica Estera

Iran: popolo disilluso. Khamenei smentisce Trump e accusa gli Usa

Di Lorenzo Nicolao 11 Gennaio 2018 – 09:01 3 min di lettura

iranproteste(ASI) Teheran- Il 28 dicembre 70 città dell’Iran sono state travolte da una nuova ondata di proteste, molto simile alla rivoluzione verde del 2009. Gli scontri hanno prima sconvolto l’ordine pubblico di Mashad, la seconda città del Paese, con 22 persone uccise e 3700 arresti, poi si sono propagati in tutto il centro-nord, coinvolgendo anche la capitale Teheran.
Quella che sembra avere conseguenze politiche è in realtà una rivolta popolare dettata da precise esigenze economiche della popolazione, soprattutto promesse di riforma fatte al momento della rielezione di Hassan Rouhani del 20 maggio 2017 e ora non rispettate dal presidente in carica. Dietro questo malcontento c’è chi parla di intervento straniero, chi indica l’ala conservatrice del Paese come principale responsabile.

Quelle che si era verificato nel 2009 ha ora connotati economici che riguardano i redditi bassi, la disoccupazione giovanile e una società che fa fatica a conciliare tradizione e modernità. Teheran sperava di uscire dall’isolamento. Adesso la popolazione vuole di più e si sente presa in giro dalla politica. La metà degli 80 milioni di abitanti della moderna Persia ha meno di 35 anni. Molti fra questi giovani sono disoccupati e non sono in grado di sposarsi e avere una famiglia. Secondo la Banca centrale di Teheran 15 milioni di famiglie, composte da almeno 4 persone, hanno redditi intorno ai mille euro al mese. Uno stato di povertà che caratterizza sia le grandi città metropolitane, sia le campagne e le province remote. In sintesi, la disillusione in un gioco di aspettative crescenti. Anche con la fine dell’embargo sulle riserve petrolifere, l’Iran non è riuscito a creare nuovi posti di lavoro. Un risultato scarso, se accostato ai nuovi scambi economici con Europa e Cina, di fronte a un nuovo apprezzamento delle materie prime.

La rabbia degli iraniani può essere comparata a quella dei palestinesi sulla Striscia di Gaza, oppure alle proteste che hanno riguardato anche Yemen e Libano nelle ultime settimane. Il governo di Teheran ha oscurato l’app di messaggistica istantanea Telegram, usata per coordinare i manifestanti, e la guida suprema Ali Khamenei è intervenuta direttamente nel dibattito politico di questi giorni.
«Gli Stati Uniti, il Regno Unito e Israele, con il sostegno dell’Arabia Saudita, hanno provato a rovesciare il governo, ma non sono riusciti nel loro intento», ha detto il leader religioso e politico. «Siamo forti e non temiamo Washington, come vorrebbe far credere il presidente americano Donald Trump.»

Mike Pompeo, direttore della Cia, ha smentito ogni parola sull’intervento esterno dei servizi segreti americani. Trump ha fatto sapere che nei prossimi giorni chiamerà tutti gli alleati, Cina, Russia, Germania e Regno Unito, per riformare completamente l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente Usa Barack Obama. La Casa Bianca ha aggiunto in una nota che Teheran rimane protagonista nel sostegno al terrorismo internazionale e che la presenza militare in Siria e la sua egemonia in Medio Oriente sono una minaccia per la stabilità della regione.

Gli ultimi disordini sulle strade iraniane hanno condizionato la Francia di Macron, non sempre allineata con le posizioni assunte da Trump, ma ora più esitante nel tendere la mano a Rouhani. A pagarne le spese, l’eventuale rimozione delle sanzioni che agevolerebbe la ripresa economica in Iran.      

Lorenzo Nicolao – Agenzia Stampa Italia

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