(ASI) Continuano in Bolivia i preparativi per l’anniversario della rivoluzione ovvero della vittoria elettorale di Evo Morales avvenuta il 18 dicembre 2005. Attesi i presidente di quasi il tutto il continente indio-latino. Lo stesso Morales ha confermato oggi che domenica saranno presenti a La Paz il presidente ecuadoregno Rafael Correa e quello venezuelano Nicolas Maduro.

“In occasione delle celebrazioni della nostra rivoluzione del 18 dicembre sarò accompagnato tra gli altri da Maduro e Correa”, ha detto Morales parlando in occasione dell’apertura del IX congresso nazionale del Movimento nazionale socialista (Mas) nella città di Montero nella regione di Santa Cruz.

Per domenica le principali celebrazioni si volgeranno nel villaggio di Ivirgarzama nella regione del Chapare. Nel giorno della rivoluzione culturale in Bolivia si celebra la prima vittoria di Evo Morales ovvero del primo indigeno che è stato eletto alla guida del paese indio-latino.

Prima della vittoria di Morales la Bolivia era il paese più povero della regione.

Nel febbraio del 2002 il Fondo monetario internazionale aveva rinnovato le misure per la riduzione del debito consistenti in un prestito di ben 1,3 miliardi di dollari, il 30% dei quali da cancellare entro il 2015; misure che avevano permesso al Paese andino di prendere una boccata d’ossigeno facendo scendere l’inflazione sotto il 5% e dando segnali positivi anche sul fronte dell’occupazione; tali misure si erano rese necessarie perché nel 2001 il reddito medio annuo per abitante era ancora di 2355 dollari con la crescita del Pil ferma all’uno percento.

All’epoca il paese era sull’orlo del baratro. Il governo aveva infatti deciso di esportare il gas boliviano ad Usa e Messico senza prima effettuare un qualche trattamento nel paese, con evidenti ripercussioni negative sia negli introiti sia per l’occupazione. Ciò aveva provocato un’ondata di scioperi nel paese che aveva poi portato i manifestanti a chiedere l’abrogazione della legge sugli idrocarburi, poiché troppo favorevoli alle grandi multinazionali; a chiedere il rigetto dell’Alca, l’area di libero scambio con le Americhe, progetto fortemente sostenuto dagli Usa; e le dimissioni del presidente Gonzalo Sanchez de Lozada.

Le proteste avevano provocato anche vari disordini, appena cinque giorni dopo le prime manifestazioni infatti reparti speciali dell’esercito si sono scontrati a Warisata, a circa 100 chilometri dalla capitale, con la popolazione che voleva impedire il trasferimento di alcune centinaia di turisti intrappolati dai blocchi stradali. Nell’occasione il bilancio fu di sei morti, di cui cinque civili ed un soldato.

A beneficiare della situazione alla fine fu Carlo D. Mesa Gisbert che nel 2003 divenne il nuovo presidente del paese. Questi era uno dei giornalisti boliviani più noti che nei suoi articoli e programmi aveva più volte denunciato l’endemica corruzione della sua nazione.

Nel 2000, come indipendente e costantemente critico verso l’assetto dei partiti boliviani, era entrato ufficialmente in politica come consulente del ministero degli Esteri.

Appena eletto formò un inedito governo, nominando nella sua squadra ministri che non appartenevano a nessun partito politico creando, assoluta novità per il paese, un ministero per gli Affari indigeni ed una delegazione presidenziale chiamata ad occuparsi della lotta alla corruzione.

Nel 2005 una nuova crisi, scaturita questa volta dalle proteste contro la nazionalizzazione degli idrocarburi, portò il paese in un nuovo periodo di incertezza e di empasse che portò il presidente Mesa a dimettersi nel tentativo di dare una scossa alla situazione. Per evitare conseguenze peggiori, ad esempio lo scoppio di una guerra civile, Mesa invitò a dimettersi anche il presidente del Senato Hormado Vaca Díez e quello della Camera Mario Cossío. In questo modo la presidenza passò nella mani di Eduardo Rodríguez Veltzé, che in quanto presidente della Corte suprema di giustizia era la quarta carica dello Stato.

Nonostante i tumulti sociali, che avevano provocato veri e propri sconquassi nel quadro politico, la Bolivia di fine 2005 appariva un paese in netta ripresa. Rispetto alle previsioni il deficit statale si assestava infatti al 3,5 ovvero un punto e mezzo meglio delle più rosee previsioni, anche se la disoccupazione era ancora preoccupante, visto che il governo la quantificava nel 9,5% mentre i giornali parlavano del 13.

Era quindi evidente come al paese andino servisse ancora uno sforzo per riuscire a salire sul treno del pieno sviluppo che stava attraversando tutto il continente latino americano.

Incaricato di far compiere al paese andino questo ultimo sforzo di lì a poco sarà chiamato Juan Evo Morales Ayma.

La sua elezione fu osteggiato da molti, anche perché gli equilibri della regione stavano lentamente mutando in senso anti statunitense. Proprio Washington, che in Bolivia possiede la seconda sede per importanza della Cia in America latina, si espose contro Morales per mezzo di dichiarazioni ufficiali ed avvertimenti legati in primis alla politica per le repressione di produzione e commercio delle sostanze stupefacenti. Morales però era quanto mai intenzionato ad evitare scontri con il potente vicino, e da subito si dichiarava pronto a scommette sul dialogo, pur sottolineando: “ma mai avremo relazioni basate su sottomissione o ricatto, subordinazione o paura”.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

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