(ASI) Dopo il rallentamento e la volatilità sui mercati dello scorso anno, la Cina sembra essersi definitivamente ripresa. Molto è stato detto e scritto sui fondamentali economici del gigante asiatico, non sempre in modo puntuale. La paura per la paventata esplosione di una bolla immobiliare, ad oggi tenuta a freno da alcune mirate restrizioni a carattere locale, ha lasciato il posto ai dubbi sulla tenuta generale della crescita cinese, in particolare nel settore industriale, dove i dati riferiti al periodo compreso tra novembre 2015 e febbraio 2016 mostravano una significativa contrazione (-0,8%), poi ampiamente superata nel marzo scorso (+1,4%), in un generale clima di ripresa confermato dalle due revisioni al rialzo operate tra aprile e luglio dal Fondo Monetario Internazionale sulle stime di crescita del PIL cinese per quest'anno (+6,6%).

I dati pubblicati martedì scorso dal Dipartimento Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare Cinese evidenziando che a novembre la produzione industriale è aumentata del 6,2% su base annuale e dello 0,1% rispetto ad ottobre, restando ancorata ai parametri generali della "nuova normalità" economica, fissata dal governo su valori di crescita compresi tra il 6 e il 7%.

Risulta in salute anche il settore immobiliare, cresciuto del 6,5% nei primi undici mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Stando ai dati aggiornati alla fine di novembre, restano invenduti nel Paese 690,95 milioni di metri quadri di proprietà immobiliari, cioè 4,27 milioni in meno rispetto al mese precedente. Come riporta Xinhua, il governo centrale è ancora impegnato «a raggiungere un equilibrio tra il contenimento delle bolle speculative nelle metropoli e l'incremento delle vendite nelle città minori».

Nel periodo gennaio-novembre di quest'anno sono cresciuti su base annuale anche gli investimenti a capitale fisso, con un aumento dell'8,3%, raggiungendo un valore complessivo di 53.854 miliardi di yuan, pari a circa 7.331 miliardi di euro. La maggior parte degli investimenti a capitale fisso resta appannaggio del settore privato (oltre il 60%), ma quelli statali aumentano del 20,2% su base annuale.

è interessante, a tal proposito, osservare la crescita degli investimenti per macrosettori nel periodo di riferimento gennaio-novembre 2016 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.


In particolare, nel secondario gli investimenti industriali sono cresciuti del 3,4% su base annuale e dello 0,4% sul periodo gennaio-ottobre. Di questi, tuttavia, gli investimenti nell'industria estrattiva sono scesi del 20,2% calando, nello specifico, in modo significativo negli ambiti Oil&Gas (-33,9%), dei minerali ferrosi (-29,1%) e di quelli non-ferrosi (-9%). In aumento, invece, gli investimenti nell'elettronica e telecomunicazioni (+14,7%), nelle industrie elettrica, idrica e del gas (+13,2%), nella processazione alimentare (+9,5%) e nel tessile (+9,3%).

Per quanto riguarda il settore terziario, gli investimenti infrastrutturali relativi crescono, tra gennaio e novembre 2016, del 18,9% su base annuale. Tra questi, spiccano gli investimenti negli ambiti della tutela delle acque (+20,2%), delle strutture pubbliche (+23,5%), dei trasporti stradali (+16,9%) e dei trasporti ferroviari (+5%). In aumento anche gli investimenti nella formazione (+22,1%) e nel settore della sanità e delle opere sociali (+21,3%).

I numeri mostrano, insomma, che la ristrutturazione del sistema-Paese, delineata nell'ultimo piano quinquennale, è in pieno svolgimento. Il tendenziale rallentamento dell'industria pesante risponde, infatti, a più generali criteri di riorientamento, innovazione e sostenibilità. Nello specifico, il calo dell'industria estrattiva mostra, più direttamente, la volontà della Cina di ridurre le emissioni nocive e, più indirettamente, l'intenzione di puntare in modo spinto sull'industria leggera e dei beni di consumo. La particolare attenzione rivolta alla lavorazione alimentare, alla tutela delle acque e alle infrastrutture conferma l'indirizzo intrapreso da Pechino per la realizzazione, entro i prossimi anni, di un ambiente sociale sempre più orientato alle esigenze del cittadino, della famiglia e dell'impresa.

Il Dipartimento di Statistica sintetizza i dati sostenendo che «grazie alle politiche adottate per portare avanti la riforma strutturale dell'offerta e per espandere adeguatamente la domanda aggregata» e alla luce degli «sforzi compiuti dai principali attori di mercato», l'intero sviluppo economico «si è mantenuto efficace ad un livello appropriato alle trasformazioni positive accumulate». Sul lato dei consumi, infatti, le vendite al dettaglio in aumento tra gennaio e novembre del 10,8% su base annuale, indicano non solo e non tanto un accresciuto potere d'acquisto, quanto piuttosto nuove esigenze per una vasta classe media in evoluzione, sempre più attenta a criteri di qualità e di marchio. Le vendite al dettaglio dei generi alimentari sono in aumento su base annuale dell'11,2%, le bevande del 10,7%, i cosmetici dell'8%, gli indumenti e le calzature del 6,9%, i prodotti farmaceutici (sia tradizionali sia occidentali) del 12,3%, gli apparecchi di comunicazione del 12,4%, la mobilia del 13% e i materiali da interni del 14,6%.

Nel corso di un recente incontro con i leader degli altri otto partiti rappresentati all'Assemblea Nazionale del Popolo e con la Federazione Nazionale del Commercio e dell'Industria, il presidente cinese Xi Jinping ha ricordato come «in un'economia mondiale minacciata da una crescente instabilità e da una lenta ripresa, la Cina è rimasta ancorata al suo nuovo concetto di sviluppo e all'idea basilare di progredire mantenendo la stabilità, portando fermamente avanti le riforme, tra cui la riforma strutturale dell'offerta».

La riduzione del carico fiscale a vantaggio dei produttori, ed in particolare delle piccole e medie imprese, ha facilitato l'avvio di nuove attività, tra cui migliaia di start-up innovative. Questo accresciuto dinamismo, avviato in una delle fasi più difficili per l'economia globale, pone la Cina in un oggettivo ruolo di leadership della ripresa mondiale. Non soltanto per i numeri in sé, ma anche e soprattutto la tipologia delle direttrici di sviluppo che ne guidano la crescita, Pechino appare al momento la sola potenza in grado di prendere in mano le redini del processo di trasformazione della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

Specie dopo gli annunci di Trump, il dilagante clima neo-protezionista che si respira in Occidente, rischia di impantanare economie avanzate come quelle nordamericane ed europee nella contraddizione di chiudersi in sé stesse in una fase di massima apertura dei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Lo scorso 11 dicembre, nel silenzio generale dei più importanti mass-media europei, sono scaduti i termini, stabiliti consensualmente quindici anni fa al momento del suo ingresso nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio, che impedivano alla Cina di godere dello status di economia di mercato e, in sostanza, di pari condizioni di trattamento a livello commerciale. La Commissione Europea non si è espressa ufficialmente durante la giornata di domenica, ma Pechino pretende che, al di là del riconoscimento, venga meno, come sancito dall'articolo 15 dell'accordo, la cosiddetta pratica del "paese surrogato", applicata in occasione delle inchieste anti-dumping sui prodotti cinesi.

Alcuni esperti ritengono che l'Europa possa prendere altro tempo per valutare e decidere, ma va preso atto che la Cina è ormai innegabilmente un'economia di mercato a tutti gli effetti ed il principale attore geopolitico di riferimento in questa fase di innovazione-transizione del sistema di governance globale.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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