(ASI) Quando, nel 2001, l'economista britannico Jim O'Neill coniò l'acronimo BRIC, poi diventato BRICS, molti suoi colleghi e osservatori internazionali probabilmente non avevano ancora ben compreso la portata di quell'intuizione. Sono bastati pochi anni ed una crisi internazionale fortissima per vedere da un lato prendere il volo le cinque economie allora ritenute emergenti e dall'altro decelerare quelle occidentali più avanzate. Come spesso avviene nella storia, anche questo processo ha avuto ben poco di lineare, ha seguito traiettorie non sempre regolari, si è nutrito di contrapposizioni liquide e di interessi trasversali.

Malgrado le semplificazioni, il gruppo dei BRICS non è mai diventato un vero e proprio "blocco". Non poteva esserlo e, almeno in senso stretto, presumibilmente non lo sarà mai. Ha funzionato e funziona tutt'ora come uno dei più importanti vertici di coordinamento tra cinque potenze economiche che ancora oggi sono rappresentative delle quattro aree globali di cui si compone il mondo non-occidentale (Asia-Pacifico, Eurasia, America Latina e Africa), un plesso in ascesa e ovviamente desideroso di poter dire la sua con sempre maggiore incisività ai piani alti dei "palazzi" del potere mondiale. Tuttavia, l'economia globale ha messo duramente alla prova anche la tenuta dei BRICS.

Nel biennio 2014-2015, le grandi crisi politiche internazionali (Siria e Ucraina), le sacche regionali di instabilità sparse nel mondo, il crollo del prezzo delle materie prime e la volatilità che ne è seguita sui mercati finanziari hanno messo nuovamente il pianeta di fronte a sfide di portata epocale. Nell'era digitale, l'interconnessione dei mercati è diventata sempre più forte e chiedere ai Paesi emergenti di poter sostenere ancora per lungo tempo il peso di simili responsabilità mondiali sarebbe stato troppo. Non solo perché la difficoltà degli Stati Uniti e dell'Unione Europea a rilanciare le loro sfiancate economie e a ristrutturare i loro claudicanti sistemi bancari dopo lo shock del 2008 ha innescato una forte crisi della domanda in Occidente, di fronte alla quale i portentosi ritmi dell'export dei Paesi emergenti si sono logicamente arenati, ma anche perché quelle che fino a pochi anni fa erano le nuove potenze industriali trainanti dovranno, sebbene in tempi differenziati, affrontare un fisiologico percorso di diversificazione e innovazione dei loro rispettivi sistemi-Paese.

Balzo in avanti 4.0

La Cina, l'economia più forte e dinamica del gruppo dei BRICS, ha presentato un nuovo piano quinquennale - il tredicesimo nella quasi settantennale storia del governo a guida comunista - che sistematizza una serie di trasformazioni già annunciate e, in parte, già messe in atto in precedenza. La riforma dell'offerta diventa così il volano di un piano per fare della potenza asiatica un leader mondiale dei servizi, dell'innovazione tecnologica e della manifattura 4.0. Con un nuovo sorprendente "balzo in avanti", Pechino cercherà così di unire in un solo processo socio-economico la terza rivoluzione industriale, che in Occidente caratterizzò essenzialmente gli anni Ottanta, e la quarta, per ora più concettuale che reale, fondata sulla connettività tra i sistemi e tra gli strumenti del processo produttivo.

L'ultimo vertice BRICS, tenutosi il 15 e il 16 ottobre scorsi a Goa, piccolo Stato dell'India occidentale per secoli sottoposto al dominio portoghese, ha visto efficace protagonista il primo ministro ospitante. Narendra Modi doveva infatti dimostrare le capacità organizzative della nuova macchina istituzionale e logistica nazionale, ma soprattutto presentarsi agli altri Paesi del gruppo come l'economia più in crescita in questa difficile fase di rallentamento globale. Con un tasso di crescita previsto dal FMI mediamente al 7,4% tra quest'anno e il prossimo, e da oltre un anno oscillante tra il 7 e l'8%, l'India sembra avere ancora molte carte da giocare accreditandosi come cooperetitor, o "competitore cooperante", della Cina, affiancandola nel tentativo di guidare la ripresa mondiale. Al momento, in pole position non sembra esserci spazio per altri attori, sia in Occidente sia tra gli altri tre BRICS, specie guardando alla contrazione che ha colpito nel corso degli ultimi due anni la Russia e un Brasile appena scosso dal contestato impeachment nei confronti dell'ex presidentessa Dilma Rousseff, sostituita da Michel Temer.

L'innovazione industriale e lo sviluppo integrato delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), discussi ampiamente a Goa, sono due buoni punti di partenza, soprattutto considerando che almeno tre dei cinque Paesi BRICS (Russia, Brasile e Sudafrica) devono ancora completare i rispettivi percorsi di diversificazione che, per varie ragioni, non hanno ancora portato a termine e che saranno fondamentali per ridurne la dipendenza dall'export di materie prime.

Sul piano finanziario, invece, la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, lanciata ufficialmente nel luglio 2015 sulla base degli accordi di Fortaleza dell'anno precedente, in uno dei momenti più tesi per l'economia mondiale, dovrà, stando alle dichiarazioni, «contribuire significativamente all'economia globale e al rafforzamento dell'architettura finanziaria internazionale». Se nella dichiarazione di Goa, i cinque leader hanno accolto i temi centrali fissati a Hangzhou e salutato con favore il recente ingresso del renminbi nel paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale, significa che è ancora Pechino a fornire al vertice una visione chiara ed inclusiva, portando al tavolo delle discussioni la lezione di un G20 forse sottovalutato dalla stampa mainstream, almeno nella sostanzialità della sua generale proposta politica ed economica, ma senza dubbio tra i più importanti degli ultimi anni.

Attorno a quello che a settembre era stato definito esplicitamente come Hangzhou Consensus, la Cina aveva già posto i requisiti della ristrutturazione mondiale: visione d'insieme, per trasformare le economie in modo innovativo e sostenibile; integrazione, per armonizzare crescita e welfare, domanda e offerta, innovazione e ambiente; apertura, per favorire commercio e investimenti; inclusione, per imprimere un verso sociale allo sviluppo e sradicare la povertà. Vladimir Putin, Narendra Modi, Jacob Zuma e - sebbene con qualche riserva - Michel Temer annunciano di voler andare nella stessa direzione.

Da non-allineati a pionieri?

Nel vertice BRICS, logicamente, più chiaro e condiviso è apparso il discorso politico rispetto ad un G20 che, invece, mette sempre a confronto sensibilità anche molto diverse fra loro: «Ribadiamo - hanno affermato i cinque leader nella dichiarazione conclusiva di Goa - la nostra visione in virtù della quale gli sforzi internazionali per affrontare queste sfide, la costruzione di una pace duratura così come la transizione verso un ordine internazionale multipolare più giusto, equo e democratico richiedono un approccio inclusivo, condiviso e determinato, basato sullo spirito di solidarietà, la fiducia e il vantaggio reciproci, l'eguaglianza e la cooperazione, un forte impegno per il rispetto del diritto internazionale e del ruolo centrale delle Nazioni Unite quale organizzazione multilaterale universale cui è affidato il compito di preservare la pace e la sicurezza internazionali, di promuovere lo sviluppo globale, di favorire e proteggere i diritti umani». In questo passaggio è sostanzialmente riassunta gran parte di quanto sviscerato in seguito, dal rispetto della sovranità degli Stati al rifiuto dell'ingerenza negli affari interni altrui, dalla partecipazione alle missioni di peacekeeping dell'ONU e dalla lotta contro il terrorismo al sostegno all'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Ad un linguaggio politico in parte ancora debitore all'eredità storica della Conferenza di Bandung del 1955, dove proprio la Cina e l'India (ed in subordine l'Indonesia e l'Egitto) assunsero l'iniziativa di rappresentare il mondo in via di sviluppo oltre le rigide logiche della Guerra Fredda, si aggiunge tuttavia uno spirito di innovazione e di adattamento non comune. Le sfide che attendono i BRICS non sono soltanto quelle esterne, riconducibili all'ormai assodata rivendicazione di un nuovo assetto mondiale che sia effettivamente multipolare a tutti i livelli decisionali, ma anche quelle interne, legate al raggiungimento di una definitiva maturità, ancora in discussione. Il rischio della stagnazione, da cui tutto il mondo deve guardarsi sul piano economico, in realtà è anche di tipo politico e sociale.

Quali modelli di sviluppo possono salvaguardare il mondo? Se gli Stati Uniti e l'Unione Europea, oltre l'apparente pragmatismo delle loro azioni, mantengono, almeno al livello dei centri di potere, una forte ideologia legata ai vecchi miti della società dell'abbondanza e della centralità dell'Occidente, da par loro i BRICS non sono alfieri di una comune idea di società. Diversi culturalmente, distanti geograficamente fra loro, guidati da leader di vario orientamento politico, caratterizzati da religioni o tradizioni molto lontane l'una dall'altra, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica cercano insomma di portare avanti proprio un'idea di diversità e di molteplicità, ancora in gran parte latitante in un dibattito politico internazionale spesso caratterizzato da un'idea di globalità distorta in senso schiacciante o comunque uniformante.

La Cina, come principale economia del BRICS, appare anche in questo caso capofila di una tendenza che, ormai da quasi quaranta anni, intende raggiungere la piena armonia tra la mano visibile e la mano invisibile, tra stato e mercato, welfare e impresa. Sebbene su un nuovo piano di innovazione e profondi cambiamenti, il 13° piano quinquennale cinese ha confermato questo approccio: da un lato cercando di ridurre il peso della macchina pubblica, riformare le grandi aziende statali, diminuire le tasse sulle imprese e semplificare le pratiche amministrative, dall'altro tentando di ampliare la rete dell'assistenza, degli ammortizzatori sociali e delle tutele per i lavoratori.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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