(ASI) Lo scorso 13 giugno, a poco più di un mese di distanza dall'approvazione a larghissima maggioranza del Parlamento Europeo di una risoluzione bipartisan per chiedere alla Commissione di negare il riconoscimento dello status di economia di mercato (MES) alla Cina, la cancelliera tedesca Angela Merkel è volata a Pechino per cercare di svolgere un ruolo di mediazione in una situazione che rischia di farsi molto preoccupante. Entro l'11 dicembre prossimo, infatti, Bruxelles dovrà pronunciarsi in merito ed una decisione che fino a qualche anno fa sarebbe apparsa scontata, non è più tale dopo l'introduzione di un regime crescente di dazi anti-dumping e anti-sovvenzioni ai danni di una serie di produzioni cinesi, a partire dai laminati in acciaio e dai pannelli solari.

I quindici anni di transizione, stabiliti nel quadro del Trattato di Adesione della Cina al WTO del 2001, stanno per scadere e Pechino pretende che gli accordi internazionali sottoscritti a quel tempo siano pienamente rispettati, a cominciare dall'Articolo 15 del Protocollo, che prevede l'eliminazione del ricorso alla procedura del cosiddetto "Paese surrogato" da parte europea nelle inchieste anti-dumping nei confronti del Paese asiatico. La questione non è di poco conto e la Germania dovrà ora uscire allo scoperto e decidere se superare o meno quel generale atteggiamento semi-protezionistico che fin'ora le ha consentito di sfruttare al meglio - dentro e fuori l'Unione - il suo ruolo egemone in Europa, indirizzando i flussi di import-export a suo vantaggio e continuando a violare da ben otto anni il limite massimo del surplus commerciale, fissato dalla Commissione Europea al 6% del PIL.

Berlino deve salvare il suo export

Fuori dall'Unione Europea, la potenza tedesca può sfruttare ancora una competitività di primo livello, specie nei settori dell'automotive, della farmaceutica, della chimica e della meccanica, tuttavia la Cina resta la quinta destinazione (71 miliardi di euro) dell'export tedesco e la prima origine (91,7 miliardi di euro) dell'import tedesco, costringendo Berlino a procedere con estrema cautela diplomatica.

L'export tedesco, poi, ha continuato a crescere anche nel primo trimestre di quest'anno. A febbraio, infatti, le esportazioni di beni verso i Paesi extra-UE hanno raggiunto quota 39,9 miliardi di euro, crescendo del 2% su base annuale, mentre nello stesso periodo le importazioni tedesche dai Paesi extra-UE sono cresciute appena dello 0,4%, facendo nuovamente lievitare il saldo delle partite correnti. Se in Europa nessun altro Paese sembra avere la forza politica ed economica per imporre alla Germania il rispetto del tetto massimo del surplus commerciale e, in generale, maggior considerazione per le esigenze altrui, in Cina Angela Merkel deve invece ascoltare molto attentamente i propri interlocutori e ponderare bene le risposte e le decisioni.

Il presidente cinese Xi Jinping ha esortato la Germania e l'Unione Europea ad inquadrare obiettivamente i temi della competizione e della cooperazione, risolvendo le dispute commerciali in corso. In particolare, ha richiamato l'attenzione di Berlino e Bruxelles sugli obblighi previsti dall'Articolo 15 del Trattato di Adesione al WTO. Il primo ministro Li Keqiang, in un faccia a faccia di circa un'ora con la Merkel, ha ricordato la responsabilità che grava su tutti i membri del WTO nella difesa del sistema commerciale internazionale e l'importanza del mutuo vantaggio garantito dal commercio sino-europeo. «Il cuore della faccenda è onorare un impegno», ha ribadito Li durante la conferenza stampa congiunta, ricordando come - attraverso le riforme e i cambiamenti compiuti o avviati - la Cina ha mantenuto le promesse annunciate quindici anni fa: «Ora - ha continuato il premier cinese - l'Europa e le altre parti devono mantenere le loro».

La cancelliera tedesca si è mostrata accondiscendente, sostenendo di «comprendere gli obblighi derivanti dall'Articolo 15». Per questo, la Germania «si attende che la Commissione Europea possa consultarsi con la Cina sulla questione quanto prima», per individuare una soluzione che rispetti le regole del WTO e al contempo superi le controversie commerciali.

Non sarà certo la Germania da sola a poter intervenire direttamente sulla decisione che Jean-Claude Juncker e i suoi commissari dovranno prendere in autunno, ma il governo cinese è ben consapevole dell'enorme influenza esercitata da Berlino sull'Eurozona e sull'Unione in generale. Non va poi dimenticato che le principali voci sollevatesi contro il riconoscimento del MES e, dunque, per il mantenimento dei dazi contro i prodotti cinesi sono fin'ora provenute proprio da una parte - minoritaria ma significativa - dell'industria tedesca che, con una forte azione di lobbying nel corso degli ultimi anni, ha trascinato il dibattito in sede europea, aprendo di fatto la strada all'iter conclusosi con l'approvazione della risoluzione pro-dazi a Strasburgo nel maggio scorso.

In ballo anche investimenti e cooperazione

La questione commerciale è al centro del dibattito tra Europa e Cina, ma ne sottende altre, forse persino più importanti e decisive per il futuro prossimo, a partire dagli investimenti. Li Keqiang ha garantito la massima disponibilità ed apertura a qualsiasi operazione di fusione o acquisizione da parte di aziende cinesi in Germania, nell'interesse reciproco ed in linea con le regole di mercato e la prassi internazionale. Il premier cinese ha ricordato alla sua omologa europea anche gli impegni recentemente assunti dal suo governo per «incrementare l'apertura» del mercato interno e migliorare il clima per gli investimenti anche in favore degli operatori esteri, tra cui ovviamente quelli tedeschi, partner tradizionalmente molto ricercati ed apprezzati in Asia. In contemporanea al vertice tra i due capi di governo, lunedì scorso si stava infatti svolgendo a Pechino l'8° Forum Sino-Tedesco per la Cooperazione Economica e Tecnologica, organizzato congiuntamente dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme della Repubblica Popolare Cinese e dal Ministero per gli Affari Economici e l'Energia della Repubblica Federale di Germania, dove le numerose aziende dei due Paesi coinvolte hanno concluso complessivamente ben 96 contratti, per un valore pari a 15 miliardi di dollari.

Gli investimenti cinesi in Germania sono cresciuti molto negli ultimi anni e si stanno velocemente aprendo anche all'Industria 4.0 - termine coniato non a caso alla Fiera di Hannover del 2011 - ed in particolare alla connettività e alla dimensione del cosiddetto Internet of things, menzionato anche nel 13° Piano Quinquennale cinese come uno degli obiettivi del piano di innovazione Made in China 2025. Il gigante asiatico cerca dunque l'ingresso nelle grandi compagnie hi-tech tedesche non soltanto per acquisire il loro avanzato know-how, ma anche per espandere la loro produzione. Secondo l'avvocato Michael Wiehl, esperto in transazioni internazionali per la Rödl & Partner, i timori iniziali da parte tedesca che gli investimenti cinesi potessero danneggiare il know-how locale e favorire una delocalizzazione spinta verso l'estero sono stati ormai superati, in virtù del fatto che sempre più aziende cinesi stanno investendo in brand tedeschi per perfezionare ed espandere la produzione in Germania ed utilizzare le competenze specifiche anche nei mercati locali, dove la domanda di prodotti di qualità è ormai diventata elevatissima: è l'unità tra la produzione e il know-how dei dipendenti che gli investitori cinesi cercano - continua Michael Wiehl - poiché sono attratti dalla sinergia tra organizzazione, personale qualificato e conoscenza procedurale di alto livello.

Ultima super-offerta in ordine di tempo è quella del gruppo cinese Midea, che ha messo sul piatto 5 miliardi di dollari per Kuka, leader tedesco della robotica. Come ricorda il Wall Street Journal, la Cina ormai è il primo mercato mondiale dell'industria robotica, avendo già contribuito nel 2014 al 27% del totale globale (pari a 32 miliardi di dollari). Da qui, la cooperazione con la Germania si fa sempre più stretta a tutti i livelli, comprese le infrastrutture e i trasporti. Duisburg, infatti, assieme a Rotterdam e a Venezia, sarà uno dei tre hub principali europei della Cintura Economica (terrestre) della Nuova Via della Seta e della Via della Seta Marittima del XXI secolo. Sarà, però, anche la stessa Germania a poter moltiplicare le proprie capacità di investimento in Asia, dopo l'ingresso nell'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) - la nuova banca di sviluppo multilaterale a guida cinese - come primo azionista europeo (4,52%).

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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