(ASI) Lo scorso 28 dicembre l'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) ha ratificato la nuova legge in materia di anti-terrorismo.

Il testo, molto lungo e dettagliato, va ad implementare la legislazione nazionale preesistente in materia di sicurezza pubblica e di procedura penale, ridefinendo il raggio d'azione di Pechino nelle operazioni contro il terrorismo. Integrando la definizione presente nella Convenzione contro il Terrorismo, l'Estremismo e il Separatismo dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), siglata dai vertici di Cina, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan nel giugno 2001, la nuova legge nazionale antiterrorismo mette più nitidamente a fuoco la strategia cinese. Allora, i sei Paesi membri della SCO avevano concordato nel ritenere espressione terroristica qualunque atto che metta in pericolo l’incolumità materiale e psicologica della popolazione civile o che tenti di provocare il maggior danno possibile alle strutture e al patrimonio pubblico. Con l'entrata in vigore della nuova legge, Pechino definisce col termine terrorismo "qualsiasi proposito o attività che, attraverso mezzi violenti, sabotaggio o minaccia, generi panico sociale, mini la sicurezza pubblica, violi i diritti personali e di proprietà, e minacci gli organi governativi e le organizzazioni internazionali, allo scopo di portare avanti un certo obiettivo politico e ideologico".

 

Autorizzati controlli informatici e missioni all'estero

In particolare, sul piano politico, il testo approvato stabilisce che la Cina "si oppone a tutte le forme di estremismo che cerchino di istigare all'odio, incitare alla discriminazione e fare appello alla violenza attraverso la distorsione delle dottrine religiose ed altri mezzi". La potenza asiatica, inoltre, "agisce per sradicare le basi ideologiche del terrorismo". Sul piano operativo, invece, l'articolo 18 della nuova legge dispone che, in fase investigativa, gli operatori delle telecomunicazioni e i servizi di provider Internet attivi in Cina siano tenuti a fornire supporto e assistenza tecnica alla polizia e alle autorità anti-terrorismo, inclusa la decrittazione dei sistemi operativi.

Ritenuta controversa da alcuni osservatori occidentali per le restrizioni e la supposta invasività, la nuova legge stabilisce anche il divieto di diffusione di informazioni alterate riguardanti attività o attacchi terroristici che possano indurre all'emulazione o addirittura ostacolare le indagini. In particolare, saranno i social media a finire sotto maggiore osservazione per limitare la divulgazione di informazioni relative al terrorismo da parte di utenti privati.

In conferenza stampa, Li Shouwei, membro della Commissione per gli Affari Legislativi presso il Comitato Permanente dell'ANP, ha rassicurato le aziende hi-tech straniere sul fatto che la clausola non contempla il meccanismo backdoor, sciogliendo ogni dubbio sul timore di possibili intrusioni nei propri sistemi o di violazioni della loro proprietà intellettuale. Ha poi aggiunto che la Cina non ha adottato nulla di diverso da quello che gli ordinamenti vigenti negli Stati Uniti e nell'Unione Europea già prevedono per prevenire ed indagare le attività criminali terroristiche.

La vera e propria novità è, invece, il via-libera alle missioni all'estero delle Forze Armate. Secondo il testo di legge, "le autorità di sicurezza nazionale e di pubblica sicurezza possono anche inviare personale all'estero per missioni anti-terrorismo, su autorizzazione del Consiglio di Stato e in accordo con i Paesi coinvolti". La nuova legge mette, così, nero su bianco un atteggiamento già espresso dalla portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying, lo scorso 4 dicembre, che confermò il sostegno cinese alla campagna anti-terrorismo della Russia in Siria, sottolineando come "la Cina comprende e sostiene sempre le attività anti-terrorismo che sono in linea con il diritto internazionale e con il consenso del governo coinvolto". I cinque principi della coesistenza pacifica, pietra angolare della politica estera cinese, non vengono dunque aggirati ma integrati con un atteggiamento più assertivo in campo internazionale che consentirà a Pechino di svolgere un ruolo più attivo, e non meramente diplomatico, nel processo di costruzione della pace e della sicurezza globale, anche in linea con il peso specifico assunto dal Paese nell'arena mondiale.

 

La questione uigura e la connessione internazionale

Come ricorda l'agenzia Xinhua, la decisione di implementare la legislazione con una legge specifica in materia di anti-terrorismo era stata presa già nell'Ottobre 2011, a pochi mesi dallo scoppio delle primavere arabe e contemporaneamente alla cattura di Gheddafi e al conseguente tracollo della Libia sotto i colpi del jihadismo. Da allora, anche in Cina si sono susseguiti una serie di attentati di matrice islamista, tra cui i più gravi sono stati senz'altro l'accoltellamento di massa alla stazione ferroviaria di Kunming nel marzo 2014, con 29 vittime e decine di feriti, e l'esplosione di due autobombe al mercato di Ürümqi nel maggio 2014, con 31 vittime e 94 feriti.

La piaga del terrorismo, radicato nella regione autonoma dello Xinjiang dove la comunità turcofona e musulmana degli uiguri rappresenta soltanto il 45% della popolazione e solo una delle quattro etnie autoctone (i cinesi Han la abitarono diversi secoli prima dell'arrivo degli uiguri e della loro conversione all'Islam), costituisce ancora un problema molto serio in Cina. Il sostegno internazionale alla causa uigura, poi, non fa che rafforzare le capacità di manovra dei gruppi separatisti, dando loro la possibilità di appoggiarsi all'estero. Come ad esempio in Turchia, dove la scorsa estate sono state bruciate bandiere cinesi da una folla esaltata ed è stata preso d'assalto una sede diplomatica del governo thailandese, reo - secondo i manifestanti - di aver consegnato 109 sospetti terroristi alle autorità cinesi. Oppure negli Stati Uniti, dove agisce non solo il religioso turco Fethullah Gülen, da anni residente in Pennsylvania, ma anche Rebiya Kadeer, madrina internazionale della causa separatista uigura. Dietro i volti rassicuranti e l'immagine formale dei due leader politico-religiosi c'è in realtà un grande movimento di informazioni e di soldi che si sospetta possano finire, attraverso canali illeciti o mediatori borderline, nelle mani dell'ETIM (East Turkestan Islamic Movement), dell'ETLO (East Turkestan Liberation Organization), dell'ULO (Uyghur Liberation Organization) e di altre sigle terroristiche minori.

Le autorità siriane hanno già individuato negli ultimi due anni diversi miliziani uiguri tra le file dell'ISIS e proprio nel giugno scorso un video di propaganda del sedicente Stato Islamico mostrava l'intervista di un jihadista a Muhammed Amin, anziano combattente uiguro, che sosteneva di essersi arruolato sotto le bandiere del Califfato insieme a molti suoi familiari dopo l'uccisione del figlio in Siria. L'età avanzata non scalfisce la credibilità del video e non può certo eliminare la preoccupazione cinese, visto che anche Yusupbeg Mukhlisi, fondatore del Fronte Rivoluzionario Unito del Turkestan Orientale, ha portato avanti per decenni, anche nel pieno della terza età, le attività terroriste e separatiste in Cina muovendosi, come da tradizione dei "signori della guerra", tra le impervie aree montuose incastonate tra Afghanistan, Tagikistan e Xinjiang.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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