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(ASI) Ormai sono mesi che vanno avanti le proteste a Bangkok, capitale della Thailandia, contro il governo presieduto da Yingluck Shinawatra, sorella dell’ex premier Thaksin Shinawatra, imprenditore e leader del partito populista Thai Rak Thai. Dopo una breve pausa per il compleanno del Re Bhumibol Adulyadej, giornata dedicata all’armonia, le proteste sono riprese. Il primo ministro è stato costretto a sciogliere il Parlamento, in un estremo tentativo di placare le proteste che da molto tempo bloccano la capitale e in seguito alle dimissioni in massa dei 153 deputati del principale partito di opposizione, e indire le elezioni per il prossimo 2 febbraio. Ma la protesta anti-governativa non è finita. Secondo il leader Suthep Thaugsuban l’obiettivo finale non è ancora stato raggiunto. Non basta lo scioglimento del Parlamento, perché lo scopo delle manifestazioni di piazza è quello di modificare radicalmente la struttura dello Stato, sostituendo l’assemblea elettiva con un Consiglio del Popolo nominato dal Re.

Questa proposta ha attirato il favore dei monarco-nazionalisti e della classe media del sud, in funzione anti Shinawatra, famiglia che guida incontrastata il Paese da anni e che non è stata immune da scandali di abuso di potere, conflitti di interesse e corruzione. L’attuale premier, che considera anticostituzionale la proposta di Suthep, ha tentato anche di proporre un referendum sulla sua permanenza in carica, in modo da far decidere il popolo thailandese sul futuro della propria nazione, ma non è servito a nulla. Thaksin, deposto da un golpe nel 2006 e volontariamente in esilio fra Londra e Dubai dal 2008 per sfuggire a una condanna per corruzione, è considerato la mente che guida realmente l’attuale governo della sorella. La stessa Yingluck Shinawatra ha dato un pretesto per dare inizio alle manifestazioni anti-governative proponendo una legge che avrebbe permesso al fratello di rientrare in patria senza scontare la pena per cui era stato condannato. L’esercito, che parteggia per i manifestanti in quanto formalmente e ideologicamente “difensori del Re” e fauturi del golpe nel 2006, fino ad ora hanno mantenuto una posizione neutrale, purché ambigua, affermando che si tratta di una crisi politica e deve essere risolta con mezzi politici.

Un loro intervento tuttavia non è da escludere. La situazione politica della Thailandia si configura come una democrazia assediata dall’esterno, con proteste violente che rischiano di sfociare in guerra civile, e dall’interno, a causa della crescente sfiducia verso le istituzioni e le accuse di compravendita di voti che gravano sulla famiglia Shinawatra. Il tempo ci dirà quanto la fortezza democratica thailandese resisterà a questo assedio.

Guglielmo Cassiani Ingoni – Agenzia Stampa Italia

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