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(ASI) Durante questa settimana è attesa da Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, un’importante missiva diplomatica proveniente dalla lontana Bolivia. Non è la prima lettera - e non sarà neanche l’ultima - che giunge in Palestina da paesi sudamericani, nella quale viene ufficialmente riconosciuto lo stato palestinese.

 E’ di pochi giorni fa, infatti, la dichiarazione di Evo Morales, presidente della Bolivia, in cui si impegna a riconoscere uno stato di Palestina “indipendente e sovrano” entro i confini del ’67, ossia quei confini precedenti alla “Guerra dei sei giorni” ed auspicati anche dall’ONU: Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Con la Bolivia, il fronte dei paesi del Sud America che si esprime favorevolmente circa questa ipotesi si rafforza. Nel giro di poco tempo, precedentemente alla Bolivia, la medesima decisione era stata presa da Brasile ed Argentina, mentre l’Uruguay ha assicurato che farà altrettanto nel mese di gennaio. Per giunta altri stati sudamericani, tra i quali l’Ecuador, nelle scorse settimane si sono mossi per intraprendere anch’essi la strada del riconoscimento della Palestina. Proprio in una conversazione telefonica intercorsa sul finire della scorsa settimana con Abu Mazen, il presidente ecuadoriano Correa avrebbe confermato il suo impegno in questo senso. Un gesto congiunto che rappresenta un fatto nuovo: la volontà sudamericana di svolgere un ruolo importante nello scenario geopolitico intercontinentale. Volontà che corrisponde ad una crescita economica avvenuta negli ultimi anni che ha affrancato il Sudamerica dall’ombra degli Stati Uniti, i quali si sono per anni assicurati il suo controllo economico e politico. Ora, l’emergere di paesi dalle immense ambizioni internazionali potrebbe cambiare quegli equilibri di mediazione storicamente consolidatisi e rappresentare una svolta nei processi di pace in Medio Oriente.

Questa iniziativa che accomuna i paesi sudamericani ha provocato il disappunto israeliano, che il portavoce del ministro degli esteri Yigal Palmor non ha tardato ad esprimere dopo aver appreso la notizia del riconoscimento da parte argentina (paese in cui è storicamente radicata una nutrita componente ebraica), definendo questa mossa assolutamente inutile se finalizzata a cambiare la situazione tra Israele e palestinesi. “Se l’Argentina avesse voluto fornire un vero contributo alla pace, ci sarebbero stati altri modi piuttosto che questo gesto puramente retorico”, ha chiosato Palmor. La stizzita reazione israeliana è il segnale di un’insofferenza, da parte dello stato sionista, nei confronti di un crescente movimento d’opinione internazionale che preme verso Israele affinché il suo atteggiamento si ammorbidisca e possa propendere per una soluzione pacifica del conflitto mediorientale. In questa prospettiva va interpretato il documento, inviato recentemente da ventisei ex capi di stato e di governo, ex ministri ed ex commissari UE alle principali istituzioni europee, in cui si richiede l’imposizione di sanzioni ad Israele a causa dell’espansione degli insediamenti nei territori occupati. Espansione definita nel documento “una minaccia esistenziale alle speranze di creare uno stato palestinese sovrano, contiguo e sostenibile”.

 

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