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(ASI) Dopo le tensioni, avvenute sul finire del mese scorso, che hanno provocato la morte di due militari e due civili e una decina di feriti a causa dello scambio di colpi di artiglieria, tra le due Coree la situazione non appare rasserenarsi.

Il fermento diplomatico degli esponenti dei due governi coreani denota una certa preoccupazione ad ingraziarsi il favore di potenti alleati, elemento storicamente irrinunciabile per un paese che sta per essere coinvolto in un conflitto. In questi giorni il ministro degli esteri nordcoreano Pak Ui-Chun è impegnato in una visita di stato in Russia. Prima di volare alla volta di Mosca, Pak si è speso in una dichiarazione che non lascia presagire nulla di buono circa l’avvenire dei rapporti con i vicini sudcoreani, sostenendo che il suo paese è pronto a ricorrere alla potenza nucleare per difendersi dagli atti “ostili” di Stati Uniti e Corea del Sud. A Mosca è previsto un incontro con il suo collega russo Sergei Lavrov per parlare di “azioni bilaterali”, ma anche “dei maggiori problemi internazionali”. Sull’altro fronte, mentre le truppe sudcoreane si esercitano per tenersi pronte ad ogni evenienza,  i tre storici alleati - Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone - lavorano alacremente per giungere ad una soluzione del problema. Di recente i tre ministri degli esteri si sono incontrati a Washington, dove hanno sottolineato la necessità di colloqui diplomatici finalizzati al mantenimento della pace e della stabilità nella penisola dell’Asia nordest, coinvolgendo soprattutto la Cina, interlocutore privilegiato con il governo di Pyongyang. Contribuiscono a rendere teso il clima geopolitico le parole, rilasciate dall’ex responsabile dell’intelligence statunitense, Dennis Blair, all’emittente CNN. Egli, di ritorno da Seul, afferma che la Corea del Sud ha perso la pazienza rispetto alle provocazioni militari pervenutegli dalla Corea del Nord. Blair si aspetta un conflitto militare, per iniziativa della Corea del Sud, ma ritiene che verrà limitato ad un livello basso, ossia non esteso su vasta scala, poiché una guerra più ampia è indesiderata dalla Corea del Nord, in quanto provocherebbe “la fine del regime”. A fronte dell’invito alla moderazione nelle relazioni con i nordcoreani giunto a Seul da parte di Obama, Blair sostiene che “vi è un atteggiamento più duro della Corea del Sud che gode di ampio sostegno popolare”, aggiungendo che una posizione più prudente rischierebbe di “non far sopravvivere il governo” a questa crisi diplomatica. Infine, Blair ha chiamato in causa la Cina, invitandola a partecipare alle conversazioni con Stati Uniti e Corea del Sud per gettare le basi di una futura Corea unita dopo il crollo del regime di Pyongyang. La Cina, che vende alla Corea del Nord cibo e carburante - il quale può essere destinato ai reattori nucleari -, non appare entusiasta circa quest’ipotesi accennata da Blair; anzitutto, poiché la caduta del regime reciderebbe un suo importante canale commerciale, inoltre, poiché l’eventualità di ritrovarsi al proprio confine meridionale un posizionamento di truppe della U.S. army e di un nuovo e più potente fedele alleato statunitense, le provoca apprensione.

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