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(ASI) Ci sono pagine di storia che sembrano destinate a scivolare nell’oblio, nascoste in qualche scaffale anonimo ad ingiallirsi e ad attirare polvere. I racconti scritti al loro interno, del resto, costituiscono testimonianze di verità altre, ingombranti ostacoli all’affermazione di un pensiero unico.

Ogni tanto, però, qualche editore, per amor di causa o per volontà di dar contributo al pluralismo d’informazione storica, decide di sfidare questa cortina demagogica.
E’ il caso delle Edizioni del Girasole che, nel 2010, hanno dato alle stampe il libro di memorie di Alfredo Roncuzzi, italiano arruolatosi tra le file dei cattolici carlisti durante la guerra civile spagnola: “L’altra frontiera. Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra”, a cura di Pier Giorgio Bartoli.

Il manoscritto, già pubblicato in lingua spagnola nel 1992 con il titolo “La otra frontera”, ci offre un resoconto di quei giorni di guerra vissuti in prima persona. Realtà probabilmente ignorate dalla gran parte degli italiani: quelle di nostri connazionali che decisero di partire volontari “al di là del mare” per combattere tra le file di un’armata fervidamente cattolica, che alternava gli assalti con la baionetta alle recite del rosario, impegnata a riaffermare una monarchia interprete di valori tradizionali. Dios ante todo è il sacro monito che ha condotto, tra gli altri, Alfredo Roncuzzi a scegliere di sacrificare la propria vita professionale, la propria quiete nella pacifica Italia (correva l’anno 1937) per tuffarsi nella tumultuosa Spagna, arruolandosi tra i cosiddetti requetés, i soldati carlisti. Carlisti perché i loro antenati, nell’Ottocento, avevano combattuto due guerre a favore del pretendente al trono di Spagna Carlos, fratello di Ferdinando: il primo ambiva alla restaurazione di una monarchia tradizionale, cattolica e rappresentativa dei fueros (i diritti alle identità regionali); il secondo auspicava un modello di Stato centrale e liberale, caldeggiato dai massoni di mezza Europa e dalla storicamente ostile Gran Bretagna.

Gli strascichi di quei conflitti ottocenteschi tra due visioni del mondo contrapposte riaffiorarono negli anni ’30 del secolo successivo, quando anche la penisola iberica venne contagiata dall’utopia marxista, apice del processo di sovversione cominciato con la “riforma protestante”, passato per l’epoca dei “lumi” e le rivoluzioni giacobine. La vittoria, alle elezioni del ’36, del Fronte Popolare generò caos in tutta la penisola e gettò il Paese nell’anarchia e nella violenza verso ogni forma di autorità e di trascendenza, preludio della guerra civile che sarebbe stata. Esplicativi frammenti degli effetti del terrore comunista ci vengono così descritti da Roncuzzi, dalla città di Toledo: “(…) un padre carmelitano dal volto giovereccio si avvicina per invitarmi a visitare il suo convento. Quel che è rimasto. Sparse per la chiesa, nera d’incendio, statue di Santi mutilati con la scure: chi le braccia, chi le gambe, chi il volto spaccato a metà, chi ridotto in pezzi; la casa dei religiosi mezz’arsa; la biblioteca incenerita; il muro accanto alla chiesa ancora spruzzato del sangue di una decina di carmelitani, sangue e materia celebrale perché la strada era stretta e li fucilarono sparando quasi a bruciapelo” (pag. 37). Le memorie dell’autore, inoltre, ci permettono di conoscere aspetti forse inattesi di quella guerra, come l’atteggiamento indulgente degli efferati rojos (i comunisti) nei confronti delle chiese protestanti incontrate durante le loro campagne di distruzione. Un segno d’intesa nei confronti degli inglesi, che finanziarono la causa repubblicana, oppure una dimostrazione che l’odio dei rojos non fu genericamente anti-religioso, bensì contro la sola Chiesa cattolica, unico autentico argine alle derive ideologiche sovvertitrici. Forse, le due ipotesi non sono alternative l’una all’altra, ma assolutamente convergenti.

D’altronde, le passioni scaturite nella guerra civile spagnola travalicavano i suoi confini; essa fu l’attuazione locale di un conflitto tra correnti ideologiche e flussi politici che spiravano a quei tempi in tutta Europa. La Spagna - nelle intenzioni di Mosca, ma anche di Londra e di Parigi - rappresentava il più importante tassello di un mosaico europeo radicato su valori tradizionali che sarebbe dovuto crollare sotto i colpi delle ideologie sovvertitrici (di stampo comunista o liberale che fossero). Roncuzzi coglie bene quest’aspetto durante una conversazione con un commilitone di nome Unamuno, il quale gli spiega che “non la Spagna avrebbe dovuto europeizzarsi, bensì l’Europa spagnolizzarsi”. “Si comprende - scrive l’autore a pagina 141 - la diffidenza della Spagna verso l’Europa e l’incomprensione dell’Europa verso la Spagna. Erano due continenti diversi da quando l’uno si era allontanato dalla tradizione che gli era madre, nutrice, educatrice”. Per Roncuzzi, del resto, rinnegare le radici cristiane, “equivaleva alla decisione di confinare il Continente in un ignoto Paese artico, nel quale l’uomo, rinunciando a un trascendente orizzonte, fosse costretto, avvolto nelle nebbie dell’immanenza, a doversi chiedere la ragione di venti secoli perduti” (pag. 141).

Le pagine del libro scorrono piacevolmente tra i racconti degli avvenimenti bellici, colmi d’aneddoti che svelano aspetti storico-politici curiosi, come la diffidenza (talvolta degenerata in astio e risse) tra i carlisti e i falangisti, appartenenti entrambi al medesimo schieramento durante la guerra ma promotori di visioni della Spagna post-bellica piuttosto divergenti. Alfredo Roncuzzi, tenente requeté ma anche scrittore e commediografo, unico italiano che ha riposto nei suoi scritti l’esperienza carlista vissuta in prima persona, allieta il lettore grazie al suo approccio con la Spagna da viaggiatore avido di conoscere in profondità i luoghi - spesso grondanti sangue e umiliazione - in cui la guerra lo conduce. Luoghi abitati da popoli sorretti da antiche radici cristiane e contadine, sovente umiliati dalla violenza comunista ma mai domi nella propria dignità. La gradevole realtà che Roncuzzi rileva in Spagna si sovrappone spesso, coincidendo, alle memorie della sua bucolica infanzia romagnola, altrettanto foriere di emozioni positive. La difesa di queste sobrie espressioni di civiltà cristiana dalla corruzione dei miti di progresso è lo sprone che anima i carlisti, e che ha spinto Roncuzzi a rischiare la propria pelle oltreconfine, lontano dagli affetti e dalle sicurezze patrie, nella convinzione che niente di quel che (è stato) sofferto e offerto rimarrà nell’anonimato davanti a Dio” (p. 227).

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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