Avieri italiani: i veri eroi della Seconda Guerra Mondiale (1940-1945)

(ASI) Chieti - La storia dell’aviazione italiana nella Seconda Guerra Mondiale è un mosaico di contrasti drammatici: da una parte l'inadeguatezza industriale e le decisioni dei comandi, dall'altra il valore fuori dal comune, l'ingegno e l'eroismo dei singoli piloti.

Quando gli storici analizzano le vicende di quegli anni, emergono imprese leggendarie e scelte umane strazianti che elevano gli avieri italiani ad eroi dimenticati, a simbolo di quella parte della Nazione che non voleva arrendersi all'umiliazione di essere bollati come codardi e deboli. 

​Il volo impossibile: Ettore Muti e il record del Bahrein

​Prima ancora che il conflitto entrasse nella sua fase più disperata, la Regia Aeronautica fu capace di compiere un'impresa strategica e tecnologica che lasciò il mondo a bocca aperta. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1940, una squadriglia guidata dal leggendario pluridecorato Ettore Muti, il soldato più decorato d'Italia, decollò dall'isola di Rodi Egeo per compiere quella che divenne una delle missioni di bombardamento a lungo raggio più straordinarie della storia militare.

A bordo di quattro trimotori Savoia-Marchetti S.M.82,pesantemente modificati per trasportare carburante extra, Ettore Muti e i suoi uomini volarono per ben 4.200 chilometri in silenzio radio, attraversando i cieli desertici presidiati dagli inglesi. L'obiettivo erano le vitali e strategiche raffinerie petrolifere britanniche di Manama, nel Bahrein.

​Il bombardamento fu un successo completo: colte di sorpresa, le difese nemiche non riuscirono a reagire. Dopo aver sganciato il loro carico distruttivo, gli S.M.82 proseguirono il volo atterrando felicemente a Massaua, in Eritrea, stabilendo il primato mondiale di distanza e navigazione della Seconda Guerra Mondiale. Un'impresa che dimostrò l'audacia senza limiti e la grande abilità degli equipaggi italiani.

​Roma 19 Luglio 1943: l'inferno di San Lorenzo e l'eroismo nei cieli della Capitale

​Ma la guerra presentò presto il suo conto più salato sul suolo patrio. Il 19 luglio 1943 è una data scolpita nel dolore della nazione: varie centinaia di bombardieri pesanti angloamericani (tra cui i possenti B-24 Liberator e B-17 Flying Fortress) oscurarono il cielo di Roma, sganciando tonnellate di bombe sui quartieri popolari di San Lorenzo, Tiburtino e Prenestino. Fu il primo, devastante bombardamento sulla Città Eterna, che causò oltre 3.000 morti tra i civili.

​In quell'inferno di polvere e macerie, mentre la popolazione cercava scampo nei rifugi, un manipolo di piloti italiani della Regia Aeronautica decollò senza esitazione per intercettare l'immensa flotta aerea nemica. Volando su caccia spesso superati e in condizioni di schiacciante inferiorità numerica (poche decine contro centinaia di aerei di scorta nemici), i piloti italiani si lanciarono nei combattimenti con disperato eroismo.

Stesso eroismo quello della contraerea di Roma che senza né adeguata illuminazione mancando i riflettori (fotoelettriche), né radar, tento anche di notte di difendere Roma, facendosi luce sparando in area razzi di segnalazione (bengala e candellieri appesi a un piccolo paracadute o granate illuminanti al magnesio o al fosforo. La contraerea contava su Roma circa trenta batterie antiaeree con circa 4/6 pezzi in ogni postazione, per un totale di circa 100/120 cannoni pesanti, pressoché tutti pezzi della Prima Guerra Mondiale 75/27 CK e75/46 che faticavano a raggiungere i 5000/6000 metri in verticale di gittata e i sistemi di puntamento non erano precisissimi per colpire bersagli così veloci;  a questi pezzi obsoleti si aggiungevano oltre a numerose mitragliatrici leggere da 20 mm per la difesa a bassa quota, pochissimi cannoni di ultima generazione il 90/53 che riuscivano a raggiungere i 10.000 metri di gittata, poiché la maggior parte di questi ottimi pezzi di artiglieria erano stati mandati a difendere le navi della Regia Marina e le città industriali del Nord Italia molto più esposte della Capitale ai bombardamenti, dove non ci si aspettava un attacco, considerato che Roma era anche la sede della Città del Vaticano. Ai cannoni della contraerea italiana si affiancavano alcuni tedeschi da 88 mm posti nella periferia nord della città a difesa delle linee di comunicazione  germaniche, efficaci ma pochissimi e incapaci di modificare l'esito dello scontro.  

Gli Alleati posizionarono volutamente i loro bombardieri a circa 6000 metri di altezza per essere pressoché sicuri di non subire perdite che alla fine del bombardamento furono solo di 9 velivoli per gli attaccanti, mentre le nuvolette di fumo delle esplosioni della contraerea italiana si vedevano al di sotto di quella quota. 

Quella mattina del 19 luglio 1943, la sproporzione di forze fu semplicemente schiacciante, drammatica e spietata.

​Per contrastare  la imponente flottiglia aerea Alleata dell'operazione Crosspoint ( così composta per travolgere le difese italiane: circa 930 velivoli complessivi, tra cui ben 362 bombardieri pesanti quadrimotori B-17 e B-24, oltre 300 bombardieri medi e circa 268 caccia di scorta P-38 Lightning) l'Aeronautica italiana poté opporre pochissime forze: ​I caccia in grado subito di decollare già presenti su Roma erano soltanto 38. ​Alcune fonti storiche, allargando il conteggio a tutti i velivoli della Regia Aeronautica che tentarono di alzarsi in volo o di convergere sull'area di Roma dalle basi limitrofe (come Cerveteri, Ciampino e Palidoro) nell'arco dell'intera giornata, stimano un totale massimo di circa 70 caccia italiani.

​La stragrande maggioranza di questi 38 avieri (tra i quali figurava anche il leggendario asso Luigi Gorrini, decollato da Cerveteri a bordo di uno dei primissimi e rari Macchi C.205 Veltro) dovette affrontare un muro invalicabile di fuoco. Volando in condizioni di inferiorità numerica di circa 25 a 1, quei piloti fecero l'impossibile per farsi largo tra la scorta dei fulminei P-38 americani e tentare di disturbare i bombardieri prima che sganciassero il loro carico di morte su San Lorenzo e sugli scali ferroviari romani.

​Fu un disperato e generoso "assalto alla sciabola" contro una flotta aerea d'acciaio che, purtroppo, non poté evitare la tragedia a terra.

In quelle ore tragiche, molti di loro sacrificarono la vita solo per disturbare le linee dei bombardieri nemica e salvare quante più vite possibili a terra, dimostrando un attaccamento sacro al dovere e alla difesa della propria gente. Eroi anonimi che nessuno ricorda perché scomodi alla propaganda filo Alleata. A pagare alla fine dei bombardamento fu solo il Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, l'eroe della Grande Guerra Rino Corso Fougier, inventore degli squadroni della morte che poi divennero le Frecce Tricolori

​La rinascita tecnologica: l' Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR), i motori moderni e le tattiche tedesche

​Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il Nord Italia rimase sotto il controllo tedesco e della neonata Repubblica Sociale Italiana. I piloti che decisero di continuare a combattere a difesa delle città italiane confluirono nell'Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR). Per la prima volta, grazie alla sinergia con i tedeschi, poterono finalmente volare su macchine competitive:​La "Serie 5" e il cuore tedesco: Caccia straordinari come il Macchi M.C.205 Veltro e il Fiat G.55 Centauro vennero equipaggiati con il potente motore tedesco Daimler-Benz DB 605, costruito su licenza in Italia. Più tardi giunsero anche i temibili Messerschmitt Bf 109 G. Sotto la guida della Luftwaffe, i piloti italiani adottarono la formazione "a quattro dita" (Schwarm), abbandonando i vecchi e rischiosi caroselli acrobatici individuali in favore di una rigorosa e letale disciplina di squadra basata sulla coppia leader-gregario.

​Gli assi dell'ANR, come l'indomito sergente maggiore Luigi Gorrini e il leggendario Maggiore Adriano Visconti (comandante del 1° Gruppo Caccia "Asso di Bastoni")  vennero universalmente riconosciuti come alcuni dei migliori cacciatori dell'intero conflitto mondiale.

​Visconti, asso da 19 vittorie e leader carismatico, divenne il simbolo di quelle "aquile senza corona" che volavano con il tricolore sulle ali ma privati degli ornamenti monarchici, spinti solo da un viscerale senso del dovere. Visconti fu barbaramente assassinato alle spalle, il 29 aprile 1945 da alcuni partigiani mentre era in procinto di arrendersi ai comandanti del CLN, ma il suo nome rimane sinonimo di lealtà e orgoglio nazionale.

​La scelta etica: difendere, non bombardare

​Dietro la complessa scelta di continuare a volare al fianco dei tedeschi nell'ANR non vi era quasi mai un'adesione ideologica, bensì un profondo e straziante dilemma etico.

​Mentre i colleghi dell'Aeronautica Cobelligerante al Sud venivano impiegati dagli Alleati in missioni di attacco al suolo sui territori occupati — trovandosi spesso nella tragica situazione di dover colpire con le armi la propria terra e i propri connazionali — i piloti dell'ANR decisero di restare al Nord per un solo scopo: difendere le città italiane e la popolazione civile.

​Per queste aquile, alzarsi in volo significava intercettare le mastodontiche formazioni di bombardieri angloamericani che quotidianamente devastavano città come Milano, Torino, Genova e i centri della Pianura Padana. Accettarono di legare il proprio destino a una causa chiaramente perduta, andando incontro alla morte o all'epurazione, pur di proteggere le case e le famiglie italiane e di non dover mai, in nessun caso, sganciare una sola bomba sulla propria Patria.

Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia

Nella foto il Capitano Adriano Visconti nel suo caccia Macchi. (Foto: Archivio Giorgio Apostolo / Collezione storica aeronautica).

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