(ASI) Sulmona - L'arrivo di Emanuele Filiberto di Savoia in Abruzzo a Sulmona è stato accolto da una sostanziale indifferenza. Un disinteresse che, a ben vedere, affonda le radici in una verità storica e giuridica tanto complessa quanto affascinante: i Savoia, in realtà, non sono mai stati i legittimi Re d'Italia.
Per comprendere questa affermazione è necessario analizzare il concetto di legittimità regale politica e spirituale della nostra Penisola attraverso due filtri storici.
L'assenza di un'investitura medievale e sacrale
Se consideriamo l'Italia come una nazione nata nel Medioevo dalle ceneri delle invasioni barbariche, ai Savoia è sempre mancata la necessaria legittimazione formale: l'incoronazione ufficiale con la Corona Ferrea dei Longobardi. Questo simbolo millenario era indissolubilmente legato al Sacro Romano Impero e, di conseguenza, al Papato.
I Savoia, tuttavia, si trovarono in aperto contrasto con entrambe le istituzioni: da un lato la Chiesa, a cui sottrassero i territori dello Stato Pontificio per proclamare il Regno; dall'altro l'Impero, rappresentato nell'Ottocento dall'Austria, contro cui fu combattuta l'unificazione politica della Penisola.
Il legame spezzato con l'eredità romana
Se invece guardiamo all'Italia nella sua continuità storica più antica, quella che affonda le radici nella Res Publica e nell'Impero Romano, la figura del "Re" appare persino anacronistica. La legittimità politica di Roma spetterebbe, per continuità territoriale, all'Impero Romano (legato alle case regnanti bizantine), mentre il titolo spirituale di Pontifex Maximus è storicamente detenuto dal Papa.
In alternativa, secondo la tradizione del Principato Augusteo – a cui l'Italia del Risorgimento si ispirava ideologicamente come Dominus Gentium – la legittimità sarebbe dovuta passare attraverso la proclamazione da parte del Popolo, del Senato Romano o dell'Esercito.
Nulla di tutto ciò è avvenuto. La Penisola è stata unificata con la forza delle armi, la sopraffazione del Regno delle Due Sicilie e tramite plebisciti annessionistici. Ai Savoia rimase così un'unica strada giuridica: estendere il Regno di Sardegna. Non a caso, Vittorio Emanuele II mantenne il proprio numero dinastico, a dimostrazione che il neonato "Regno d'Italia" non era che un'espansione burocratica dello Stato piemontese.
Il paradosso del 1936 e il piano per la Grecia
Solo nel 1936, con la conquista dell'Etiopia, i Savoia divennero imperatori. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Benito Mussolini cercò persino di sanare questo deficit di legittimità classica: il piano di occupare la Grecia serviva anche a convincere il Senato di Atene (erede formale di quello di Costantinopoli) a proclamare Vittorio Emanuele III "Imperatore dei Romani". Un tentativo tardivo di riallacciarsi alla storia universale.
La fine della dinastia
Nel 1946, l'esilio dei Savoia ha rappresentato la naturale conclusione di un percorso politico segnato da enormi responsabilità nel bene o nel male per l'Italia e gli Italiani, comprese la Marcia su Roma dell'Ottobre 1922, tutte le scelte di Mussolini Duce del Fascismo. Il loro ruolo nel colpo di Stato del 25 luglio 1943 e la firma dell'Armistizio dell'8 settembre hanno solo parzialmente attenuato le loro colpe storiche agli occhi degli Alleati.
I Savoia restano i principali responsabili della politica italiana dal 1861 al 1946. Consapevoli della propria fragilità d'origine, quando salirono al trono d'Italia non poterono fare altro che limitarsi a una cerimonia laica e giuridica: un giuramento sullo Statuto Albertino, la carta concessa nel 1848 ai soli sudditi del Regno di Sardegna. Nessuna corona sacra, nessuna continuità romana: solo uno pseudo atto notarile su una Penisola conquistata.
Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia
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