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Cultura

Feste e Tradizioni Italiane - I ceri di Gubbio, una festa collettiva e senza mediazioni

(ASI) Gubbio – Passioni travolgenti, una festa vissuta intensamente dall’alba al tramonto, un evento sentito profondissimamente da tutta la comunità, unita, partecipe di un rito antico otto secoli e mezzo. Dal 1160 gli eugubini onorano il loro amatissimo Ubaldo con la corsa più originale.

Di Daniele Orlandi 16 Maggio 2013 – 10:58 4 min di lettura
Per le vie antiche della città di pietra e poi su per i ripidi “stradoni” che conducono alla Basilica in cima al monte Ingino, dove riposano le spoglie del Patrono, gli eugubini ogni 15 maggio fanno volare con eleganza e leggerezza le tre macchine lignee di cinque quintali che simbolizzano i ceri in onore dei Santi Ubaldo, Giorgio, Antonio. All’inizio l’offerta era di cera, poi sostituita, nel sedicesimo secolo, dalle tre imponenti strutture lignee giunte, con qualche modifica, fino ai giorni nostri. La corporazione dei Muratori e Scalpellini per sant’Ubaldo;  la Corporazione dei Merciari per san Giorgio; gli agricoltori e gli Studenti pe sant’Antonio; gareggiano tra loro per fare l’offerta migliore che, con i ceri lignei, diventa nel tempo la corsa migliore. Non è una corsa a chi arriva prima: l’ordine è prestabilito e non modificabile. Certo, per dire se un cero è andato bene o meno bene, conta se  distacca o si fa distaccare più o meno lungo i tratti del tragitto urbano e, poi, su per il monte; se cade o no; se “pende” o non dà segni di perdita di equilibrio; se la statua del santo che lo sormonta arriva indenne o no alla fine. Ma tutte queste cose non sono di per sé decisive: alla fine conta, per tutti e per ciascuno, l’impegno, il sacrificio di ogni ceraiolo nel dare la sua spinta al cero. Conta la passione autentica che è rimasta la stessa nel tempo: il cuore, la purezza dell’amore degli eugubini per questa corsa fatta quasi senza mai rifiatare. Simbolo di omaggio e riconoscenza al Patrono, emblema di uno slancio mistico che toglie alla partecipazione dei cittadini di Gubbio a questa giornata ogni altro fine che non sia quello del rapporto tra loro ed il cero, tra la comunità ed il suo patrono. La rivalità tra i ceraioli dei diversi santi si esercita nella passione con cui si porta il cero, nello spirito con cui ci si aiuta tra ceraioli sotto il cero per sostenere lo sforzo immane per sostenere la macchina. Ma tutto è fatto per  se stessi non come singoli, ma come membri della Comunità; e  senza indugiare in esibizioni per gli “altri”, quelli che non vivono la festa da eugubini e non possono capirla se non si lasciano andare e travolgere dalle emozioni, dai colori (il giallo , il blu, il nero dei tre ceri; il bianco e il rosso per tutti) e dagli odori di questa giornata intensissima. Una giornata che non dimentica nessuno, a cominciare da chi non c’è più ma ne fu protagonista in passato e ha consentito il tramandarsi di un rito inscalfibile dal mutare delle epoche: uno dei riti della giornata è l’omaggio al cimitero portato dai due Capitani (primo e secondo, che sono i “gestori” responsabili della giornata, cui proprio a riconoscimento di questo ruolo vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città) e dai tre capodieci, uno per santo, cui le rispettive famiglie dei ceraioli hanno attribuito l’ambito, compito e l’lta responsabilità di guidare e rappresentare il cero per una volta nella vita. La festa dei ceri è una festa collettiva: insieme si vive la passione dell’attesa, ci si esalta, si gioisce, si uniscono gli sforzi per far andare al meglio la corsa in omaggio ai tre santi; o ci si rammarica se qualcosa non va per il verso giusto.  E’ una festa che esprime al meglio il misticismo degli umbri e di una terra che non a caso ha dato alla storia tanti santi. Un misticismo intrecciato con i segni concreti della terra, quasi una sublimazione spirituale della quotidianità. E l’adorazione apparentemente idolatrica per il Cero si incarna in una solidarietà e partecipazione collettiva che cerca il contatto fisico, l’abbraccio, la vicinanza, il mangiare insieme ad ogni angolo della città, il passarsi generosamente la bottiglia del vino in segno di comunione . Qui davvero la solidarietà svela la sua radice etimologica: è solida, concreta, si incarna in gesti e  cose che la rendono immediata e riconoscibile a tutti (almeno a tutti gli eugubini) senza bisogno di spiegazioni. La festa si consuma in una giornata, dall’alba al tramonto, intensissimamente e, quando finisce, lascia negli eugubini soddisfazione e nostalgia. Sono soddisfatti gli eugubini, perché nel giorno più importante per la Città, hanno dato ciascuno individualmente e tutti insieme, il loro meglio, il massimo, senza calcoli e risparmi per rendere la corsa e la giornata indimenticabile. Ma, con le ombre della sera, la nostalgia li assale: ora ci sarà tutto un anno da aspettare, preparandosi per rivedere i colori e risentire i rumori tipici e al tempo stesso irripetibili della corsa. Un anno intero per raccontare le emozioni dell’ultima festa,  in attesa della prossima.

Daniele Orlandi – Agenzia Stampa Italia    

foto tratta da: http://www.agrisanterasmo.it/
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