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(ASI) Cala il sipario sulla quinta edizione del Festival delle Donne: per l'occasione, nella serata di martedì 9 aprile, il cinema Zenith ha ospitato Chiara Ottaviani, produttrice del documentario Terramatta.

Ancora uno sguardo femminile su una storia che attraversa quasi tutto il Novecento: quella di Vincenzo Rabito, contadino semianalfabeta originario di Chiaramonte Gulfi, un paesino del ragusano e autore di un diario scritto in una lingua inventata, a metà fra il dialetto e l'italiano. Il dattiloscritto è stato pubblicato dalla casa editrice Einaudi e, successivamente, è divenuto un documentario realizzato dalla regista Costanza Quatriglio.

Un film commovente perché si avverte la microstoria di un personaggio che ha attraversato la storia universale, quella degli eventi più significativi del nostro Paese. Un uomo umile che ha saputo conquistarsi la propria dignità investendo sul valore della famiglia e riconoscendo nell'istruzione una fonte di  ricchezza e la più grande conquista.

“E io quanto sono stato capace a fare 'li, le, la', mi è apparso che avesse preso il terno e così, piano piano, senza essere protetto di nessuno fra pochi mesi mi sono imparato a capire cosa vuol dire la scuola … e ora, nella vecchiaia, tutto questo bello confurto! Che belle epiche che sono queste per i miei figli … che belle epiche hanno capitato tutta questa gioventù...”

 

Riportiamo di seguito l'intervista rilasciata ad Andrea Fioravanti dalla produttrice, Chiara Ottaviano, proprio in occasione della serata conclusiva del Festival:

 

1. Quando, da produttrice e scrittrice della sceneggiatura, si è innamorata di questo soggetto e ha deciso di trasformarne l'immagine?

“Me ne sono innamorata subito, leggendo il libro nel 2007 e ho avuto due motivazioni forti che mi hanno spinto a divulgare questa storia: una di ordine professionale, perché da anni mi occupo di storia e di coscienza storica; l'altra di ordine personale perché le origini mi accomunano a Rabito. Diciamo che in una certa fase delle mia vita ho voluto 'restituire attenzione' alla mia comunità di origine'. Attraverso questa storia sono tornata ad avere attenzione per questa parte di mondo che in precedenza avevo seguito distrattamente.”

 

2. Lei ha contribuito a trasformare il fiume in piena di parole di Rabito in una sinfonia di immagini, di paesaggi, di luoghi lontani e vicini, del passato e del presente … mentre portava avanti questo lavoro, avvertiva la consapevolezza del protagonista di aver attraversato la Storia di questo Paese?

“Sicuramente Rabito era consapevole di aver fatto parte della Storia con la 's' maiuscola e di essere testimone del Novecento come società di massa ma sapeva anche che da quella storia sarebbe stato soltanto schiacciato e ha cercato, pertanto, di adattarsi con estrema intelligenza per evitare di riceverne i colpi più forti...”

 

3. Questo 'barcamenarsi' di Rabito per cercare le soluzioni migliori non ha trasformato la sua anima  in una sorta di 'cinica sopravvivenza' ma ha sempre mantenuto una certa umanità …

“Rabito non è un eroe ma potrebbe essere definito un campione di quello che il sociologo Banfield definiva 'familismo amorale', tipico delle popolazioni arretrate del Sud che, non avendo regole e fedeltà verso lo Stato, considerano come valore solo la famiglia. Questa tendenza fa sì che si diventi amorali... Quella di Banfield ,naturalmente, è una delle tante teorie… Nel caso di Rabito egli aveva come riferimento la famiglia che, sin da piccolo cercava di sfamare … definire amorale questo suo sforzo per la mobilità sociale della famiglia?! Egli assegna anche alla scuola un valore enorme perché fa guadagnare la dignità. In realtà si tratta di progetti morali e non amorali.”

 

4. Il rapporto di Rabito con le donne lungo tutto questo fiume in piena di parole?

“Le donne sono tutto per lui … a Rabito piacciono molto! Noi naturalmente abbiamo dovuto fare una selezione … è forte il suo rancore nei confronti della suocera. Per lui le donne sono fortuna e sfortuna nello stesso tempo. Sembra maledire il suo matrimonio che non va proprio come avrebbe voluto ma che, in certi momenti, sembra essere 'protettivo' …

Poi c'è un episodio molto forte che abbiamo scelto di raccontare, quello di uno stupro ai danni di una ragazza che vede coinvolto lo stesso Rabito...  è stata una scelta rischiosa perché noi stavamo raccontando una storia in cui in qualche modo lo spettatore stava entrando in empatia con il personaggio e, con questo episodio, abbiamo spezzato quel clima. Ma questa è la storia! Rabito sta raccontando qualcosa che è vero ed è giusto che arrivi a coloro che ascoltano! Ma la motivazione principale che mi ha spinto a raccontare l'episodio è quella che riguarda 'l'etica della memoria' … è facile ricordare i torti subiti, mentre è più difficile ricordare quelli che infliggiamo. L'etica della memoria consente di mettere in risalto questi episodi di violenza di cui difficilmente si parla … sono storie che fanno parte della guerra e che spesso vengono omesse perché ci si vergogna. Quello di Rabito è uno dei pochi casi in cui qualcuno parla di questo aspetto e mi sembrava giusto metterlo in gioco …per raccontare la scena in cui la vittima della violenza va a reclamare giustizia presso il comando la regista ha deciso di riproporre le immagini del milite ignoto che viene trasportato dal fronte fino a Roma. In quell'occasione si fece la prima manifestazione di piazza in cui le donne giocarono un ruolo determinante … quel viaggio aveva rappresentato il lutto di tutto il nostro Paese e, riproponendo quelle immagini, noi abbiamo voluto ricordare un altro tipo di vittima che non aveva avuto alcun riconoscimento!”

 

5. Qualche considerazione sul narratore, Roberto Nobile, che dà la voce a Vincenzo Rabito

“Nobile è un grande attore siciliano molto amato anche da Nanni Moretti … La scelta è ricaduta su di lui perché Roberto aveva l'età giusta e la giusta sensibilità per cogliere anche la sottile ironia. Nobile fra l'altro appartiene a questa storia perché conosceva Rabito ed è stato forte il suo coinvolgimento.”

 

6. Pensa che Rabito avesse già in mente una pubblicazione nel momento in cui mise mano a questo diario?

“Iniziamo dalla storia di questo dattiloscritto per come ci viene riportata dai figli … Giovanni (il figlio intellettuale) parte per Bologna per motivi di studio e lascia a casa la propria macchina da scrivere. E'allora che il padre inizia a dedicarsi alla stesura del diario … scrive queste prime 1100 pagine senza lasciare spazi fra le parole ed utilizzando molti punti e virgola.

Sarà proprio il figlio intellettuale a prendere fra le mani il lavoro del padre e a sperare nella pubblicazione ma, inizialmente, nessuno gli dà conto. Allora prova a risistemare lo scritto e invia una versione corretta al concorso di Pieve Santo Stefano. In quell'occasione gli verrà richiesta la versione originale che otterrà poi grande successo.

Nel contempo don Vincenzo si rimette a scrivere una seconda versione, utilizzando in alcuni tratti, le medesime parole … questo vuol dire che si trattava di una narrazione molto provata nella conversazione orale, aspetto importante della cultura siciliana: da una parte c'è il cantastorie dall'altra c'è l'arte della conversazione … e il maggiore prestigio va a colui che è più abile in questo!

Vincenzo possedeva quest'arte che poi traduce nella scrittura.”

 

7. Com'è stata trasformato questo dattiloscritto in un libro pubblicato da Einaudi?

“Il lavoro è stato realizzato da Luca Ricci ed Evelina Santangelo: dapprima sono state selezionate delle 'isole narrative', successivamente le parole sono state divise e la punteggiatura corretta. La scrittura e la sintassi comunque non sono state modificate...”

 

8. Tornando al documentario … Com'è avvenuta la scelta delle immagini di contorno da parte della regista?

“Ho cercato di sfruttare tutte le mie competenze e la mia esperienza … io già sapevo quale fosse la documentazione che avremmo avuto a disposizione e ciò ha guidato la selezione di immagini in parte aderenti e, in parte, dissonanti … inoltre la regista ha voluto creare un dialogo costante fra 'ieri' e 'oggi' … le immagini dei fuochi d'artificio della festa del paese e quelle degli spari della guerra …E'stata creata una circolarità perfetta: il film si apre con le immagini delle luminarie e si chiude con le stesse mentre vengono smontate.”

 

Maria Vera Valastro -  Agenzia Stampa Italia

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