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(ASI) Con il presente concerto siamo quasi all’epilogo di Umbrai Jazz 2013, quarantesimo anniversario. Un Festival di Jazz tra i più importanti al mondo che per questa occasione ha ospitato i migliori musicisti di questo genere, prime assolute ed incontri musicali eccezionali. Una kermesse che sebbene su altra scala ha alcuni punti in comune con un’altra manifestazione di Jazz italiano abbastanza antica: il Pescara Jazz Festival, giunto alla sua quarantunesima edizione e nei confronti del quale alcuni musicisti sono stati in comune essendo ospitati in entrambe le stagioni. Nella presente serata è stato presentato un programma che ha molto in comune con il Jazz, per certi aspetti vi fonda le sue origini ma cje sostanzialmente appartiene alla musica “classica” o occidentale colta. Conosciamo bene grazie alle incisioni (per esempio Sounds of the 30s) questo tipo di esecuzioni fatte dal pianista Bollani che già nel 2011aveva approcciato questi brani puntualizzandone, esaltandone e forse riscoprendone l’anima Jazz. Forse uno sforzo per estrapolare una originalità della partitura rispetto alla versione accademic? Nel presente concerto sono stati eseguiti An American in Paris di George Gershwin per orchestra sola, il Concerto in Sol maggiore per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel, una fantasia pianistica per pianoforte solo su canzoni molto note del repertorio di George Gershwin e Leonard Bernstein (temi da West Side Story), il Prelude, Fugue and Riffs per Clarinetto solo e Jazz Band e la famosissima Rapsodia in Blue di Gershwin.

 

Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Bernstein in occasione del suo ultimo concerto che fece in Italia esattamente all’Auditorio di Santa Cecilia a Roma presso via Della Conciliazione e ancora mi emoziono nel riguardare le foto di camerino con il maestro che al termine del concerto era veramente stanco, ma sempre molto tollerante con gli ospiti. Conosco storicamente l’Orchestra di Santa Cecilia (mio nonno, Marino Nardelli, all’epoca primo violino sinfonico dell’Eiar si è diplomato in questa Accademia, è stato diretto da Gershwin ed è stato cronologicamente uno dei primi violinisti Jazz italiani). Oggi ritrovo abbastanza del compositore Bernstein ma poco dell’Orchestra che apre il concerto in modo a mio avviso deludente. Una patina, una freddezza e un sapore in bocca che lasciano dubbi. La sensazione bandistica, in generale deprecabile per le orchestre sinfoniche, che si è ampiamente avvertita in Un americano a Parigi è forse stata voluta proprio per ottenere quella riscoperta di un Gershwin più da strada che da Concert Hall? Splendido invece il clarinetto di cui abbiamo ascoltato bella prova nel Preludio, Figa e Riffs, ma non solo. Non mi esalta neppure il concerto di Ravel che è formalmente eseguito bene ma nel quale trovo troppo Jazz, troppo poco impressionismo e noto un Ravel poco caratterizzato. Il Concerto per pianoforte in sol maggiore è una composizione di Maurice Ravel iniziata nel 1929 e terminata nel 1931. È contemporanea al Concerto per pianoforte per mano sinistra (che ho avuto la sfortuna di studiare in occasione di una mia immobilità dell mano destra); le due composizioni hanno avuto la loro prima a soli due mesi di distanza. L’opera è stata iniziata da Ravel subito dopo il suo viaggio negli Stati Uniti. Gli era stata da poco diagnosticata una malattia cerebrale che l'avrebbe portato alla morte. Questo fu uno dei periodi più prolifici per il compositore basco, che nello stesso periodo aveva composto il "Concerto per pianoforte per mano sinistra" e il celebre "Bolero". La commissione di questo pezzo invece non fu del tutto europea fu di Serge Koussevitzky. Non si stacca molto dalla sua precedente produzione in quanto a colori e a disegno musicale. E’invece agli antipodi del Concerto per la mano sinistra (che è cupo, drammatico, difficilissimo, di grandissimo spessore artistico e con ben altra pretesa tecnica). L'armonia e l’orchestrazione sono ravelliane ma si sentono influssi (che devono solo restare tali) nettamente impressionistici, jazz (che Ravel conosceva da molto tempo ma solo con il viaggio negli Stati Uniti, "scala blues" nel primo movimento), ritmi e note spagnole. Ecco, non vorrei che troppo si sia perso di questo complesso di sensazioni e reminiscenze, in cui solo la durezza esecutiva del pianista ed il Jazz sono invece emersi, dando poco spazio per esempio alla natura fondamentalmente impressionistica di Ravel e connotandolo troppo poco (Ravel si riconosce bene solo in un piccolo numero di battute). Bello il tempo lento.

 

In generale trovo encomiabile e molto buona la esecuzione del pianista Stefano Bollani che ha dato prova di virtuosismo, di gusto e di eccellenti interpretazioni ed arrangiamenti. Arrangiamenti molto complessi e ricchi di spunti (dai Rag alla Joplina al Blues) sia in Gershwin che in Bernstein di cui come accennato sono famosissimi i temi esposti. Non manca quindi un piacere tattile nell’ascolto, salvo che in qualche esasperazione in cui, ma non essendo in ambito accademico è concepibile, si è portato al limite lo strumento esaltandone la natura di “strumento a percussione”. Efficace e intensa la costruzione dei pezzi.

 

Sotto tutti i punti di vista invece è stata perfetta (solista, orchestra, timbri, tempi, colore complessivo, ecc.) la Rapsodia in Blu finale. Perfetta, piacevole, emozionante con e opportuna interpretazione pianistica. Molto belli i bis di Bollani, che sono tutti a temi molto noti e tra cui segnaliamo il Mapple life rag di Joplin e la citazione dello standard eseguito sempre come ultimo bis da Corea nel concerto della sera precedente. I bis sono accattivanti, pianisticamente ben costruiti e di gusto, in cui nessun eccesso ha turbato la logica dei pezzi e dei timbri.

 

Giuseppe Nardelli – Agenzia Stampa Italia

 

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