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(ASI) Escludendo il solito  “circo” inziale e finale, in fondo atteso e che è per me risultato essere non solo folkloristico o stravagante ma addirittura ironico (Jarrett inizia subito con un “See you later” e finisce con degli inchini rivolti in opposizione al pubblico, voglio sperare poiché destinati agli altri musicisti che componevano il trio) ritengo che sia stato un concerto perfetto. Per alcuni del pubblico, la critica è quella di essere stata una esibizione troppo fredda, asettica e che ha sprigionato poche emozioni; ma non per me. Da questa esecuzione infatti ben si sono apprezzati la precisione, il rigore, la difficoltà e la enorme complessità della musica colta (sia essa volgarmente definita “classica” o accademica o in altro modo ancora). Con gli storici musicisti Gary Peacock e Jack De Johnette che lo accompagnano da una vita credo che questo concerto abbia sancito una volta in più la “formalizzazione” del concetto di “trio jazz”. La esecuzione è stata perfetta. Sfido poi, dopo l’ascolto del terzultimo brano del primo tempo, a dimostrare che il concerto non abbia arrecato emozioni. Il primo tempo viene eseguito con il palcoscenico quasi totalmente  buio, fatta eccezione per una luce soffusa sul bassista. La stranezza migliora l’effetto: i suoni emergono dal niente, come da un grammofono. È il Jarrett che vogliamo sentire, effettivamente senza sorprese e ben noto come temi, sonorità, timbri, ritmi, capacità di improvvisazione, tecnica pianistica e genio. La costruzione dei pezzi è perfetta, impeccabile, eterea. Sono brani cristallizzati nella loro perfezione. Ogni brano conferisce infatti sensazione di grande completezza. Una menzione speciale va alle caratteristiche aperture armoniche e alla capacità di eseguire tonalmente senza essere stucchevole. Ugualmente, con grande senso della misura e dell’”antidivismo” (tipico dei dilettanti), sono proposti virtuosismi, addirittura eseguiti in piedi e numerose fioriture. Il tocco è totalmente proveniente dalla “musica classica” e si può parlare di un vero pianista, che si comprende studiare, raffinare e lavorare all’ottenimento della perfezione. Raramente e come è accaduto per Art Tatum si può dire che il tocco di questo pianista dovrebbe essere guardato con considerazione anche dalle classi degli studenti di pianoforte dei nostri Conservatori, poiché egli produce suoni puri, esegue pianissimi che arrivano in fondo all’Arena anche senza microfoni e che straordinariamente riescono a superare i rumori provenienti dagli altri concerti lontani o della viabilità, fa sentire tutte le note alle alte velocità distintamente e con uguaglianza. Il primo tempo inizia con un brano di altissimo livello e si chiude con un blues chiaro e più ridimensionato. Gli altri membri del trio sono raffinatissimi e ugualmente grandi, con una batteria che è millimetrica e un basso che è un narratore dalla voce umana. Gli altri due membri non sono mai invadenti, ma restano essenziali. È uno di quei casi in cui il pianoforte, ed è questa la vera essenza del trio jazz,  seppur primo attore perderebbe di senso restando una scarna impalcatura di note, senza la presenza esecutiva degli altri due strumentisti. Ma la sensazione non è solo di completezza, è anche di equilibrio e di dialogo continuo tra musicisti e tra questi ed il pubblico. È il livello culturale che fondamentalmente ci si attendeva. Le esecuzioni sono ricchissime di spunti tematici, ritmici e di reminiscenze. Una lezione di semplicità, di stile, eleganza formale in cui senza eccedere nel baccano si raggiungono grandi vette musicali con volumi che raramente eccedono nel forte e si limitano al mezzoforte o si perdono spesso nel pianissimo. Una musica per intelligenti e raffinati proposta con maturità, in grado di arrivare a tutti. Colpisce, ma qui è senz’altro una questione di gusti, un brano melodico dotato di spiccati richiami al tono minore che ritengo essere stato sublime. Non mi viene altro in mente che la perfezione.
Giuseppe Marino Nardelli – Agenzia Stampa Italia

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