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Suona al Santa Giuliana il norvegese Jan Garbarek, promosso in prima serata per la defezione di Sonny Rollins.

 

(ASI) Anche egli sassofonista, uomo di punta della casa discografica ECM , classe  1947, è da decenni il personaggio di punta del jazz nord europeo, ed ha spaziato, in passato, in tutti i campi del jazz, talvolta privilegiando omaggi alla musica scandinava, talvolta affidandosi a collaborazioni illustri (tra gli altri il socievole Keith Jarreth).

 

Si presenta a quasi venti anni dall’ultima apparizione (1995), in un quartetto di prim’ordine, con al basso Yuri Daniel, alle tastiere Rainer Bruninghaus e a tutto ciò che si può percuotere la stella Trilok Gurtu, musicista indiano che vanta collaborazioni con i più grandi musicisti jazz (tra cui spesso proprio Garbarek) e la cui presenza è fonte di grandi attese.

Garbarek propone un concerto di musica estremamente piacevole e raffinata, in una visione assolutamente personale di quella che potrebbe essere definita world music, non racchiudibile in alcuno schema, che non sembra particolarmente omaggiare contaminazioni etniche, mirando piuttosto ad esaltare la bravura dei singoli.

Il concerto privilegia il dialogo tra gli strumentisti, in brani di lunga durata e rigorosamente non presentati.

Così, nel secondo brano, dai toni intimi, si apprezza un duetto tra piano e percussioni, a cui si sussegue uno splendido assolo di basso, il tutto in perfetto clima che ricorda i Weather Report.

Nel quarto brano, struggente, prende decisamente  il sopravvento Trilog Gurtu, nella sua consueta postura in ginocchio, il quale, nel sesto e finale brano si lascia andare ad un assolo lunghissimo e che strappa gli applausi.

In un primo tempo dialoga con se stesso, con i propri vocalizzi, in un virtuosismo esaltante, a cui segue un assolo prolungato di sole percussioni.

Dopo aver percosso ogni genere di oggetto alla sua portata, compresi quelli non convenzionali, si diverte a far diffondere il suono del piatto all'interno di un sec-chio pieno d'acqua, nel suo eterno inseguimento della sperimentazione estrema.

La musica è suono, ed il suono è fatto di onde che si diffondono fino a giungere alle nostre orecchie, sembra volerci spiegare in forma forse eccessiva.

Segue un bel duetto con il flauto di Garbarek.

Molto bello, infine, il bis, con un brano che sembra, davvero, la sigla finale del concerto.

Alle fine del concerto si rimane con la piacevole sensazione di un vino con un ottimo retrogusto, che lascia lo spettatore in un'ottima disposizione d'animo e con musicisti animati da una grande voglia di suonare.

Carlo Ambrogi - Agenzia Stampa Italia

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