(ASI) Ho appena finito di preparare lo zaino, dentro ci ho messo le poche cose che ci serviranno per affrontare la notte e per lavarmi in uno dei fiumiciattoli che spesso si trovano nelle vicinanze dei villaggi. Stiamo partendo, davanti a me c’è Shan Lee, un volontario della Special Black Forces della KNLA con il quale, in questi giorni, ho avuto modo di parlare spesso. Shan Lee è un ragazzo molto buono, è sempre disponibile e pronto ad aiutare tutti.
La sua storia è particolare, ha venticinque anni, suo padre è di etnia Shan e ne è un ufficiale dell’esercito, sua madre è di etnia Karen e suo fratello, dopo gli studi a Rangoon, è entrato a far parte dell’esercito birmano. Shan Lee ha fatto la sua scelta dieci anni fa, arruolandosi come volontario dell’esercito di liberazione Karen e sa benissimo come si comporterà nel caso si trovi davanti a suo fratello in uno scontro a fuoco: “L’esercito di cui fa parte è il nostro nemico” mi dice.
Dopo meno di un ora di marcia, arriviamo al villaggio di Kaw La Mee dove abbiamo fatto una sosta di un paio d’ore e dove abbiamo pranzato. Il menù è stato a base di riso, noodles (un piatto simile alla nostra pasta ma fatta di soia) e delle piccole rane prese nella notte.
Dopo il pranzo, sono andato a fare un giro per il piccolo villaggio e ho scattato qualche foto a dei bambini che stavano giocando. Qui, come in tutti i villaggi che ho visitato, a partire dai bambini fino ad arrivare alle persone più anziane, sono tutti molto disponibili e, nonostante non abbiano praticamente nulla di materiale, sono sempre sorridenti. Sembra strano, ma posso assicurarvi che personalmente mi sono sentito più a mio agio con questi uomini che spesso vengono chiamati “selvaggi” che non tra i presunti “civili” che normalmente può capitare di incontrare nelle nostre città modernizzate. Qui riesco realmente a comprendere il significato delle parole che Walter Bonatti scrive nel suo libro “Un mondo perduto – Viaggio a ritroso nel tempo”, dove racconta i suoi viaggi nell’ampiezza del mondo orizzontale dopo aver conosciuto la verticalità delle altitudini: “Ciò che distingue soprattutto tali uomini semplici da tutti gli altri più emancipati sono la forza, l’ingegno, la serenità, la capacità di sopravvivere in un mondo inospitale ed insidioso dove ognuno di noi morirebbe inevitabilmente e rapidamente. (…) E’ dalla sopravvivenza di questa gente, veri fossili viventi, che ancora ci è possibile misurare le qualità di chi, senza saperlo, ha vissuto e vive tuttora in armonia con tutte le cose. (…) Ciò che è questa gente, ciò che sanno fare e possono fare, questi figli della natura, è cosa che certo non si insegna a casa nostra, né forse riusciremmo più noi ad apprenderla”.
“E’ ora di ripartire”, ordina il Colonnello Nerdah Mya. Così ci rimettiamo in marcia per raggiungere il villaggio di Pawbulahta che dista ancora un paio d’ore di cammino. Il panorama davanti a noi è sempre più bello, ogni tanto incontriamo qualche contadino intento a raccogliere il mais e in lontananza, dietro ad una collina, riesco a vedere il villaggio. Pawbulahta è un po’ più grande dei villaggi che fino ad ora avevo visitato e, nonostante la stanchezza e il caldo, subito dopo aver sistemato lo zaino nella capanna di un contadino che ci ha ospitato, mi dirigo verso il piccolo tempio buddista.
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