“Budapest non è una democrazia”. “Giù le mani dall’Ungheria”. Si riaccende lo scontro in Europa

(ASI) Strasburgo – L’annosa disputa fra l’Unione europea e il governo magiaro si arricchisce di un nuovo scottante capitolo. A far scoppiare le polemiche è l’approvazione di una risoluzione con cui lo scorso 15 settembre l’Europarlamento riunito in seduta plenaria a Strasburgo ha messo sotto accusa il presidente Viktor Orbán e il suo partito Fidesz.

La risoluzione si basa sulla corposa relazione redatta dall’eurodeputata francese Gwendoline Delbos-Corfield, appartenente al Gruppo dei Verdi, che lancia l’allarme sul rischio di “violazione grave dei valori su cui si fonda l’Unione”. Il richiamo è all’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, il quale menziona la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto come i valori fondamentali che ogni Stato membro è tenuto a rispettare e preservare.

In un documento di oltre trenta pagine, l’eurodeputata riassume tutte le principali criticità che affliggono le relazioni fra Bruxelles e Budapest da quando, nel 2010, Viktor Orbán è salito al timone del paese vincendo le elezioni. Ne esce l’immagine di una nazione in cui l’ordinamento istituzionale, il funzionamento della magistratura, le libertà di espressione e di associazione, i diritti delle persone omosessuali e dei migranti risultano fortemente indeboliti.

Secondo la relazione, l’Ungheria è conforme ai criteri democratici europei solo all’apparenza. Dietro il mantenimento formale delle istituzioni e delle procedure tipiche delle democrazie occidentali, si nasconderebbe in realtà “un’autocrazia elettorale” responsabile della concessione di poteri eccessivi nelle mani di Orbán e dei più intimi collaboratori. Un sistema dove il principio della separazione dei poteri in campo giuridico, amministrativo, economico e mediatico è stato sacrificato alla netta prevalenza degli interessi della maggioranza parlamentare di turno.

La relazione incrimina l’attuale Primo ministro magiaro di aver cucito una legge elettorale su misura del partito Fidesz, nominato suoi fedelissimi nel Consiglio Superiore della Magistratura e nel Consiglio di amministrazione della televisione di Stato, designato imprenditori amici a capo di agenzie pubblicitarie che minacciano la sopravvivenza dei canali di informazione indipendenti. Il tutto legittimato dalla Legge di Base, che dal 2011 ha sostituito la precedente Costituzione. Una Carta giudicata fin troppo debole e flessibile dall’Europa, modificata da Orbán ben dieci volte nell’arco di poco più di dieci anni, spesso senza un’adeguata consultazione con gli altri partiti in Parlamento e con le organizzazioni della società civile.

Il documento della Delbos-Corfield si sofferma, in particolare, sui provvedimenti controversi più recenti. Come la costituzione della Fondazione centroeuropea della stampa e dei media KESMA, un consistente raggruppamento editoriale che riunisce sotto la supervisione di un direttore filogovernativo oltre 470 canali televisivi, giornali e stazioni radiofoniche, a scapito del principio di pluralismo dell’informazione. O come la nuova legge che accosta l’omosessualità al reato di pedofilia e che, in nome della tutela dell’integrità fisica e mentale dei minorenni, proibisce di trattare l’argomento durante le ore di educazione sessuale a scuola e censura tutti i film, le serie televisive e gli annunci pubblicitari contenenti riferimenti ad atteggiamenti amorosi fra persone dello stesso sesso. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lo ha definito “un provvedimento vergogna”.

Ma è la questione migratoria a tenere maggiormente banco sin dalle prime ondate di arrivi del 2015. Mentre Bruxelles ha tentato di redistribuire fra gli Stati membri i migranti, Orbán ha ripetutamente ribadito la sua netta contrarietà affermando di voler proteggere la sicurezza e l’integrità culturale dei magiari. Stando a quanto rilevato nella relazione, il Primo ministro ha varato norme contrastanti con le direttive europee, mirate a restringere i requisiti per la concessione dello status di rifugiato e ad aumentare in maniera discriminatoria la tassazione a carico delle organizzazioni non governative impegnate ad accogliere i migranti e tutelarne i diritti. Norme che sono costate l’apertura di diverse procedure d’infrazione da parte della Commissione europea.

La risoluzione, approvata con 433 voti favorevoli, 123 contrari e 28 astensioni, sostiene che le problematiche riscontrate “incidono negativamente sull'immagine dell'Unione, nonché sulla sua efficacia e credibilità nel difendere i diritti fondamentali, i diritti umani e la democrazia a livello mondiale”. Per questo motivo, il testo incoraggia la Commissione a prendere con urgenza provvedimenti risoluti ed energici nei confronti di Budapest.

Le conseguenze per l’Ungheria potrebbero essere gravissime. Con l’approvazione della risoluzione, infatti, l’Europarlamento ha invitato la Commissione a sanzionare in modo esemplare la condotta magiara. I deputati europei hanno chiesto, in primo luogo, di applicare il meccanismo della condizionalità dello Stato di diritto, che lega l’erogazione di sussidi e finanziamenti comunitari al rispetto dei principi democratici elencati all’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea. In secondo luogo, nell’ambito del Recovery Fund, hanno sollecitato la Commissione a bloccare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ungherese fintantoché l’esecutivo di Budapest non avrà uniformato la sua legislazione ai criteri europei. Infine, hanno incitato ad attivare la procedura codificata nell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, che in caso di grave violazione dei valori fondanti prevede per lo Stato membro imputato la sospensione del diritto di voto nel Consiglio. Per la prima volta, Budapest potrebbe venire seriamente penalizzata all’interno dell’organo cruciale nella definizione dell’indirizzo politico dell’Unione europea, composto dai capi di governo degli Stati membri.

L’Ungheria sta rischiando, dunque, di vedersi ridurre drasticamente i finanziamenti europei e di non poter più influire sulle decisioni politiche dell’Unione. Viktor Orbán, tuttavia, tira dritto, forte della quarta vittoria elettorale consecutiva ottenuta lo scorso aprile. Potendo contare sulla maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento, il presidente continua a professarsi il protettore della cultura, delle millenarie tradizioni magiare. Per lui, il voto di Strasburgo ha un carattere puramente politico ed è simbolo di un’Unione intenta a immischiarsi illegittimamente negli affari interni di un proprio Stato membro. In una nota ufficiale all’indomani del pronunciamento, con riferimento alle possibili sanzioni in arrivo il partito Fidesz ribatte: “È sorprendente come la maggioranza di sinistra nell’Europarlamento sia ancora impegnata ad attaccare l'Ungheria nonostante la crisi attuale in Ucraina. La sinistra di Bruxelles vuole punirci e trattenersi il denaro che ci è dovuto”. L’eurodeputato Balázs Hidvéghi rincara la dose: "L’Europa non desidera raggiungere un accordo con l'Ungheria, ma piuttosto ricattarla, poiché non può accettare che il popolo abbia eletto un governo di destra, nazionalista e conservatore". E sugli intendimenti della quarta legislatura targata Orbán, promette battaglia: "Continueremo a difendere i nostri interessi nazionali. Continueremo a difendere i nostri figli, i nostri confini. Saremo noi, solo noi, a decidere del nostro futuro. Ripudiamo categoricamente l'odio dimostrato nei nostri confronti. Giù le mani dall'Ungheria".

Marco Sollevanti – Agenzia Stampa Italia

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