Cina. La NATO insiste sulla tesi della minaccia ma col fuoco non si può scherzare

(ASI) Lo scorso 30 giugno si è chiuso a Madrid l'ultimo vertice generale della NATO. L'incontro di quest'anno era particolarmente atteso dall'opinione pubblica e dagli esperti per capire le mosse e le decisioni dell'Alleanza Atlantica dopo l'inizio della guerra su vasta scala in Ucraina.

Il primo nodo da sciogliere era la rimozione del veto che la Turchia aveva inizialmente posto sulle adesioni di Svezia e Finlandia, chiedendo, come trascritto poi nel Memorandum trilaterale, la fine della protezione garantita ad alcuni membri di organizzazioni estremiste curde ed islamiste ricercati dalle autorità di Ankara come condizione preventiva a qualsiasi trattativa.

Dopo l'inizio delle ostilità tra Mosca e Kiev, Stoccolma e Helsinki hanno così pensato di tutelare meglio la propria posizione strategica avviando rapidamente l'iter per l'ingresso nella NATO. Se questa decisione, spinta dalla congiuntura più che da una riflessione di ampio respiro, sia stata lungimirante sarà solo il tempo a dircelo. In fin dei conti le due nazioni scandinave, esattamente come l'Austria e la Svizzera nella regione mitteleuropea, erano sin qui rimaste sempre neutrali, anche durante le fasi più critiche della Guerra Fredda, quando la Cortina di ferro era non a Kiev ma direttamente a Berlino, circa mezza Europa era sotto il controllo militare sovietico nel quadro del Patto di Varsavia ed il ricordo della Guerra d'Inverno tra URSS e Finlandia (1939-1940) era ancora relativamente fresco.

 

Minaccia reale per l'UE?

In quelle stesse ore, dalla capitale turkmena Ashgabat, dove era impegnato per il vertice a sei del Mar Caspio, il presidente russo Vladimir Putin aveva fatto sapere di non essere preoccupato dall'adesione dei due Paesi alla NATO. «Sono liberi di fare quello che vogliono», aveva sottolineato il leader del Cremlino, aggiungendo che Svezia e Finlandia «non creano lo stesso problema che si porrebbe nel caso di un'Ucraina integrata nell'Alleanza Atlantica» [Adnkronos]. Pur riconoscendo che d'ora in poi alcune tensioni nella regione baltica saranno inevitabili, la risposta di Putin ha posto un punto fondamentale.

L'Ucraina, infatti, è inclusa in quello spazio post-sovietico che i politologi russi, sin dagli anni Novanta, indicano col nome di estero vicino. Gli unici Paesi ex URSS che oggi fanno parte dell'UE e della NATO sono le tre repubbliche baltiche: Estonia, Lettonia e Lituania. Tutti gli altri rientrano, anche per ragioni etniche e culturali, in un'area diversa da quella europea. Già dal 2015, ad esempio, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan sono integrate, assieme alla Russia, nell'Unione Economica Eurasiatica, un mercato comune ispirato al modello di integrazione UE, costruito a partire dalla pregressa esperienza dell'EurAsEC.

Allo stesso modo Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan sono Paesi membri della CSTO, alleanza intergovernativa a carattere militare, lanciata nel 2002 sulla base del Trattato di Sicurezza Collettiva siglato nel 1992. L'Art. 4 del Trattato [così come emendato nel 2010] interpreta, analogamente all'Art. 5 del Trattato NATO, l'aggressione ad un Paese membro come un'aggressione a tutti i membri, ed è stato attivato lo scorso gennaio, per la prima volta in vent'anni, quando, dopo due settimane di gravissimi disordini in diverse città, truppe russe hanno fatto ingresso in Kazakhstan per neutralizzare quelle che il presidente Kassim-Jomart Tokayev aveva descritto nei termini di «infiltrazioni terroristiche dall'estero».

Al di là delle risposte forti e dei toni aggressivi utilizzati in alcune circostanze, dalla caduta dell'URSS ad oggi Mosca non ha mai attaccato alcun Paese UE o NATO. Siria a parte, dove è corsa in difesa dell'alleato assediato dall'ISIS, il Cremlino si è limitato ad interventi interni, come in Cecenia e Daghestan, o nelle immediate prossimità dei confini federali, come in Abkhazia ed Ossezia del Sud. Unica eccezione di rilievo è l'operazione del 1992-1994 in Transnistria, repubblica autonoma interna alla Moldavia, separata dai confini russi ma abitata da una folta popolazione russa sin dal XIX secolo e dal 1992 de facto autogestita da un governo locale insediato a Tiraspol, che nel 2014 chiese l'annessione alla Russia puntando a diventare exclave federale sul modello di Kaliningrad.

Non va dimenticato che in molte delle aree interessate dalla presenza militare russa vi sono importanti arsenali [come nella stessa Transnistria], strutture strategiche [ad esempio la città autonoma di Sebastopoli in Crimea] o installazioni aerospaziali [si pensi ad Okno in Tagikistan] risalenti all'epoca sovietica. Anche oggi, sebbene sia stata colpita l'intera Ucraina, è evidente che l'interesse del Cremlino sia concentrato sul Sud-est del territorio nazionale, a partire dal Donbass, storicamente, linguisticamente e culturalmente legato a Mosca.

Malgrado le suggestioni e le ambiguità dell'azione esterna UE, sarà fondamentale tornare a negoziare non solo per le forniture energetiche ma anche per stabilire precisi confini tra spazio eurasiatico e spazio europeo sia in termini geopolitici che di sicurezza. La Polonia, i Paesi baltici e qualche Paese balcanico particolarmente ostile a Mosca non possono confondere i propri interessi nazionali (o nazionalistici) con gli interessi dell'UE, tanto più se questo va a discapito del resto dell'Europa centrale e dell'Europa mediterranea.

 

Il non-senso della NATO in Asia

Ingigantire la minaccia russa, insomma, rischia soltanto di creare grande confusione nel dibattito sulla sicurezza in Europa. Con l'invio di armi alle forze ucraine, che ha posto i Paesi aderenti in una pericolosa condizione di "cobelligeranza passiva", i vertici della NATO hanno già fatto intendere che il loro obiettivo non è un confronto, magari anche duro e accesso ma razionale e ragionevole. Probabilmente condizionato da un complessivo clima di autoesaltazione, il segretario generale Jens Stoltenberg ha anzi accolto al vertice di Madrid anche i partner della cosiddetta "regione indo-pacifica", termine fanta-geopolitico che accomuna due regioni oceaniche collegate ma ben distinte tra loro per caratteristiche geografiche, politiche, economiche e culturali.

Chi erano tali partner, presenti per la prima volta ad un vertice NATO? Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Rivolgendosi ai loro rappresentanti, in conferenza stampa Stoltenberg ha chiaramente fatto presente che l'Alleanza Atlantica «vede un profondo partenariato strategico tra Mosca e Pechino» e che «la crescente assertività della Cina e le sue politiche coercitive hanno conseguenze per la sicurezza degli alleati e dei partner».

Secondo l'ex primo ministro norvegese, il gigante asiatico «sta accrescendo in modo sostanziale le sue forze armate, incluso il dispositivo nucleare, sta prevaricando i suoi vicini e minacciando Taiwan, investendo pesantemente in infrastrutture cruciali, anche in Paesi alleati, monitorando e controllando i suoi cittadini attraverso avanzate tecnologie e diffondendo le bugie e la disinformazione russa».

Con un linguaggio lontanissimo dalla diplomazia, Stoltenberg ha cercato di salvarsi in calcio d'angolo ricordando che «la Cina non è un nostro avversario» ma che «dobbiamo aprire gli occhi riguardo le serie minacce che essa rappresenta». Obiettivo? «Continuare a preservare un ordine internazionale basato sulle regole, un sistema globale fondato su norme e valori, anziché sulla violenza bruta». Che a pronunciare queste parole sia il segretario generale della NATO - un'alleanza militare protagonista di incursioni e occupazioni militari nell'ex Jugoslavia, in Afghanistan e in Libia - è già paradossale.

Se poi l'intento è quello di privilegiare le norme del diritto internazionale in merito a Taiwan, pare che Stoltenberg abbia perso qualche passaggio: la risoluzione 2758/1971 delle Nazioni Unite e i tre comunicati congiunti Cina-USA (1972, 1979 e 1982) attraverso cui, in ordine, le amministrazioni Nixon, Carter e Reagan riconobbero la Repubblica Popolare Cinese, dichiararono concluso il Trattato di Mutua Difesa con Taiwan, recepirono il principio di 'Una sola Cina' e si impegnarono [al momento soltanto a parole] a ridurre progressivamente le forniture militari a Taipei.

Regole alla mano, insomma, l'Esercito Popolare di Liberazione potrebbe entrare a Taiwan domattina senza che nessuno al Consiglio di Sicurezza ONU eccepisca alcunché. Se fin qui non è mai avvenuto è perché Pechino vuole evidentemente evitare un bagno di sangue ai danni di un popolo ritenuto 'fratello'. Stando ai dati dell'Autorità Finanziaria di Taiwan, inoltre, l'export complessivo dell'isola verso la Cina continentale e Hong Kong nel 2021 è cresciuto del 24,8% rispetto al 2020, raggiungendo un volume di 188,91 miliardi dollari, pari al 42,3% delle esportazioni totali taiwanesi [contro il 14,7% assorbito dagli Stati Uniti], grazie in particolare al settore dei semiconduttori, dominato dal colosso locale TSMC, ma non solo.

La bilancia commerciale pende a favore di Taipei con un surplus pari a 104,74 miliardi di dollari. Dal 2020, gli investimenti diretti esteri (IDE) taiwanesi nella Cina continentale sono tornati a crescere per la prima volta dal 2015, segnando un volume pari a 5,91 miliardi di dollari, rimasto grossomodo stabile anche nel 2021 ($5,86 mld) [Statista]. A chi conviene un rapporto conflittuale con Pechino? Di certo non a famiglie, lavoratori ed imprese taiwanesi.

Più globalmente non è chiaro per quali ragioni un'alleanza militare creata per garantire la sicurezza nell'Atlantico del Nord dovrebbe occuparsi del Mar Cinese Orientale e del Mar Cinese Meridionale, coinvolgendo noi europei in teatri lontanissimi. Le stesse dispute territoriali negli arcipelaghi contesi delle Isole Xisha (Paracel) e delle Isole Nansha (Spratly) vedono già da anni al lavoro Pechino e i partner dell'ASEAN per compilare un apposito codice di condotta marittimo. Non a caso, lo scorso maggio, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a questo riguardo ha auspicato che i Paesi ASEAN «possano mantenere gli occhi aperti e resistere unitamente alle azioni di disturbo e ai tentativi di sabotaggio dall'esterno» [Xinhua].

Persino l'ormai ex premier conservatore australiano Scott Morrison - oggi sostituito dal laburista Anthony Albanese, fresco di affermazione elettorale nella tornata dello scorso maggio - più volte duro verso Pechino, tanto da ingaggiare col Paese asiatico uno scontro commerciale tra il 2020 e il 2021, non aveva rinunciato, nello stesso periodo, a ratificare l'adesione di Canberra al Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP), l'area di libero scambio più grande al mondo, in vigore dallo scorso primo gennaio. In attesa che l'India riprenda il percorso interrotto nel novembre 2020, ad oggi sono quindici i Paesi che ne fanno parte: Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e i dieci membri dell'ASEAN (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam). Da quelle parti, diversamente da noi, le vecchie logiche dei blocchi contrapposti stanno via via scomparendo.

 

Contro la Cina, Europa al tappeto

Se i sei pacchetti sanzionatori contro Mosca approvati sin qui da Bruxelles e le conseguenti contromosse russe stanno già mettendo in grossa difficoltà numerosi Paesi UE, a partire da Italia e Germania, i più esposti tra i principali attori del Vecchio Continente, l'impatto di uno scontro con la Cina sarebbe immediatamente fatale per l'intera Europa.

Dietro la linea intransigente adottata dall'Amministrazione Biden c'è chi intravvede l'inizio di una strategia di decoupling, cioè un graduale disaccoppiamento dell'Occidente dalle economie dei Paesi emergenti. Così facendo, quelle stesse classi politiche occidentali che hanno guidato - pur con tutte le contraddizioni del caso - il processo di globalizzazione, oggi, resesi conto di non averne più il controllo esclusivo, ribalterebbero il tavolo, aumentando tuttavia vertiginosamente il rischio di isolare il proprio Paese e portarlo al fallimento.

Come dimostrato anche dalla crisi ucraina, in Europa soltanto la Francia, anche in virtù della storia e dello strumento nucleare [sia civile che militare], ha una propria visione geopolitica di ampio respiro che, fisiologicamente, antepone gli interessi nazionali a quelli comunitari. Dal punto di vista strategico, l'UE, nel suo insieme, è sostanzialmente priva di una dottrina e si conferma semplice appendice degli Stati Uniti, quanto meno sulla base dei rapporti di forza, palesemente schiacciati verso la sponda opposta dell'Atlantico.

Nel solo anno fiscale 2021 (ottobre 2020 - settembre 2021), la spesa militare di Washington ha toccato quota $801 mld, 22 miliardi in più rispetto al 2020. Per capire di cosa stiamo parlando, basti sapere che i nove Paesi che seguono in classifica (Cina, India, Regno Unito, Russia, Francia, Germania, Arabia Saudita, Giappone e Corea del Sud), messi assieme spendono in tutto per la difesa appena $777 mld [Elaborazione Peterson Foundation su dati SIPRI, 2022].

Inseguire le ultime sirene neoconservatrici, non paghe di aver spinto in un burrone l'Amministrazione Bush jr. e aver distrutto l'Iraq con tutto ciò che ne è seguito, sarebbe fatale per l'Europa. Uno sguardo ai dati ci mostra che la Cina è il primo fornitore di beni al mondo per l'UE, con un volume pari a €472,2 mld nel 2021, e la terza destinazione per l'export di beni UE, con un volume pari a €223,3 mld. Sembrano praticamente finite nel macero tutte le ipotesi fatte dal mainstream nel 2020, dopo la prima ondata pandemica, in merito ad un esteso piano di reshoring verso l'Europa: tra il 2020 e il 2021, infatti, se l'export di beni UE verso la Cina è aumentato del 10,1%, l'import UE di beni dalla Cina è cresciuto del 22,6%, cioè più del doppio [Eurostat].

Questo non significa affatto che, anche nel lungo periodo, la bilancia commerciale sia necessariamente destinata ad aumentare in favore del colosso asiatico. Riequilibrare l'interscambio è possibilissimo ma richiederà un lavoro ben più impegnativo dell'imposizione di una serie di dazi o di qualche rilocalizzazione: un generale ripensamento di prospettiva da parte delle nostre classi dirigenti ed un salto di qualità competitivo dei nostri sistemi Paese nella capacità di penetrare un mercato in forte crescita come quello cinese, dove la classe media raggiungerà quota 700 milioni di persone entro i prossimi anni.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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