(ASI) Padova – Ho sempre voluto attribuire un significato spirituale al IV Novembre, festa di Unità Nazionale, delle Forze Armate, della Vittoria della Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, ricorre altresì il centenario del Milite Ignoto, quell’ultimo grande rito collettivo della Terza Italia, orgogliosamente sentito in ogni città e contrada della penisola.  Un treno che ha fermato con commozione in ogni stazione possibile, una soluzione italiana veramente geniale.

Cent’anni dopo, provo un’amarezza profonda, nell’apprendere che lo Stato Italiano attuale, erede (anche se pienamente, non ha mai voluto considerarsi) di quello del secolo scorso, per celebrare il centenario del Milite Ignoto, ha sbagliato a realizzare la grafica del manifesto istituzionale, scegliendo luoghi e soldati che nulla avevano a che fare con la grande guerra. Potremo indignarci, alzare la voce o imprecare, ma la realtà è ben più profonda del semplice chiacchiericcio di superficie. Lo Stato Italiano attuale “deve” promuovere la ricorrenza, ma in realtà, non ne ha alcun interesse né volontà. E’ questa la triste e amara realtà, che parte da lontano: l’abolizione del 4 novembre come festività nazionale, ha sciolto quel legame ideale che rappresentava la raggiunta unità d’Italia, fatta da combattimenti massacranti in trincea, tra italiani provenienti da tutte le regioni, che per la prima volta trovavano un’unità linguistica ed un modo di affratellarsi in una situazione tragica e dolorosa.

Oltre all’abolizione della festività, giunge l’oblio, lento quanto inesorabile. Purtroppo, i testimoni della Grande Guerra, i reduci, i Cavalieri di Vittorio Veneto, i Caimani del Piave, gli Arditi, sono tutti deceduti per limiti di età, e chiunque voglia approcciarsi allo studio e alla conoscenza del primo conflitto mondiale, dovrà fare lo stesso sforzo che avviene per l’analisi di fatti storici ancor più remoti. La memorialistica familiare, ora viene condivisa anche su fonti come i social network, che danno la possibilità di condividere scritti, memorie, foto, pensieri degli italiani e non, di più di cent’anni fa.

Rischiamo di perdere, tuttavia, uno dei patrimoni più belli che la generazione del Carso e del Grappa avesse potuto lasciarci: l’ideale. Quali ideali mossero quei giovani o anziani, contadini o professori, operai o proletari, volontari o richiamati, a calpestare le trincee e a rischiare quotidianamente la vita?

Come in tutti gli sconvolgimenti epocali, v’erano degli schieramenti, e v’erano persone che credevano veramente nel sovvertimento dell’ordine costituito, nella speranza di generare un mondo nuovo e più giusto. Chi pensava di dare un colpo mortale all’Austria, e magari era un giovane irredento, a modo suo partecipava alla fine di un mondo, e ne era un protagonista attivo. Chi invece sceglieva di utilizzare la guerra come “elemento rivoluzionario”, in modo da distruggere le fondamenta borghesi e costruire una realtà nuova, pensava veramente che il conflitto potesse generare una realtà differente. Il problema, come in ogni situazione storica, è sempre il medesimo: essere certi che il nuovo modello sia davvero migliore del precedente. A questo proposito, cito solamente una categoria; il mondo dei combattenti del dopoguerra, era davvero ricco di contraddizioni e di verità mancate, come un Partito che li rappresentasse. Troppe divisioni, troppi spaccamenti, gelosie ed incomprensioni. Parimenti, per difendersi da uno Stato che aveva promesso terre ai coltivatori, nacquero le leghe contadine, fenomeno spontaneo quanto veloce: scomparvero sotto i colpi di una guerra civile strisciante che si sarebbe risolta solo con la vittoria del fascismo.

Come tutti i cambiamenti epocali, la Grande Guerra aveva comportato numerose novità: l’ingresso delle donne nella vita economica o l’esperienza del profugato e della profuganza, grazie alla quale i profughi delle terre invase dagli austro – tedeschi nel 1917 avevano trovato ospitalità nelle terre del Sud Italia, conoscendo mondi e realtà completamente diversi dalla terra d’origine, ov’anche il pane e il pomodoro, sembravano avere un sapore strano. O la produzione di massa, dove le grandi ditte come Fiat o Pirelli, per la prima volta, conobbero un sviluppo enorme, preludio al divenire monopolisti di settore.

Il sogno risorgimentale si compiva: completamento dei confini, redenzione delle terre agognate e rivendicate da secoli, detenute da un’Austria incapace di comprendere le aspirazioni nazionali e i sentimenti dei popoli. Abbiamo avuto i nostri martiri, i nostri eroi, ma anche il contadino silenzioso, il fantaccino, l’uomo delle trincee, il letterato che compiva il suo “esame di coscienza” e colui che innocentemente si faceva scrivere le lettere ai genitori o alla fidanzata dal proprio commilitone più istruito, perché l’Italia dell’epoca era analfabeta, ma anche in grado di compiere un capolavoro.

Non si può dimenticare un patrimonio simile, e non lo affermo da studioso appassionato degli eventi. Stiamo assistendo ad un nuovo stravolgimento epocale, e come gli “interventisti democratici”, una delle

 categorie dell’epoca favorevoli all’ingresso in guerra, nutro lo stesso grande dubbio: il passaggio che stiamo attraversando, sarà o non sarà una trasformazione che distruggerà sì il presente, per un futuro molto incerto? Un mondo sta crollando sotto i nostri occhi, come nel 1918, ma quello futuro, si sta presentando molto fosco. Le analogie storiche si ripetono, nella speranza di evitare gli errori compiuti, per non riproporli.

Ad ogni modo, per onorare il Milite Ignoto, ricordiamoci che tante Madri italiane, così come tanti Padri, non videro tornare i loro figli. Non dimentichiamoli, né oggi, né mai.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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