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(ASI) “Il nostro cane riuscì ad attirare l’attenzione di alcuni viaggiatori già nel lontano 1842 quando il viaggiatore A.J.STRUTT durante la sua permanenza a Cortale nella Sila catanzarese ne parla dicendo: “i cani qui sono molto stimati in quanto necessari guardiani contro i lupi che spesso in inverno fanno danni alle greggi.

Nella forma e statura assomigliano alla razza romana (cani da pecora abruzzesi nella campagna romana) ma differiscono nel colore che è marrone scuro o nero.” Ancora nel 1906 lo storico naturalista Armando Lucifero, nel suo saggio Mammalia Calabra: “il cane da pastore calabrese è alto di statura quasi quanto un cane di Terranova, ha il pelo lungo ed appena ondulato, coda fioccata, muso aguzzo, orecchie corte ma penzolanti, mantello bruno-fulvo uniforme nella parte superiore e biancastro in quella inferiore che talvolta si tramuta in bianco…” questa descrizione viene ripresa dal Faelli e da Scanzani poi.
Il primo cino tecnico ad interessarsene in maniera diretta sul territorio fu Giovanni Bonatti a partire dal 1953, il quale lasciò numerosi scritti a riguardo supportando e collaborando alla prima opera di selezione che avvenne a partire dagli anni ’70 ad opera del dott. Sala che recuperando soggetti tipici dalle mandrie riuscì ad operare una selezione fino alla quarta generazione. Celebre fu l’articolo del Bonatti intitolato “il pecoraio calabrese” in cui si presentava al mondo della cinofilia il cane ed il primo tentativo di selezione svolto. Negli anni successivi, grazie agli amatori della razza che hanno continuato a tenere d’occhio i cani delle mandrie e soprattutto ai pastori calabresi che hanno portato avanti la tradizione del cane “nostrano” sono pervenuti sino a noi una serie di documenti fotografici ed aneddotici raccolti poi nel libro “Il cane da pastore calabrese “di Antonio Guzzi pubblicato nel 2003 in cui si possono ammirare numerosi documenti fotografici. Arrivando al passato più recente, la Dottoressa  Isabella Biafora  Agronoma Zootecnica coordinata dal prof. Caligiuri culminò il proprio lavoro di ricerca fondando nel 2012 il CIPS insieme ad un gruppo di appassionati.
Nel corso delle ricerche svolte sul territorio dal Cips, fu una grande sorpresa trovare un così cospicuo numero di soggetti uniformi tra di loro, non imparentati e sparsi in tutto il territorio calabro, dal Pollino all’Aspromonte, nel 2015 i soggetti censiti erano circa 300, le linee di sangue rintracciate furono 9. Nel corso degli anni si sono avvicinati alla razza altri allevatori che hanno diffuso e fatto apprezzare il cane anche fuori regione. Furono svolte anche indagini depositando il DNA per la stesura di un profilo genetico volto alla ricerca sulla variabilità genica e l’indagine su eventuali problematiche ereditarie. Inoltre durante il periodo di attività di tale associazione furono organizzati 5 raduni in collaborazione con l’Enci.
Attualmente l’associazione che continua il lavoro iniziato dal Cips è l’ATPS nata a luglio 2019 (associazione per la tutela del cane da pastore della Sila) con sede a Catanzaro. Tale iniziativa nasce con le finalità di studio, recupero, miglioramento genetico, valorizzazione e diffusione della razza.
La statura dei maschi va dai 60 ai 68 cm mentre quella delle femmine dai 56 ai 64, il peso del maschio va dai 40 ai 50 kg, quello delle femmine dai 35 ai 45. I colori sono simili a quelli dei mantelli delle razze caprine autoctone della Calabria. Nero: puro con sottopelo nero, possono essere presenti macchie bianche sulle punte delle dita, sul petto e sulla punta della coda. Nero focato, zibellino (un colore che va dal grigio cenere a fulvo, screziato di nero. I mantelli con più colori presentano la caratteristica maschera a “quattro occhi”.
Da sempre impiegato come custode di armenti, perché il lupo in Calabria non si è mai estinto anche quando in tutta Italia si contavano poche centinaia di esemplari, questo gli ha preservato l’attitudine di guardiano capace di fronteggiare il suo atavico nemico. Tradizionalmente viene impiegato in mute di diversi esemplari in numero congruo alla quantità di animali da custodire. Hanno una bassa aggressività nei confronti dell’uomo e questo sta decretando un largo impiego del cane anche in quei contesti territoriali dove la pastorizia si scontra col turismo come ad esempio i territori alpini dove si pratica ancora l’alpeggio.
La sua guardia è di tipo dinamico caratterizzata da un incessante controllo del territorio, ciò che caratterizza questo cane rispetto ad altre razze da guardiania è l’agilità facendone un ottimo arrampicatore. Grazie alla loro natura socievole ed amante del contatto umano hanno trovato impiego anche in famiglia a patto che si garantisca loro un contesto idoneo.
La razza sta godendo di ottimi riscontri in tutta Italia, oltre che in Calabria si è assistito ad un rapido incremento al nord Italia (sulle alpi in particolare) ed all’estero con soggetti impiegati in Francia, Svizzera e Germania. È consigliabile adottare il cane nell’ambito di un contesto zootecnico perché sono cani che necessitano di ampi spazi e di ruoli gerarchici ben definiti e dunque bisogna sempre ricordare di rispettare la loro natura possibilmente fornendo una vita in coppia perché necessitano di sentirsi inclusi in un branco. Sono stati utilizzati con successo anche a custodia di animali non convenzionali come alpaca e lama coi quali sono riusciti a relazionarsi al meglio. In alcuni casi, come riferito dall’allevatore Mussari, si è vista una stretta collaborazione tra i membri del branco nel crescere i cuccioli in maniera comunitaria, sicuramente questo è un comportamento ancestrale come lo è anche il fatto che alcuni soggetti sia maschi che femmine rigurgitino il cibo ai cuccioli durante il periodo dello svezzamento.”

Ringrazio il dott. Giovanni Gemelli presidente ATPS per avermi fornito il materiale utile alla stesura dell’articolo.

Donatella Arezzini per Agenzia Stampa Italia.

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