(ASI) Padova – E’ strano, quanto diabolico, che le istituzioni abbiano deciso proprio quest’anno di disertare, “disimparare”, porre un certo silenzio sul giorno del Ricordo dell’Esodo giuliano – dalmata. Il 2017 segna proprio quel settantesimo anniversaio: il 10 febbraio 1947, a Parigi l’Italia firmava il trattato di pace, il cosiddetto diktat.

Il nostro Paese usciva dal secondo conflitto mondiale sconfitto, e venivano poste pertanto determinate condizioni, tra le quali, possiamo ricordare: modifiche confinarie in nostro sfavore, perdita delle colonie, limitazioni alla nostra sovranità in molti campi. Probabilmente, la parte più tragica della vicenda fu proprio la perdita di alcune parti del territorio nazionale. Le ridisegnazioni imponevano: una nuova frontiera occidentale lasciante alla Francia: Briga, Tenda e altre frazioni alpine. Quella orientale, rappresentò il dramma più tragico: la Jugoslavia di Tito vedeva tra le sue grinfie quasi l'intera Venezia Giulia, Fiume ed il Carnaro, Zara e le sue isole. Trieste e l’Istria nord – occidentale dovevano divenire il TLT (il Territorio Libero di Trieste). Solo Gorizia (dimezzata nella sua superficie) e Monfalcone rimasero entro i nuovi confini.

Da queste circostanze, si configura il cosiddetto “Esodo giuliano – dalmata”, (sebbene fosse un processo iniziato già molti anni prima, per cause belliche) ed essendo i territori del confine orientale divenuti jugoslavi, gli italiani cominciarono a partire in massa. Da Pola si mosse il grosso dell'esodo (iniziato già nel gennaio del 1947). Da Fiume e da Zara (ridotta ad un cumulo di macerie dai bombardamenti titoisti – alleati) - dove già era iniziato nell’ultimo biennio di guerra - continuarono le partenze. Nei mesi successivi iniziarono le opzioni da tutti i territori ceduti: massime dall’Istria ceduta. Le partenze degli esuli si susseguiranno fino ai primi anni ‘50.

Queste sono le vicende finali di un’avventura bellica finita male. Occorreva per molti anni fare calare un silenzio di tomba, come se quei territori non fossero mai stati italiani e quelli eventi fossero stati parte di un passato oscuro. Al di là dei governi italiani più o meno rinunciatari, il debito nei confronti di questi fratelli italiani, in parte, è stato saldato nel 2004, con l’istituzione della Legge 30 marzo 2004, n. 92, ossia, come dal Sito del Governo Italiano, l’Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giulianodalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004. Un percorso doveroso, un riconoscimento che ovviamente mai cancellerà il dolore, le privazioni, la perdita della loro terra e delle loro case, di tutti quei giuliano – dalmati, fratelli italiani che hanno scelto forzatamente di venire in una terra che a malapena li accettava e li accoglieva.

Quest’anno, ripetiamo, ricorrono proprio i settant’anni di quella perdita di quel lembo di Patria. Eppure, apprendiamo che le istituzioni non solo siano riluttanti nel celebrare degnamente la ricorrenza, addirittura, che le massime cariche dello Stato diserteranno le cerimonie istituzionali (1). Occorre chiedersi, perché? Ancora prima, perché ricordare. Dopotutto, sono fatti distanti a noi temporalmente, e l’Italia è in preda a problemi insanabili che la stanno dilaniando. I molteplici motivi esistono, e vanno capiti assieme.

Prima di tutto, relegar all’oblio ciò che è accaduto ai nostri nonni, o bisnonni, è un anno di inciviltà per la nostra cultura. Le radici si rispettano capendo cosa è accaduto, e soprattutto, per non ricadere negli errori del passato. Se esprimiamo condanna per dei barbari totalitarismi che hanno tentato di cancellare un popolo, quale quello ebraico, dobbiamo fare altrettanto per chi ha voluto cancellare la nostra presenza millenaria in Istria, per poi consegnarsi come unico depositario della verità ai tavoli delle trattative. E questo fu un altro regime, quello del Maresciallo Tito.

In secondo luogo, per capire, conoscere, comprendere, occorre inquadrare il contesto storico. Riuscire ad intendere che la prima parte del novecento è stata costellata da eventi sanguinari, aiuta comprendere quali enormi movimenti di popolazione vi siano stati tra le due guerre mondiali, e quali tragedie di fondo vi siano state alla base di quelli spostamenti. Un esodo è una tragedia. Lo è quanto quello dei migranti che devono scappare da una guerra (non quelli climatici o quelli che le multinazionali spediscono nei barconi finanziate dalle O.N.G. di Soros). E se è capitato ai nostri nonni o bisnonni, abbiamo il dovere morale e civile di ricordarlo, sapendo altresì, che per quei territori, degli ulteriori nostri connazionali si sono sacrificati sui campi di battaglia.

Una giornata come quella del Ricordo, tocca le corde del cuore. Non deve avere connotazione politica. Deve essere un momento di riflessione, di conoscenza, di sommesso ricordo nei confronti di un difficilissimo periodo di storia patria. Per questo le scuole, le istituzioni sono chiamate, dallo Stato centrale, ad effettuare delle iniziative pratiche a sostegno del ricordo, siano esse celebrazioni, mostre, conferenze, presentazioni di libri. Le bandiere degli uffici devono essere a mezz’asta, in segno di lutto, in quanto la perdita dell’Istria, del Carnaro e di parte della Dalmazia ha causato un esodo di circa 350.000 persone, e, occorre dirlo, non solo italiane, ma anche slovene o croate contrarie al regime di Tito.

Occorre ricordare tutto, titola una conferenza “negazionista” organizzata ad Arcore, da parte di alcuni relatori che cercano di “smontare” quello che loro definiscono un “mito italiano”. Hanno pienamente ragione, e anche loro dovrebbero farlo. Se è vero che anche l’Italia ha compiuto dei crimini di guerra, o ha imposto politiche pesanti quale nuova amministratrice dei territori assegnati dopo la prima guerra mondiale da vincitrice, dobbiamo comprendere tutto il contesto: dalla politica snazionalizzatrice (del divide et impera) dell’Impero austro – ungarico, al terrorismo jugoslavo, dalla seconda guerra mondiale ad alleanze alterne, alle foibe e all’esodo giuliano – dalmata. E’ necessario avere un profondo inquadramento storico della vicenda, com’è altrettanto doverosa la visita di quei luoghi che solo a guardarli, parlano ancora italiano. Toccherà il cuore al vacanziere non distratto, vedere palazzi veneziani o rovine romane, in un territorio così a noi vicino, eppure, segnato da altri confini. Solo grazie alla memoria, capiremmo che ora, possiamo essere persone migliori, evitando di usare le armi di conquista, ma affratellandoci nella cultura. Ricordando, sempre col cuore. Ci ripensino, le alte cariche dello Stato: siano presenti il 10 febbraio a Basovizza, la foiba degli errori rimasta in territorio italiano. Loro devono dare l’esempio, sempre.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

  1. http://www.ilgiornale.it/news/cronache/foibe-i-vertici-dello-stato-disertano-giorno-ricordo-1359040.html

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