(ASI) “Troppi stranieri in campo. Non è un campionato italiano” affermava Arrigo Sacchi.


Sono sempre di più le squadre che nell’undici iniziale schierano uno o due giocatori italiani, la percentuale degli stranieri della Roma è pari all’84,6% degli atleti, ma non va molto meglio all’Inter dove la percentuale è pari all’82,1%, seguono Udinese, Fiorentina e Lazio.
Situazione diversa per quanto riguarda il Sassuolo, la squadra di Di Francesco con solo tre stranieri (10,7%) è la dimostrazione più evidente di come sia possibile fare una buona squadra senza andare a scoprire talenti in Paesi esotici, ma puntando soprattutto a valorizzare i talenti di casa propria. Empoli, Milan, Bologna, Atalanta, Chievo e Frosinone che stanno cercando di privilegiare i giocatori “nostrani” hanno una percentuale di stranieri inferiore al 50%.
Secondo il Cies Football Observatory, centro studi internazionali dello sport nel campionato italiano la percentuale di giocatori stranieri è pari al 58%, in Inghilterra al 66% ed in Belgio al 59%.
La serie A, un tempo considerata il campionato più bello del mondo, ormai non può più essere considerato tale. Fino a pochi anni fa in Italia approdavano i migliori giocatori stranieri in circolazione, ora invece un giocatore proveniente dall’estero approda nel nostro bel Paese solo perché ha un costo più basso.
A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?
Bisogna valorizzare i vivai italiani per poi coglierne i frutti e mandare in prima squadra i più meritevoli, purtroppo raramente accade. A questo punto la domanda viene spontanea, cosa servono i vivai se nemmeno in condizioni disagiate le nostre squadre decidono di affidarsi ai loro migliori prodotti, pescando piuttosto un nome sconosciuto all’estero, come potrà mai crescere un giovane se non ha la possibilità di farlo. La storia dice che quando ci sono troppi calciatori stranieri a soffrire è il nostro calcio e inevitabilmente la nazionale azzurra, se continueremo su questa strada il calcio italiano non potrà mai ritornare competitivo. Dobbiamo seguire la filosofia della cantera catalana, ovvero le scuole giovanili spagnole dove i giocatori nascono e crescono professionalmente. La squadra del Barcellona ha una struttura di formazione del vivaio chiamata la “Masia”, una residenza antica situata vicino al loro stadio per i giovani calciatori selezionati per essere adattati ad un determinato stile di gioco definito dai critici sportivi tiki taka.
Durante la partita Inter-Udinese nessun italiano era in campo, non era mai successo in Serie A che non giocasse neppure un azzurro. Dalla prima giornata di campionato a oggi, la percentuale di stranieri in campo è del 62%, un dato che rischia di creare serie difficoltà al ct della nazionale Antonio Conte nella scelta degli azzurri che voleranno in Francia per gli Europei.
Per combattere le ampie rose e l’emarginazione dei giovani talenti, costretti a peregrinare in prestito ad altre squadre, dove spesso non trovano l’occasione per mettersi in mostra rischiando così di bruciarsi, la Lega Oro apre alle formazioni “riserve” della serie A. Il presidente della Lega Pro, Gravina è pronto a presentare al numero uno della Figc Tavecchio il progetto per le “squadre B” di Serie A, che potranno iscriversi alla Lega Pro, senza promozioni né retrocessioni e senza poter schierare stranieri extracomunitari. Se il consiglio Federale darà il via libera, la Lega Pro è pronta a partire anche a settembre o al massimo tra un anno.
L’Italia è un paese per vecchi e per stranieri calcisticamente parlando, perchè secondo il nostro pensiero i giocatori italiani non sono mai pronti come lo può essere uno straniero. L’Italia campione del mondo nel 2006 aveva tra le fila giocatori che già in tenera età erano stati sbattuti in prima squadra e fatti giocare nonostante tutte le responsabilità, vedi Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Gattuso, Totti, Del Piero, Inzaghi. Da anni ci si dibatte su come far rifiorire il calcio italiano, fermo nelle sabbie mobili ma con il serio rischio di sprofondare completamente, l’unica soluzione possibile? Puntare sul Made in Italy paga sempre.

Francesco Rosati – Agenzia Stampa Italia

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