(ASI) Come oramai si sa, l’8 dicembre 2015 si aprirà un Giubileo straordinario: il Giubileo della Misericordia.

L’Anno Santo verrà aperto nel cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II e durerà fino alla festa di Cristo Re, il 20 novembre 2016. L’inizio ufficiale del Giubileo avverrà con l‘apertura della porta Santa della basilica di San Pietro.

Il Giubileo è sempre un’occasione di redenzione dai peccati e d’un avvicinamento più intimo alla fede per i credenti. Questo Anno Santo sarà particolarmente incentrato sul concetto di “perdono”, come del resto è ampiamente intuibili anche dal nome con cui è stato indetto: ovvero quello di “Misericordia”.

Le autorità ecclesiastiche per diretta volontà del Papa Francesco, sperano che con l’apertura di questo Giubileo “straordinario”, possa la Chiesa farsi più vicina alle esigenze e al sentire degli uomini di fede cattolica. Divenendo un punto di ricerca dirimente dei problemi e dei mali che affliggono il nostro tempo. Un polo attrattivo, anche per chi di fede n’è sprovvisto. Ed essendo il mondo in preda a problemi e battaglie nuove tanto da divenire anche “incandescenti”, un momento quindi “straordinario” per la sua imprevedibilità e purtroppo ferocia, si spera che questa straordinarietà possa essere in qualche modo attenuta da un altrettanto “straordinario” Anno Santo. Queste, da quanto è affermato, sono le motivazioni dietro il Giubileo 2015 – 2016.

Per rendere effettivo questo avvicendevole avvicinamento tra “persone – Chiesa”, le istituzioni ecclesiastiche mirano proprio sull’aspetto “misericordioso” della Chiesa e di Dio. Infatti tra le tante caratteristiche che distingueranno il Giubileo venturo, Sua Santità Papa Francesco ha riconosciuto la possibilità a tutti i parroci di assolvere dal peccato di aborto, per chi ne sia realmente pentito, e l’amnistia spirituale per i carcerati.

Aspetti, questi, certamente lodevoli. Ma che rischiano di sfociare anche in pericolose deviazioni dalla “strada del Paradiso”.

 Il tempo che sta vivendo il nostro pianeta è caratterizzato principalmente da un “lietmotiv”, un modulo conduttore, che attraversa ogni terra, luogo o popolo, e che si radica sempre più in profondità. “Perdita d’identità”, questo è il suo nome.

A farne le spese di questa perdita d’identità e dei caratteri distintivi, non ne sono solo i popoli e le loro colture o tradizioni, ma anche le stesse religioni.

La società odierna basata sul consumo, ovvero “la società consumistica”, dell’effimero, dell’edonismo più sfrenato. E’ sempre alla ricerca di nuovi approdi che possano soddisfare la sua “insaziabile voracità”. Vuole che ogni cosa, aspetto, ordine, possa confarsi al suo volere, e quindi anche la messa in discussione dei così detti “valori eterni” di religiosa appartenenza è idonea al soddisfacimento di tali fini. Una tendenza questa che di certo non inizia oggi, ma che ha nell’oggi la sua massima esasperazione. Essa nasce da lontano, e forse per esserne precisi, con il 68 e la sua rivolta ad ogni valore o ordine. Nell’arco del tempo che va da quella data fino ai nostri giorni, la Chiesa Cattolica si era posta come un tentativo di argine a questo sconquassamento valoriale. “Era”, perché con il tempo anche essa è divenuta vittima di questo vento impetuoso iniziato nel 1968. Le letture libertine, libertarie, e liberali della società e dei rapporti tra gli individui, che oggi prendono il nome di “progresso della civiltà”, si può dire che siano penetrate anche a San Pietro.

all’ubbidienza devota dei timorati di Dio alle leggi da lui emesse e rappresentate in terra dal magistero del Papa, si è passati a concetti quali “tolleranza”, “apertura”, “nuovi sbocchi della fede”. Un’inversione di tendenza che pesa.

Il riuscire ad essere appetibili”, “il potersi innovare e riciclare sempre”, “il saper vendersi”: questo è scritto nei comandamenti della società del consumo. E le aperture che la Chiesa sta facendo nel campo del “perdono”, duole ammetterlo, ma rischiano di assomigliare molto alla vendita d’indulgenze per il Paradiso di medievalistica memoria. Un tentativo, come fu in passato, di rendere la Chiesa più appetibile alla vasta massa di consumatori e quindi di “compratori” che sono oggi le persone. Ma soprattutto, una bassa ricerca di consenso e di nuovi fedeli, in questo momento dove la religione retrocede sempre più nel terreno della nicchia. “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna” si potrebbe affermare.

Questo in estrema ipotesi, può rischiare di essere la fin troppo eccessiva apertura che sta facendo la Chiesa, non al mondo e alla nuovo sentire delle persone, ma alla più volte nominata “Società del Consumo”.

E veniamo all’aborto. Esso si è da sempre contraddistinto come uno dei principali nemici della predicazione cattolica. Un peccato tra i più gravi, quello dell’interruzione di gravidanza e uccisione del feto nel ventre della madre. Un’azione che cozza completamente con i valori di famiglia, sacralità della vita fin dal concepimento, dell’intoccabilità dei fanciulli, di cui li Cattolicesimo si fa portatore. Certo è assolutamente vero che, come ha affermato il Papa, molti casi sono purtroppo dovuti dalle estreme condizioni di povertà che non rendono possibile lo sfamare un bambino. Ma comunque questa, non è fino in fondo una motivazione che possa sovrastare il diritto e l’inviolabilità della vita. E che, come detto, rischia di divenire una perdita di strada della Chiesa.

L’aborto è oggi una delle cause maggiori dello spopolamento nell’Europa. Con questo, modestamente parlando, il prossimo Giubileo sarebbe stato l’occasione, nell’interesse dei cristiani cattolici, di riaffermare una certa forma granitica della Chiesa. E di dire anche nel campo della lotta all’interruzione di gravidanza, che in un continente che perde popolazione, la gravidanza diventa un’azione santa. Non nel serio rischio di un degradamento, della Chiesa di Cristo, da valori eterni a compromessi per la venuta di “nuovi fedeli”

Intenzioni buone, ma si sa “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”…

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

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