(ASI) In questo periodo storico il mondo sta subendo molti mutamenti politici ed economici che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali. Molte sono infatti le nazioni che aspirano ad un posto al sole si stanno attivando per raggiungerlo.

In questo senso, a fari spenti, si sta muovendo l’Angola che a dieci anni e poco più dalla fine della guerra civile sembra aver raggiunto un livello di stabilità interna tale da garantire la governabilità e la piena operatività del governo.

In questi anni sotto la guida di Josè Eduardo Dos Santos, il paese centroafricano ha saputo portare avanti importanti progetti con partner internazionali che ne hanno fatto una delle economie più dinamiche a livello africano, facendo registrare tassi di crescita a due cifre nell’ultimo decennio. Metà della ricchezza nazionale proviene dal petrolio e da questo dipendono, in massima parte, le aspettative di sviluppo di lungo periodo. La produzione dell’oro nero ha conosciuto un autentico boom dall’inizio del nuovo millennio, passando da 800.000 barili al giorno agli attuali 1,8 milioni, facendo dell’Angola il secondo produttore africano di greggio dopo la Nigeria ed il sedicesimo a livello mondiale.

Non occorre essere esperti di politica energetica per capire quindi l’importanza che questo paese sta assumendo a livello mondiale; non a caso in questi ultimi anni sono affluiti a Luanda ingenti capitali esteri che hanno permesso non solo di ricostruire le infrastrutture distrutte durante il conflitto fratricida ma anche lo sviluppo di molte attività economiche.

Molti che i paesi che stanno investendo in Angola su tutti Cina, Brasile e Germania, ovvero nazioni ricche, ma anche Spagna e Portogallo, non a caso si tratta di una ex colonia lusitana, che stanno investendo sia in piani di ricostruzione sia in progetti di potenziamento infrastrutturale funzionale allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Ad oggi, dei circa 130 miliardi di dollari del Pil angolano, oltre 60 provengono dalla produzione di petrolio. Quest’ultimo, inoltre, garantisce il 95% degli introiti totali dell’export del Paese, relegando ad un ruolo assolutamente marginale le altre voci di esportazione. Il comparto dei diamanti, di cui l’Angola è il secondo produttore africano dietro il Botswana, ad esempio, arriva a pesare per appena l’1% del Pil.

Il greggio ovviamente rappresenta la croce e la delizia dell’economia locale e la fluttuazione dei prezzi incide in modo molto marcato sull’andamento interno. Di conseguenza il governo di Luanda punta ad una diversificazione economica non semplice; il petrolio pur fornendo oltre la metà della ricchezza nazionale impiega appena l’1% per cento della forza lavoro attiva in un Paese con un tasso di disoccupazione di circa il 26%. Il 95% del petrolio è destinato all’export come materia prima, mentre rimane assolutamente esigua la capacità interna di lavorazione e raffinazione e assorbimento.

Uno dei settori su cui il governo appare maggiormente interessato ad investire è quello agricolo che incide per appena un decimo sulla bilancia interna ma occupa 7 lavoratori su 10; in corso poi diversi programmi di potenziamento infrastrutturale che non mancheranno di fornire sostanziosi contributi alla ricchezza nazionale.

Fra tutti spiccano gli ambiziosi progetti nel settore dei trasporti, tra cui la costruzione del porto di Lobito con un terminal ferroviario in grado garantire il collegamento con il confine orientale dell’Angola e, in prospettiva, anche con la ricca regione mineraria del Katanga nella Repubblica Democratica del Congo. In tema di infrastrutture Pechino ha stanziato oltre 6 miliardi di dollari per la costruzione di una linea di 600 km per coprire la distanza dal Katanga alla città di confine di Dilolo, in Congo, in vista della connessione con la storica linea ferroviaria di Benguela.

Non solo crescita economica nelle intenzioni del presidente Dos Santos che non nasconde le ambizioni di affermare il ruolo militare, diplomatico e economico del suo Paese in Africa e di espandere la propria influenza anche in settori diversi dal petrolio al di fuori dei confini nazionali. Corposi gli investimenti effettuati nel settore delle armi tanto che la spesa angolana ha già superato quella del Sudafrica, diventando la più alta nell’Africa sub-sahariana.

Dal 2004 ad oggi si è registrato un aumento del 174% e, stando alle acquisizioni di navi e aerei annunciate recentemente, il budget è destinato a toccare nuovi record. Forecast International prevede che questo possa raggiungere anche i 40 miliardi di dollari entro il 2018 dagli attuali 5,7. Negli ultimi anni Luanda ha intensificato le trattative con diversi Paesi esteri per assicurarsi importanti appoggi in termini di assistenza e dotazioni sempre più sofisticate.

La Spagna dovrebbe vendere allo stato africano la portaerei Principe de Asturia e quattro pattugliatori, tutte dismesse dagli arsenali iberici e destinate a potenziare la capacità d’intervento rapido di Luanda al largo delle coste. Anche col Brasile sono stati siglati accordi miliardari per la fornitura di navi e l’assistenza alla Marina Militare. Si tratta di sette pattugliatori classe Macaè, dei quali quattro saranno costruiti in Brasile e tre in Angola con l’aiuto di esperti brasiliani.

Per quanto riguarda le forze aeree, è da segnalare la conclusione di un accordo con Mosca per un valore di un miliardo di dollari relativo alla fornitura di aerei militari Sukhoi Su-30, elicotteri da trasporto Mi-17, armi leggere e munizioni. Con questo affare l’Angola è diventato il primo acquirente africano delle armi russe.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

 

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