Perugia, storica affermazione del centro-destra: numeri e priorità

(ASI) Il risultato di questo ballottaggio entrerà senz'altro nella storia recente della città di Perugia. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Italiana, infatti, il capoluogo umbro sfugge di mano alla sinistra.

Il centro-destra, guidato dal giovane avvocato Andrea Romizi, con il 58,2% delle preferenze, ottiene un clamoroso successo, del tutto inaspettato in questi termini numerici. La campagna elettorale andata in scena nel corso dei quattordici giorni che hanno preceduto il secondo turno, aveva senz'altro fornito alcuni elementi salienti per intuire le difficoltà mostrate in ambito comunicativo e propagandistico dal centro-sinistra e dal suo candidato principale, il sindaco uscente Wladimiro Boccali.

Subito dopo aver appreso il dato del primo turno e la necessità di andare al ballottaggio per la prima volta nella storia della città, il Partito Democratico si è lasciato andare ad un atteggiamento aggressivo, volto più a delegittimare l'avversario che ad evidenziare i punti-chiave del proprio programma elettorale, dando implicitamente prova dell'esistenza di un latente nervosismo interno alla coalizione. La paura di perdere il Comune di Perugia, storico ed indiscusso feudo della sinistra italiana, dal PCI al PD, ha probabilmente giocato un ruolo determinante nella rovinosa prestazione fornita dal centro-sinistra – per altro al gran completo sia al “centro” che alla “sinistra - in questo ballottaggio.

Il calo dell'affluenza (dal 71,1% al 49,3%) tra i due turni elettorali ha sorprendentemente favorito Andrea Romizi e la sua coalizione (estesa per l'occasione alle liste civiche di Urbano Barelli e Diego Dramane Wagué) anziché il centro-sinistra, come ipotizzato in prima battuta. A conti fatti, rispetto al primo turno, Wladimiro Boccali ha perduto ben 13.916 voti, mentre lo sfidante Andrea Romizi ne ha guadagnati 13.094. Considerando che tra il primo ed il secondo turno i voti validi totali sono scesi da 85.017 a 62.911, i 23.060 voti ottenuti dagli altri quattro candidati-sindaco sconfitti al primo turno, hanno giocato un ruolo molto importante nel processo di redistribuzione del consenso, ma non decisivo.

È presumibile, infatti, ritenere che una parte consistente di questo multiforme elettorato “terzo”, ben al di là del contributo numerico fornito sulla carta da Barelli e Wagué, possa aver scelto di non astenersi al ballottaggio e di votare Romizi con l'obiettivo di punire il sindaco uscente. Tuttavia, il vero dato su cui il centro-sinistra dovrà riflettere è quello relativo all'emorragia di voti subita all'interno del proprio bacino elettorale, tradizionalmente tra i più fidati e meglio organizzati d'Italia al momento di andare alle urne.

Potrebbe essere, perciò, piuttosto facile rintracciare gran parte dei 13.916 voti persi da Boccali tra i due turni nel “mucchio” di quei 22.106 elettori che, dopo aver espresso il proprio parere due domeniche fa, questa volta hanno deciso di disertare i seggi.

Chiusi i conti, ora il centro-destra perugino si ritrova per la prima volta nella sua storia politica nelle condizioni di potersi/doversi assumere le responsabilità della guida della città, godendo inoltre di un'ampia maggioranza numerica in Consiglio comunale, forte di 20 membri (9 a Forza Italia, 3 ciascuno a Fratelli d'Italia, NCD e Lista Romizi) contro i 9 del centro-sinistra (8 al PD e 1 ai socialisti) e i 3 del Movimento Cinque Stelle.

La situazione del tessuto urbano non può certo essere rappresentata da colpi di scena cinematografici spacciati per reportage giornalistici. Prima di tutto, perché Perugia non è scivolata  nel baratro all'improvviso negli ultimi cinque anni. In secondo luogo, perché esiste una crisi economica più ampia che sta investendo l'Italia e l'Europa nella loro globalità, riverberandosi in modo massiccio nei singoli contesti locali.

Detto questo, la città è vittima di una condizione di smarrimento e degrado innegabile. Tra le emergenze che il nuovo sindaco Andrea Romizi dovrà affrontare, come risulta chiaro da un disagio generale che va ben oltre la cassa di risonanza del voto di ieri, vi sono quattro punti fondamentali.

Il ripristino di un livello minimo di sicurezza e legalità nelle aree urbane più a rischio, divenute ormai abituali teatri di spaccio, violenza, prostituzione e accattonaggio. Andrea Romizi dovrà concordare entro i primi due mesi del suo mandato un tavolo di confronto con la Prefettura, la Questura e il Ministero degli Interni che renda concreto quel Piano per la Sicurezza avviato nel 2012 dall'ex sindaco Boccali, ma di fatto inefficace o addirittura mai seriamente messo in essere, per potenziare la presenza delle Forze dell'Ordine nelle zone della Stazione Fontivegge, Via della Pallotta, Via del Macello, Via Settevalli, Corso Garibaldi, Via della Viola, Via dei Priori, Via Ulisse Rocchi, Elce e Corso Cavour e per portare in Consiglio il progetto per la realizzazione di un centro di identificazione ed espulsione poco fuori città, che accolga temporaneamente gli immigrati clandestini già colti in flagranza di reato.

Senz'altro, sarà poi fondamentale un percorso di disincrostamento della macchina amministrativa da tutta quella rete di clientele politiche, sedimentatesi in anni, o addirittura decenni, che ha paralizzato l'economia locale, disperso ingenti risorse e compromesso l'efficienza della pubblica amministrazione.

Un'ulteriore urgenza è quella di manutenere e/o modernizzare l'impianto infrastrutturale e viario di Perugia, a cominciare dalle strade urbane, malmesse in molti tratti, dai marciapiedi e dalle aree pedonali in genere, fino ad arrivare al problema focale legato all'elevato tariffario per i parcheggi a pagamento del centro-storico e per il trasporto pubblico. Nel lungo termine, poi, la “visione ventennale” citata da Romizi in campagna elettorale, dovrà senz'altro portare il Comune ad aumentare la sua capacità di influenza sugli organismi regionali e ministeriali preposti, affinché l'atavico semi-isolamento autostradale, aereo e ferroviario della città possa essere messo finalmente alle spalle.

C'è poi bisogno di una nuova idea di internazionalizzazione della città, ben lontana dalla ridicola parodia cosmopolita fornita dalle vetrine dei fast-food americani e dei kebabbari magrebini, che hanno letteralmente invaso il tessuto commerciale cittadino negli ultimi dieci anni. Nel suo programma, Romizi ha parlato di “internazionalizzazione”, affinché la città resti al passo coi tempi. Questo, però, significa promuovere e valorizzare Perugia all'estero, soprattutto in quei Paesi emergenti che, a cominciare dalla Cina, stanno consentendo a molte piccole e medie imprese di sopravvivere sul nostro territorio locale (con la “bilocalizzazione” che prende il posto della vecchia “delocalizzazione”) e alla nostra Università per Stranieri di mantenere un numero sufficienti di studenti iscritti ai suoi corsi.

Andrea Fais -  Agenzia Stampa Italia

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