“La Canzone Napoletana vista da vicino”.  Intervista ad Antonio Violante, l’Artista dello “scatto”

Speciale ASI: Napoli e la sua cultura.

A cura del Mestro Espedito De Marino

 

 

 

 

 

Antonio Violante, sei ormai, a giusta ragione, considerato l’artista dello scatto, riesci cioè a mettere insieme “immagine” e “anima”, i tuoi “flash” fissano percorsi ed epoche, intersecano movimento a spiritualità. Da dove parti e come arrivi a tale professionalità?

Non so se posso meritarmi l’appellativo di artista dello scatto, con tutta sincerità credo di no poiché il percorso che avrei da fare è ancora lungo. Però quello che aspiro ad ottenere è proprio ciò a cui fai riferimento: movimento e spiritualità. Identifico, infatti, in questi due elementi, l’essere umano. Il nostro corpo, la muscolatura, i nervi, le molecole, tutto forma un insieme unico costruito per muoverci. Come tutto l’universo, del resto. E poi c’è la spiritualità o, se vuoi, l’anima. È questa che poi ci differenzia e ci rende unici.Sono convinto che ognuno di noi porti con sé una fiammella primordiale che, nel corso della vita e, a seconda della consapevolezza di ognuno, tende sempre a venire fuori, ad espandersi. Io, nei miei scatti, vorrei avere la capacità di fermare quei momenti in cui la fiammella, liberata dai freni che inconsciamente le poniamo, è “visibile”. E’ molto difficile lo so, forse impossibile. In ogni caso penso che se non avessi sempre in mente questo obiettivo, non riuscirei a fare una bella fotografia. Ti chiarisco che, per me, la bella fotografia è una fotografia vera cioè senza filtri, senza ritocchi, senza interferenze, appunto, con l’anima. E’ proprio per questo che dico che il mio percorso è ancora lungo e riuscirei a definirmi artista solo quando avrò raggiunto una padronanza completa. E, diciamoci la verità, non avverrà mai. Per me l’arte è qualcosa di elevato, di sacro.
Parto da adolescente. L’input però l’ho ricevuto ancora prima quando mi chiudevo in camera oscura con mio padre che era un grande appassionato di fotografia, da bambino. Il buio, la luce rossa, il mistero, ti restano dentro. Il resto poi è venuto da sé. Le interminabili riflessioni che facevo, una volta cresciuto e quindi da solo, in camera oscura, hanno plasmato quel che sono diventato. Tutto parte da lì. Dalla camera oscura. Fondamentalmente sono un autodidatta. Ricordo ancora con gioia i tempi in cui, non potendo permettermi di acquistare le riviste di fotografia, giravo tra le biblioteche dei vari paesi limitrofi per leggere quanto più possibile sulla materia, per scoprire i grandi fotografi. E’ così che fin dall’inizio ho avuto passioni per l’uno o l’altrofotografo che poi cercavo di imitare. Anche se più di tutti ho amato profondamente Man Ray, per le sue novità, per il suo approccio, le sperimentazioni che esulavano dalle regole comuni. E perché era un amante dell’errore. L’errore come fonte di nuove scoperte. Ancora oggi per me è così. Provo, sbaglio, e sono felice di sbagliare.
Intorno ai 22/23 anni, mio nonno vide un manifesto che pubblicizzava un corso di formazione lavoro per fotografi pubblicitari. Mi iscrissi, superai brillantemente le prove di ingresso e divenni così un fotografo pubblicitario. Qui, in questo settore, ho dovuto imparare a rispettare dei canoni ma ciò non è mai andato in contrasto con la mia personalità. Se fotografo modelli, sono me stesso ed è questo poiciò che vuole il committente.                                     Se eseguo still-life,invece,le regole le rispetto: mica posso entrare in empatia più di tanto con una bottiglia di vino o con un ferro da stiro?

Tanti i tuoi progetti che ti hanno reso un’artista affermato, “Undefined”, “The Countrys’sgirls”, “Agropastorale”, “Un salto tra i sassi”, “Vanish”, ”Movimento e casualità”, “Sud de France”, “Faces”, “Rossella”, “Volevo essere ManRay”, … a cosa lavori, oggi, ai tempi del Covid?

Ho approfittato del Covid per riavvicinarmi al mio archivio soprattutto quello in pellicola. Ho centinaia di negativi sviluppati e su cui neanche so più cosa ci sia impresso. Così mi sono messo a spulciare, ho gioiosamente acceso il piano luminoso, ho ripreso il lentino. C’è di tutto: street, people, fashion, distorsioni. Sta crescendo in me la voglia di tornare indietro, di riaprire la camera oscura. Qualcosa in commercio si trova ancora. Solo il pensiero però mi emoziona talmente tanto che mi perdo in fantasticherie. Sto aspettando il “LA”. So che verrà e non voglio forzarlo. Sono sicuro che mi appassionerà come la prima volta e quindi quando ciò avverrà ci sarà una nuova svolta epocale in me. Già so che mi chiederà molto tempo. Non riesco a fare le cose a metà oppure un po’ qua e un po’ là. Devo ancora lavorare ora, devo portare a casa la giornata. Agli inizi dell’era digitale non riuscivo ad accettarla. In realtà non l’ho mai accettata del tutto.Ho fatto sacrifici mentali prima di arrendermi. Mi conosco: se me ne allontano ora, a 51 anni, rischio di abbandonarla e ciò sarebbe il mio definitivo tracollo finanziario.

So anche di un progetto che ti fa onore, perché ti conferma artista appassionato e custode del proprio territorio. Stai realizzando una “Mostra” di ritratti a persone della Tua città Scafati, ce ne parli ?

• Si, sto eseguendo ritrattia miei conterranei. L’ho intitolata “I Giorni del Ritratto”. Il titolo nasce dal fatto che quando lanciai l’idea avevo deciso che mi sarei dedicato a questo lavoro solo tre giorni al mese. Come ormai hai capito, cerco sempre me stesso in tutto ciò che avviene e faccio. La decisione di soli tre giorni al mese nasceva dalla consapevolezza che avrei avuto, dopo la full-immersion di quei tre giorni, tempo per valutare, riflettere. E mi intrigava il pensiero che, di mese in mese, io stesso sarei cambiato e perciò, inevitabilmente, sarebbe cambiato il mio stile. A fine anno avrei letto, nei volti ripresi, i miei cambiamenti. Poi l’idea si è un po’ trasformata. Al momento, il progetto prevede di ritrarre 150 persone della mia città di origine. Di diversa estrazione e cultura. L’obiettivo finale è quello di ritrarre la città attraverso i volti di chi oggi la abita. E ho deciso di fotografare tutti su di un fondo nero. Come a dire: siamo tutti uguali!.Si potrannopoi scoprire le diversità. Dai miei scatti pretendo la verità. Perché è la vera città che dovrà emergere. Tanti hanno aderito anzi non posso più accettare nuove candidature. Sono ancora a metà del lavoro però. Spero di dare una forte scossa alla città. Ne ha bisogno, ne abbiamo bisogno. Non è più un bel paese. E’ una città morta. La risposta della gente dimostra, però, che la fiammella c’è. Io faccio solo la mia parte nel soffiarci sopra. Se ognuno facesse lo stesso, l’incendio allora divampa e un nuovo calore potrà avvolgerci.

Infine, incoraggeresti i giovani ad intraprendere la strada del Fotografo ? Gli consiglieresti questo antico e artistico mestiere?

Ho sempre incoraggiato chiunque a prendere in mano una macchina fotografica e scattare. Ho sempre detto: scatta, pure senza idea, tu scatta: qualcosa verrà!
Ancora incoraggio gli amici fotografi a diventare miei concorrenti. Perfino li ho incoraggiati a contattare i miei clienti. Non si perde e non si vince nulla che non si possa vincere o perdere in altre occasioni, semplicemente si cresce. Nuovi stimoli, nuove idee e poi…vuoi mettere la soddisfazione che si prova quando il cliente tra più fotografi, sceglie me?
Oggi come oggi però non so se consiglierei ad un giovane di diventare fotografo. E’ troppo dura. Un conto è fare fotografie e altro conto è vivere di fotografia. Se per fotografo intendiamo ancora colui che deve vivere con la sua fotografia allora forse no, non lo consiglio. Più che altro chiederei a coloro che della fotografia ne hanno solo passione, di non entrare nel mercato. Coloro applicano prezzi stracciati, sono i responsabili dello sfacelo. E tutto si riduce in una professionalità pari a zero. Tantissimi giovani sono bravissimi nel realizzare foto stupende ma non devono viverci e si accontentano del potersi vantare di aver fatto quel lavoro per quel cliente. Molti, nel giro di pochissimo tempo, non appena si scontrano con le dinamiche del mercato, abbandonano del tutto ma nel frattempo hanno instillato nel cliente l’idea che è possibilespremere un fotografo. A questi giovani chiedo di capire e rispettare chi dellafotografia neha fatto una fonte di sostentamento e dedicarsi ad esempio ad esporre i propri lavori. Magari vincono un contest e la soddisfazione è molto più grossa di quella di aver fatto un unico catalogo nell’arco di una vita.

In bocca al lupo per i Tuoi meravigliosi progetti e grazie per il tempo che ci hai dedicato.

Grazie a te Espedito, è stato bello parlare con te.

 

Espedito De Marino per Agenzia Stampa Italia

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