I narcotrafficanti messicani stanno acquisendo sempre più potere, non solo nel loro Paese, ed ora stringono rapporti quanto mai intensi con la più potente mafia del mondo: la ‘Ndrangheta.
Questo il senso di Contacto en Italia, il coraggioso libro inchiesta, ancora inedito nella nostra lingua, della giovane giornalista di Città del Messico Cynthia Rodríguez.
La presentazione del volume, avvenuta questa mattina all’ambasciata messicana a Roma, ha offerto ai presenti l’occasione per un vivace ed interessante dibattito sul tema del traffico della droga che non ha però dipinto un quadro molto positivo dello Stato centroamericano.
I dati infatti parlano chiaro e non lasciano molto spazio ad interpretazioni di sorta: negli ultimi anni infatti la produzione di eroina e marijuana è aumentata del 50% così come la dipendenza da queste sostanze, mentre il 6% del territorio messicano è ormai saldamente in mano a los Zetas e lo scorso anno ben tre milioni e mezzo di messicani, almeno una volta, hanno provato una qualche sostanza stupefacente.
Il governo Calderon dal 2000 sta portando avanti una politica di contrasto alla criminalità ma i risultati stentano ad arrivare e quella che dieci anni era stata annunciata come una vera e propria guerra ufficialmente dichiarata ai narcotrafficanti, anche se più che altro era stata utilizzata questa terminologia per via dell’impiego dei militare, ormai si è ridotta ad una semplice lotta per la pubblica sicurezza.
L’emergenza sociale in Messico appare oggi sempre più evidente; in media ben quattro delitti su cinque rimangono impuniti con una popolazione che appare sempre più rassegnata, non a caso in un Paese che negli ultimi quattro anni ha registrato ben 30.000 morti violente solo il 77% dei crimini, di qualsivoglia genere, viene denunciato alle autorità competenti.
A denunciare questa situazione sono rimaste solo alcune voci, in particolare quelle dei cosiddetti “giornalisti a piedi” che però devono barcamenarsi tra numerose difficoltà. In primis la volontà della criminalità organizzata di non far trapelare all’estero notizie sui loro traffici, negli ultimi 10 anni nel paese centroamericano 65 giornalisti sono stati uccisi ed 11 sono scomparsi. Anche la popolazione civile sembra voler fare la propria parte e tramite gli strumenti offerti dalla rete diffonde nel mondo video e verità spesso taciuti dalla stampa ufficiale; paradossale però riscontrare che spesso anche i narcos utilizzano i medesimi mezzi per diffondere i loro messaggi ad intermediari sparsi nel mondo.
Specialmente nel nord del paese ci sono delle vere e proprie zone del silenzio dove gli operatori dei media si sono imposti delle vere e proprie forme di auto-censura, limitando però così il diritto dei cittadini ad essere informati su quanto avviene intorno a loro.
Quei giornalisti che quotidianamente tra mille difficoltà provano a fare il loro mestiere sono quasi considerati dei veri e propri corrispondenti di guerra che operano all’interno del loro paese; perfino gli analisti dell’Onu, dell’Osa e della Croce rossa non riescono a capire se il Messico sia un paese in guerra o meno e stanno studiando una definizione ad hoc per inquadrarlo nei loro rapporti.
Nonostante i grandi sforzi profusi, tra cui ben 650.000 uomini tra poliziotti e militari nelle strade per contrastare il narcotraffico i risultati, come detto, tardano ad arrivare ed è difficile che prima del 2012, anno in cui scadrà il mandato di Calderon, si possa invertire la tendenza, il presidente ultimamente ha proposto di legalizzare la marijuana per tentare di arginare lo strapotere economico dei trafficanti, ma anche questa soluzione appare inadeguata per contrastare efficacemente una organizzazione criminale chi si sta facendo sempre più cosmopolita e potente.
Doveroso segnalare che analizzando il rapporto tra narcos messicani e ‘Ndrangheta, la Rodríguez fa anche un parallelo su come i due paesi affrontano questa emergenza premiando il metodo italiano per quanto riguarda la riconversione a fini socialmente utili dei beni confiscati alla criminalità organizzata ed i centri di recupero, realtà queste ancora inesistenti dall’altro lato dell’Oceano.
Il problema per il Messico però riguarda soprattutto il futuro a breve e medio termine. Nel paese infatti ci sono ben 7 milioni di ragazzi “nènè” ovvero che non studiano e che non lavorano; il rischio è che questi ragazzi, o quanto meno una gran parte di essi, possa trasformarsi in manovalanza per la criminalità organizzata un po’ come avviene nel sud d’Italia.

 

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