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(ASI) Una sentenza della Corte Costituzionale di appena qualche giorno fa ha suscitato la sensazione di esser tornati indietro nel tempo. Gli echi di vetusti slogan femministi sono risuonati ridondanti nelle orecchie degli italiani come dei déjà vu.

La pronuncia uscita dalla Camera di Consiglio mercoledì scorso, stando ad alcune reazioni, ha rivestito i giudici della Consulta in strenui difensori della legge da “attacchi strumentali ed ideologici” (come affermato dalla senatrice Pd Anna Finocchiaro), in novelli salvatori “del corpo delle donne” (per dirla alla Nichi Vendola, leader di Sel), finanche in paladini della “civiltà” (come hanno tuonato alcuni esponenti dei radicali).

Quali i meriti della Corte Costituzionale per vedersi assegnati certi elogi da queste pletore di politici? Quello di aver lasciato immutata la legge sull’aborto (la legge 194), dichiarando “manifestatamente inammissibile” la questione di legittimità costituzionale sollevata sull’articolo 4 da parte del Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto. L’articolo 4 costituisce il nocciolo della legge, se dunque la Consulta si fosse pronunciata diversamente, tutto l’impianto giuridico della 194 sarebbe di fatto crollato. Esso stabilisce i casi in cui la donna può accedere all’aborto entro i primi novanta giorni di gravidanza. Cioè quando “il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Il Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto, chiamato a pronunciarsi sulla vicenda di una minorenne intenzionata ad accedere alla pratica abortiva senza previo consenso dei genitori, aveva presentato incidente di costituzionalità alla Consulta, facendo leva su un pronunciamento della Corte di giustizia europea dell’ottobre 2011 in materia di brevettabilità dell’embrione, che definisce l’embrione come “soggetto da tutelarsi in maniera assoluta”. Partendo da questa definizione, il Giudice della città umbra riteneva inoltre che l’articolo 4 si ponesse in conflitto con i principi generali della Costituzione ed in particolare con quelli della tutela dei diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) e del diritto fondamentale alla salute dell’individuo (art. 32 primo comma della Costituzione). Tesi respinte, appunto, dalla Consulta, che ha così concesso ai difensori dell’aborto di esultare ed incensare i Giudici della Corte.

Tra i vari consensi a questo pronunciamento, vale la pena soffermarsi su quello della deputata Pd ed ex ministro della Salute Livia Turco, secondo cui “si dimostra ancora una volta che l’impianto della legge 194 è inattaccabile perché basato su un giusto equilibrio fra la scelta e la salute della donna e la tutela della vita”. A ben guardare, sgombrando il campo dai “condizionamenti strumentali ed ideologici” che la sua collega di partito Finocchiaro sostiene voler rifuggire, in termini strettamente giuridici il conflitto tra salvaguardia della salute della donna e vita del concepito non è un aspetto che la legge 194 ha dipanato. Perché non ve n’era bisogno. Nel nostro codice penale è presente, infatti, l’articolo 54 che, ricorrendo all’ipotesi di stato di necessità, attesta che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé ed altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”. Dunque, stante la pari dignità delle due vite (della madre e dell’embrione) e il pericolo per entrambe di venir meno, è consentito dal diritto penale di salvarne almeno una delle due. Era così già prima del 22 maggio 1978, data di nascita della legge 194.

Non meno interesse suscitano le parole pronunciate da un’altra esponente del Pd, Roberta Agostini, la quale, per argomentare il proprio sollievo a seguito di questo pronunciamento, afferma che “la 194 ha permesso all'Italia di dimezzare il numero degli aborti e di eliminare quelli clandestini”. Eppure, anche le argomentazioni di quest’altra sostenitrice dell’aborto, non sembrano venir suffragare dai fatti. E’ utile dare uno sguardo al passato. Negli anni ’70, in pieno clima permissivista e di disfacimento di valori tradizionali quali - tra gli altri - quello della vita, si afferma anche in Italia una poderosa campagna favorevole all’aborto. I suoi interpreti nelle aule parlamentari provengono dagli scranni di radicali, socialisti e comunisti. Essi acclamano sdegnati che nel Bel Paese, ogni anno, vi sarebbero tra i due e i tre milioni di aborti clandestini, e che almeno 20.000 donne morirebbero a causa di questi interventi. I media di massa propugnano queste cifre (non verificate) e così creano opinione, accendendo gli animi di già cospicui e agguerriti drappelli di femministe che sovente affollano le città italiane scandendo frasi non coniate, certo, da accademie del buon gusto. Queste cifre sparate senza un minimo di analisi che le supportino hanno lo scopo di rendere la legalizzazione dell’aborto qualcosa di inevitabile per l’opinione pubblica. Tuttavia, in mezzo al tanto marasma di quegli anni, uno studio a cura del professor Bernardo Colombo, demografo dell'Università di Padova - “La diffusione degli aborti illegali in Italia” (1977) -, dimostra che la realtà è ben lungi da quanto sostenuto dalla propaganda abortista. La sua attenta e precisa analisi smonta le tesi sparate sugli aborti clandestini con varie argomentazioni, ad esempio sottolineando come per mantenere la media di 1 milione di aborti clandestini annui è necessario che almeno il 50% di tutte le donne italiane in età feconda abortisca esattamente 5,3 volte nell'arco della propria vita riproduttiva. La cifra che lui propone come attendibile è quella di 100.000 aborti clandestini annui tra il 1970 e il 1975, forse anche meno. La frenesia abortista, sobillata nelle masse dalla campagna mediatica, ha però ormai preso il sopravvento anche in Italia: nel 1978 si ha la legge sull’aborto. Appena alla fine dell’anno dopo, nel 1979, si registra tuttavia ufficialmente che gli aborti legali (gratuiti e medicalmente garantiti) sono 187.752, ben al di sotto dei vari milioni decantati dagli abortisti. Dunque, se la cifra è così radicalmente scesa, le ipotesi sono due: o i numeri sugli aborti erano assai pompati prima, oppure si è continuato a praticare aborti clandestini in modo massiccio dopo. In entrambi i casi, si ha a che fare con un fallimento della legge 194. Infine, a proposito di numeri pompati, le statistiche ufficiali nel 1978 parlano di una media di 15.000 decessi tra le donne, per i motivi più disparati. Può sorgere una domanda: da quale, tra le tante pasticche anfetaminiche in voga a quei tempi, presero ispirazione coloro i quali parlavano della morte di 20.000 donne ogni anno a causa di aborti clandestini?

 

Al di là dell’ironia, quella dell’aborto resta una piaga che la legge 194 non solo non ha risolto, ma ha anche aggravato. Dal 1978 ad oggi è stata causa di circa 5 milioni di aborti, un macabro stillicidio che ha privato l’Italia di un importante incremento di “forza giovane”. Una mancanza che viene sopperita con politiche che favoriscono l’immigrazione, fenomeno che produce come effetti lo sfruttamento di manodopera a basso costo e la graduale demolizione della nostra cultura. Del resto, le statistiche sono irrefutabili: nei Paesi ricchi in cui agiscono leggi abortive, diminuiscono i figli degli autoctoni e aumentano quelli degli immigrati, evidentemente più dotati di coscienza morale degli agiati e annoiati occidentali. Il calo demografico è un dato dai contorni drammatici, se non si arresta produrrà un vero e proprio suicidio sociale. Gli echi degli slogan femministi risuonati nei giorni scorsi sembrano esserne il mesto annuncio. Una battaglia culturale - diffusa e capillare - a favore della vita e di politiche familiari è forse l’unico rimedio per sottrarsi a questo destino che qualcuno già annuncia come ineluttabile.

Federico Cenci - Agenzia Stampa Italia

 

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