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(ASI) La recita dell’orazione istituzionale contro la cosiddetta “anti-politica” passa, nell’arco di cinque giorni, dalle labbra del presidente della Repubblica Napolitano a quelle di Mario Monti. Il 25 aprile scorso Napolitano aveva con forza invitato “il Paese a dire no ai demagoghi”, parole che andavano dritte al cuore del Movimento 5 Stelle, creazione del comico Beppe Grillo che sta crescendo nei sondaggi.

Ora il presidente del Consiglio esordisce, nella conferenza stampa seguita all’ultimo Consiglio dei ministri, con una frase pronunciata senza indugi, gelida come l’espressione del suo volto smussato: “Vorrei cominciare con una parola di sdegno”. Nella sala gremita di giornalisti cala un silenzio d’attesa, tutti si chiedono quale possa essere l’oggetto di un sentimento così “aggressivo” da parte del premier, rinomato per la sua sobrietà. Ecco arrivare la risposta: “Chi ha governato, governa e intende proporsi per governare non può giustificare l'evasione fiscale o istigare a non pagare le tasse”. Chiaro riferimento, certo, alla rivolta fiscale proclamata dalla Lega e alle fronde anti-tasse presenti nel Pdl. Ma l’attacco del premier è indirizzato anche al solito spauracchio Beppe Grillo, che ha difeso la scelta del rifiuto di pagare le tasse. Sintomatico del momento di sfiducia verso le Istituzioni da parte del popolo italiano se due, tra le cinque massime cariche dello Stato, decidono di spendere parole per scagliarsi contro demagoghi e paladini dell’evasione. Ovvero, contro le più evidenti espressioni di quella che chiamano, con spregio, “anti-politica”.

L’insofferenza degli italiani verso chi ci governa e verso le sempre più soffocanti imposte, tuttavia, merita di essere approfondita, piuttosto che condannata con superficialità.
Analizzare la questione delle tasse, specialmente, può tornare utile a comprendere le radici del diffuso malcontento. Torniamo indietro di qualche secolo. Nel tanto vituperato Medioevo esisteva un balzello che ogni uomo, seppur libero, doveva pagare alla Chiesa. Questa tassa corrispondeva al 10 per cento del proprio guadagno, era infatti chiamata la “decima”. A ragione della sua esistenza, molti storici hanno accusato le autorità ecclesiali dell’epoca di essere parassitarie nei confronti dei lavoratori. Ebbene, sarebbe curioso conoscere l’opinione sullo Stato italiano di questi detrattori della Chiesa, visto che, attualmente, la pressione fiscale reale si aggira tra il 70 e l’80 per cento, e rappresenta oltre il 45 per cento del nostro Pil. Ciò significa che il lavoratore italiano offre gran parte del suo sudore al fisco, dovendosi pure far digerire la beffa per cui questo cospicuo contributo non corrisponde quasi mai all’erogazione di servizi pubblici decenti.

Ora, le tristi cronache degli ultimi mesi ci raccontano di un numero crescente di imprenditori italiani che, in preda alla disperazione dovuta alla pressione fiscale sempre più incalzante, optano per il suicidio.
Questa tragica realtà dimostra che la situazione attuale pone molti cittadini di fronte ad un angosciante bivio: pagare le tasse, privandosi così di indispensabili risorse per la sussistenza personale e della propria famiglia, oppure evaderle. La tremendo campagna mediatica montata sugli evasori fiscali suggerisce a molti l’estremo rimedio, piuttosto che macchiarsi di quell’onta sociale che corrisponde a un senso di colpa inestirpabile dalla propria coscienza. Meglio morire che non pagare le tasse. E’ questo la dolorosa conclusione cui ci ha condotti lo Stato, che ha abilmente istigato i cittadini all’odio reciproco pur di eludere le responsabilità dell’attuale crisi dai gangli della finanza. Eppure la pragmatica dovrebbe prevalere sulle opinioni indotte dai media: prima di aiutare gli altri (il bene pubblico, nella fattispecie), devo essere in grado di far star bene me e le persone a me più vicine (i familiari). Se vivo una condizione di indigenza, ho non il diritto, ma il dovere di non contribuire al bene pubblico. E’ un peccato - esatto, proprio un peccato - non eseguire questo logico ragionamento relativo all’etica.

La propaganda politica ha dipinto l’immagine del professor Monti come quella di un buon cattolico.
La foto che lo ritrae mentre si appresta ad entrare in chiesa per assistere alla messa si diffuse la prima domenica successiva al suo incarico a presidente del Consiglio. Da cattolico dunque, sarebbe opportuno che il premier sapesse che la liceità dell’evasione fiscale può essere ricavata dalla teologia dei padri della Chiesa. Torniamo ancora indietro nel tempo, di nuovo nel Medioevo.

C’è un passaggio della
Somma Teologica di Tommaso D’Aquino che, pur trattando del tema dell’elemosina, evidenzia analogie di contenuto con la questione delle tasse: “Il necessario può essere di due specie. Primo, può trattarsi di un bene, senza il quale un dato essere non può sussistere. Ebbene, dare l'elemosina con tale necessario è assolutamente proibito: e cioè, nel caso che uno, trovandosi in necessità, avesse appena di che sostentare se stesso e i propri figli, o altre persone a lui affidate. Infatti dare l'elemosina con questo necessario equivale a togliere la vita a se stesso e alla propria gente”. Il Dottore Angelico qui non usa giri di parole, egli considera proibito privarsi del proprio necessario per elargire elemosina. Si potrebbe obiettare che l’elemosina è un gesto di gratuità, non un dovere, come invece sono le tasse. Tale obiezione viene però smontata, dal momento che esistono priorità anche tra i doveri morali. Invero, il dovere morale di garantire una vita dignitosa a me e ai miei cari prevale sul dovere di pagare le tasse. San Tommaso d’Aquino prosegue il suo ragionamento specificando che condurre una vita decorosa rientra in ciò che si intende per necessità: “Sarebbe un disordine se uno elargisse tanto dei suoi beni, da non poter vivere con ciò che rimane secondo il proprio stato, o da non poter compiere i propri doveri: infatti nessuno deve vivere in maniera indecorosa”. La Scolastica insegna ai cristiani, quindi, che le tasse non vanno pagate non solo se pagandole mino la mia esistenza e quella dei miei familiari, ma anche se pagandole sono costretto a privarmi di beni essenziali alla dignità personale: un tetto, del cibo in quantità necessaria, vestiti, servizi igienici, medicine, etc. Ne deriva che al fisco va pagato non l’equivalente del nostro stretto necessario, bensì l’eventuale quota di eccedenza al necessario.

Le tragiche cronache dimostrano che sono tante le famiglie soffocate dal fisco. La diffusa rabbia verso Equitalia, la disperazione, i suicidi sono sintomi, d’altronde, di un male che ha origine nell’atteggiamento predatorio dello Stato. Anziché degradare il dramma dei suicidi a mero numero statistico e liquidare il disagio di chi - come estrema ratio - ricorre all’evasione con una parola di “sdegno”, sarebbe saggio che il professor Monti e la sua squadra di tecnici si rendessero conto che è immorale, prima ancora che anti-patriottico, porre sulle spalle dei cittadini l’onere di una pressione fiscale così soffocante. Laddove anche un Dottore della Chiesa come San Tommaso d’Aquino delinea precisamente quali sono le priorità morali da dover osservare nell’atto di spendere i propri soldi, lo sdegno è da rivolgere verso uno Stato che chiede ai contribuenti di versare anche lo stretto necessario. Se Monti è cattolico non può non meditare su questa verità, dunque sulla condotta politica del suo governo. Ma se Monti fosse cattolico, dovrebbe in primo luogo meditare, forse, su ancor più preminenti questioni teologiche, tipo l’inconciliabilità tra fede cristiana e appartenenza alla massoneria.

Federico Cenci Agenzia Stampa Italia

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